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L'articolo 18: una falsa questione per coprire cosa?
06/02/2012, 14:37 | di Antonio Rispoli
Ma in realtà è un falso problema: non c'è nessuna azienda che si senta limitata dall'articolo 18. Basta truccare un po' i bilanci, dichiararsi in difficoltà economica e si può licenziare il personale in eccesso. Ma in realtà quello dell'articolo 18 è un falso problema. Infatti nasconde due diversi problemi a cui si vuole trovare uno schermo.
Il primo problema è quello dell'incapacità degli imprenditori italiani, in media. Non essendo capaci di stare sul mercato, aumentano le proprie entrate in due modi: o usando i finanziamenti pubblici, laddove sono disponibili, oppure trovando il modo di sottopagare i pèropri dipendenti. Cosa che di solito viene fatta pagando in nero e non registrando la persona. Ma poichè capita spesso che la presenza del lavoratore deve essere registrata, ecco che serve un modo per tagliargli lo stipendio senza che ci siano problemi. E abolire una tutela come l'articolo 18 è quello che serve: il lavoratore, anche con un contratto a tempo indeterminato, si troverebbe sempre con l'accetta sul collo; e dovrà accettare qualsiasi condizione imposta dal datore di lavoro, altrimenti rischia il posto. Ma allo stesso tempo - un discorso ovvio, ma ignorato dagli imprenditori - i lavoratori sottopagati sono persone che non riescono ad acquistare nulla, al di fuori delo stretto indispensabile. Quindi sono fuori dal mercato come acquirenti. Una cosa che dovrebbe preoccupare qualsiasi imprenditore, perchè chiaramente meno persone sono in gradoi di acquistare prodotti, meno possibilità ha l'imprenditore di vendere i propri prodotti.
Poi c'è il secondo problema, che è legato a questo: la fortissima carenza di investimenti pubblici e privati. Infatti questa è una voce limitata al minimo indispensabile, quando c'è. Ed è un errore gravissimo. Infatti le nostre imprese, per la maggior parte si sono fatte esterne al mercato europeo. Il grosso della nostra produzione è ormai concentrata sui cosiddetti prodotti a basso valore aggiunto. Cioè parliamo di quei prodotti dove conta la produzione manuale e dove si impara a fare il proprio lavoro dopo un breve addestramento. Per esempio la produzione di scarpe, di mobili, di vestiti, e così via. Ma proprio questa semplicità e questa facilità di usare personale non particolarmente qualificato, ha fatto sì che altri Paesi potessero creare fabbriche simili. La Cina ne è l'esempio più grosso, ma non l'unico. Solo che là un imprenditore può pagare meno di un euro l'ora un lavoratore, che gli lavora anche 15 e più ore al giorno. In Italia chi accetterebbe una paga del genere? Per capirci, significa arrivare a meno di 200 euro al mese. E' un problema questo che va avanti da oltre 20 anni, am che ora è insostenibile: non si può scendere oltre certi livelli. Già oggi si stima che il 30% dei contratti (al sud oltre il 70%) presso le piccole e medie aziende siano fittizi e i lavoratori incassano stipendi inferiori a quelli segnati in busta paga. Si vuole ampliare questa percentuale al 100%? Per carità, nel brevissimo termine, consentirebbe agli imprenditori di ridurre le spese e di crearsi fondi neri per miliardi di euro; ma significa anche far crollare il Pil italiano, perchè chiaramente crollano anche le vendite.
Quindi con l'abolizione dell'articolo 18 si potranno nascondere questi problemi ancora per qualche decina di mesi. E poi? Quando avremo la stragrande maggioranza dei cittadini che lavora 50 o 60 ore la settimana per 5 o 600 euro al mese, il Pil che scende sottoterra e le imprese che non vendono più niente nel nostro Paese, che cosa faremo? Semplicemente l'Italia diventerà terra di conquista per le imprese straniere o per la malavita (a seconda di chi sarà più veloce) e noi cittadini ostaggio dei nuovi padroni.
In realtà la soluzione è esattamente opposta. Bisogna aumentare gli stipendi sotto i 50 mila euro annui e favorire il dissolvimento della attuale classe di imprenditori, lasciare che falliscano, senza darsi la pena di sostituirli (ma penalizzare con fortissimi dazi coloro che trasferiscono la produzione all'estero come la Fiat e la OMSA). Contemporaneamente far crescere una nuova classe imprenditoriale più giovane, più dinamica e magari più con lo sguardo al futuro.
Nel 1996 il governo di allora, guidato da Romano Prodi, lanciò una novità: il prestito d'onore. Si trattava di un prestito che lo stato offriva senza garanzie: fino a 60 milioni di lire, di cui il 60% da restituire in cinque anni ad un tasso dell'1% e il resto a fondo perduto. C'erano alcuni obblighi per i richiedenti: compilare un modulo nel quale si specificava esattamente cosa si intendeva fare con quei soldi; l'obbligo di creare una impresa individuale; l'obbligo di frequentare un corso, presso i Giovani Industriali, al fine di imparare i rudimenti della gestione di una azienda; e cose del genere. In 5 anni vennero creati ben 300 mila posti di lavoro (anche se non tutti furono definitivi) e nel 1999 e nel 2000, grazie anche a questa iniziativa, il Pil italiano crebbe in totale di oltre il 5%. La legge funzionava così bene che fu la prima cosa che il governo Berlusconi definanziò nel 2001, quando vinse le elezioni. E tuttavia ancora oggi, a oltre 10 anni di distanza, ci sono alcune centinaia di aziende, nate con il prestito d'onore che sono cresciute e hanno assunto nuovi dipendenti. E questo grazie ad un atto di fiducia verso coloro che magari hanno le buone idee ma non i capitali necessari per trasformare un progetto in qualcosa di concreto. Una lezione che potrebbe essere presa in esame, se solo i politici attuali (a cominciare dai membri del governo e dal premier) avessero abbastanza buon senso ed umiltà
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