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Al R.A.M il documentario su Peppino Impastato:

inserito il 16/07/2012
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Eravamo partite per la Sicilia lo scorso mese di febbraio, convinte di conoscere perfettamente la storia di Peppino Impastato. Avevamo trascorso notti sorseggiando caffè e sfogliando centinaia di pagine tra libri e documenti su Peppino, rivisto vecchie interviste, ascoltato la sua voce dalle registrazioni delle trasmissioni della radio fondata da lui, Radio Out. In realtà ci siamo rese conto ben presto che tutto questo lavoro di documentazione ci aveva permesso di conoscere solo una parte della sua storia: l’altra, probabilmente la più importante, siamo riuscite a scorgerla solo nel momento in cui abbiamo messo piede per la prima volta a Cinisi, paese in provincia di Palermo dove Impastato viveva e dove si sono svolti i fatti. Cinisi è un paese ad alta densità mafiosa, le famiglie sono quasi tutte imparentate tra loro, in un modo o nell’altro. Lì il tempo sembra essersi fermato; è tutto come lo descriveva Peppino. E’ uno shock per noi vedere quel corso lunghissimo fatto di case basse, con le stesse persiane e tutte rigorosamente chiuse. Come se dietro quelle finestre non ci fosse vita. Le uniche persiane aperte sono quelle della casa degli Impastato.
E’ evidente che a Cinisi la logica comportamentale mafiosa del ‘non vedo, non sento, non parlo, ma so tutto’ è ancora forte. Le persiane sono tutte di quelle regolabili che non permettono di essere visti, ma di vedere cosa succede fuori. Per tutto il tempo ci sentiamo osservate, sembra che tutti sappiano di noi e cosa stiamo facendo. Persino i bambini ci guardano. Ci guardano con sorriso beffardo mentre filmiamo la casa degli Impastato e con aria di sfida quando filmiamo quella di Tano Badalamenti; il boss più spietato di Cinisi, il mandante dell’omicidio di Peppino.
La sera mentre prendiamo qualcosa da mangiare in una pizzeria, ci imbattiamo in un personaggio ambiguo. La proprietaria si pone a lui quasi con devozione, i presenti si rivolgono a lui pronunciando il “don” prima del nome. E’ vestito come se fosse appena uscito da una serie del Padrino. Ci osserva con insistenza e aria da padrone invincibile, noi ci guardiamo e in una complicità silenziosa mangiamo in fretta e andiamo via. Il giorno seguente lo ritroviamo nel bar convenzionato con l’albergo per la colazione; è tutto in tiro, scarpe lucide e cappotto posato sulle spalle.
Ancora una volta sembra uno dei personaggi del Padrino vestito a festa, già perché è domenica. Parla a voce alta con il barista e continua a guardarci. Ci sentiamo oppresse e pensiamo all’inferno che ha vissuto Peppino. Giovanni, il fratello di Peppino, ci racconta che ancora oggi durante la commemorazione arrivano migliaia di persone da tutta Italia, ma non partecipa mai nessun cittadino di Cinisi. Durante il nostro viaggio incontriamo tante persone che – in modo diretto o indiretto - hanno conosciuto questo giovane simbolo della lotta alla mafia (le cui testimonianze saranno presto raccolte in un reportage) e da tutte arriva lo stesso grido di allarme: ‘Ancora oggi Peppino dà fastidio; anche da morto’. Peppino Impastato non è stato solo un giovane giornalista che ha denunciato fatti e misfatti della mafia, ma apparteneva lui stesso a una famiglia mafiosa. Un esponente della “famigghia” che si ribella ai soprusi della mafia: cosa imperdonabile per il codice mafioso.
E’ carismatico, un trascinatore di anime e un eccellente comunicatore. Quando capisce che solo con gli articoli dei giornali le sue denunce non possono arrivare lontane, fonda con un gruppo di amici Radio Out. Dalle frequenze della radio Peppino e Salvo Vitale sbeffeggeranno e ridicolizzeranno Tano Badalamenti e tutti gli altri mafiosi. Questo segnerà la sua condanna a morte. Imbottito di tritolo, fu fatto esplodere sui binari della linea Palermo - Trapani il 9 maggio del 1978, all’età di 30 anni. Per anni la mafia, con la complicità di inquirenti e magistrati, accertata anni dopo dalla Commissione Antimafia, cercheranno di depistare le indagini. Solo nel 2002, grazie alla tenacia della famiglia e degli amici di Peppino, si arriverà alla condanna all’ergastolo di Gaetano Badalamenti. (il video allegato è stato presentato in concorso alla quinta edizione del Festival internazionale del giornalismo di Perugia).

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