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Il giudice Paolo Borsellino rivive sul palco del Teatro Verdi

inserito il 16/07/2012
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Il giudice Paolo Borsellino rivive, per alcune ore, sul palcoscenico del Teatro municipale Verdi di Salerno.
La rappresentazione teatrale , un rifacimento del testo di Ruggero Cappuccio "Paolo Borsellino essendo Stato" ha avuto come interpreti alcuni magistrati, attori per un giorno in nome della legalità. Sono state le toghe sul palco a recitare o forse a raccontare le vicende del 19 Luglio 1992 di via D’Amelio, a Palermo, quando un attentato uccide il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. È una frazione di secondo quella che separa dalla morte il magistrato preso di mira dalla mafia. Un tempo breve ma il più lungo del mondo,in cui, sul palco, è stato possibile esprimere il pensiero di un magistrato, un eroe, un uomo, che ha combattuto fino alla morte contro la mafia.
Figlio di Diego Borsellino e Maria Lepanto, Paolo nacque a Palermo nel quartiere popolare La Kalsa, in cui vivevano tra gli altri anche Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta.
Laureatosi in giurisprudenza, Borsellino superò il concorso per diventare magistrato: di lì la costituzione del "pool" antimafia nel quale sotto la guida di Chinnici lavorarono alcuni magistrati (fra gli altri, Falcone, Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Barrile) .
Tutti i componenti del pool chiedevano espressamente l'intervento dello Stato, che non arrivò. Nel settembre del 1991, la mafia aveva già abbozzato progetti per l'uccisione di Borsellino. l 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove viveva sua madre.
Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta.
Pochi giorni prima di essere ucciso, Borsellino aveva parlato della sua condizione di "condannato a morte". Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate.
Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo che gli rimaneva dopo il lavoro, ha sempre cercato di incontrare i giovani e di renderli protagonisti della lotta alla mafia. Borsellino aveva un forte rapporto con la morte, essa era presente in ogni parte della sua vita.
Temeva per gli altri, per la sua famiglia, per i ragazzi della scorta. Parlava spesso della morte un po’ per scherzarci sopra un po’ per ricordarsi sempre che non era poi così lontana. "Se muoio adesso, il mio compito l’ho svolto".
Aveva visto morire molte persone, uomini di valore morale ed intellettuale e sapeva benissimo di non essere esente da una fine simile.
"Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento... ".
L'iniziativa della Procura di Salerno che ha permesso i far rivivere paolo Borsellino ha visto la partecipazione del procuratore Franco Roberti e dei magistrati Umberto Zampoli (autore della regia), Maria Teresa Belmonte, Lucia Casale, Ornella Dezio, Maria Chiara Minerva, Rocco Alfano e Luigi D'Alessio. I magistrati hanno dato voce a Borsellino morente mettendone in chiaro il controverso rapporto con la città di Palermo, le idee sulla giustizia, sulla lealtà, sui valori di una società calpestati da chi vuole sovvertirli.
I magistrati sono sul palco. A recitare, ad interpretare un loro collega morto da eroe. A rispondere a chi, troppe volte, li accusa di non essere fedeli alla giustizia, gli uomini togati testimoniano con la loro interpretazione la loro totale lealtà verso lo Stato, come lo è stata quella per cui uomini di giustizia hanno dovuto pagare con il loro sangue. "Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla, perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non piace per poterlo cambiare". Questa la famosa affermazione di Borsellino. E, ancora così attuale, come il sogno dei magistrati che pensano e vogliono cambiare le realtà difficili per poterle renderle vivibili e continuare ad amarle.



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