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Il diritto di parlare, il dovere di contestare

post del: 01/09/2010 20:27

pubblicato da: Antonio Rispoli

Lunedì scorso c'è stato un episodio durante un incontro letterario a Como, il "ParoLario". Era stato chiamato Marcello Dell'Utri a presentare i suoi diari, asseritamente di Mussolini (ma che siano tali lo dice solo lui, mentre gli esperti negano che siano tali). Appena è salito sul palco, sono scattate le contestazioni dei presenti, che gli hanno dato del mafioso e hanno srotolato striscioni. Come sempre succede, da quando c'è questo governo, la Digos ha costretto i manifestanti ad andare fuori, violando il loro diritto costituzionale a manifestare. Ma ormai la contestazione si era diffusa, coinvolgendo anche i presenti dell'Anpi e così Dell'Utri ha deciso di andarsene, non senza fermarsi con i giornalisti ad insultare i contestatori.
Il giorno dopo sui giornali c'erano molti che commentavano dicendo che avevano impedito al senatore siciliano di parlare. Ma non è affatto successo così. Nessuno gliel'ha impedito. Lui era liberissimo di parlare; certo c'era il problema che doveva affrontare qualcosa a cui non è abituato: una contestazione. Questo governo ha sempre tenuto lontano da sè qualsiasi forma di contestazione, mandando Polizia, Carabinieri, Digos e via elencando a "sterilizzare" le zone dove devono passare i membri del governo, il Presidente del Consiglio o le persone a lui vicine, cacciando chiunque non facesse parte delle claque prestabilite e stacciando manifesti e cartelloni. Questa è una situazione perfettamente democratica.
Se poi la contestazione è sui termini usati, direi che è sbagliata. I termini entro certi limiti sono esatti. Infatti Dell'Utri ha una condanna in secondo grado a 7 anni di reclusione per concorso esterno alla mafia. E c'è un altro processo, del quale nessuno parla e nel quale è già stata accertata la sua responsabilità. E' un processo che nasce da un vecchio episodio: il presidente di una società di basket chiede a Publitalia '80 - la società pubblicitaria di Marcello Dell'Utri - di procurargli una sponsorizzazione. Pubblitalia gliela trova, ma poi il senatore va dal presidente per chiedergli in nero la metà della sponsorizzazione. Al rifiuto dell'uomo, Dell'Utri lo minacciò e se ne andò; poche settimane dopo alla stessa porta bussò Vincenzo Virga, boss di Trapani, per riscuotere quei soldi. In quel processo Dell'Utri e Virga sono stati condannati in primo grado per estorsione; poi in secondo grado la condanna è stata commutata in prescrizione (quindi comunque riconosciuto colpevole) perchè il reato è stato trasformato in "minaccia grave", un reato che ha una prescrizione più breve. Ma la Cassazione ha rinviato il processo in secondo grado, perchè, dice nella sentenza: "Se avete riconosciuto che i due imputati hanno commesso quel reato, non potete qualificarlo come minaccia: se il reato c'è, può essere solo estorsione". E adesso bisogna vedere cosa deciderà la Corte d'Appello di Trapani.
Ma se uno ha questi precedenti, come fa ad offendersi se lo chiamano mafioso? Come fa ad arrabbiarsi? Certo, non c'è la condanna passata in giudicato (o almeno non c'è ancora); ma diciamo che ci sono seri indizi. Mettiamola così.
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