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A 19 anni di distanza restano ancora tanti misteri

23 maggio 1992: il giudice Falcone viene ucciso dalla mafia


23 maggio 1992: il giudice Falcone viene ucciso dalla mafia
23/05/2011, 10:05

Era una giornata come tante, il 23 maggio 1992. Il magistrato Giovanni Falcone, appena eletto alla Superprocura Antimafia, sta tornando a Palermo, insieme alla moglie Francesca Morvillo. Scende dall'aereo di Stato all'aeroporto di Punta Raisi e sale su una Croma blindata, insieme alla moglie e all'agente di scorta e autista Giuseppe Costanza. Parte verso Palermo, preceduto da un'altra Croma blindata, con a bordo altri tre agenti di scorta: Vito Schifani, Antonio Montinato e Rocco Dicillo. Dietro una terza macchina, con a bordo Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello ed Angelo Corbo, altri tre agenti di scorta. verso le 17, quando si sta avvicinando allo svincolo di Capaci, circa mezza tonnellata di esplosivo sventra l'autostrada. I tre agenti della prima macchina muoiono di colpo; Falcone e la moglie, che viaggiano senza cintura di sicurezza, si schiantano contro il muro di detriti causato dall'esplosione e riportano gravi ferite, che li portano alla morte, nel giro di poche ore, nonostante gli interventi dei medici.
Oggi, a 19 anni di distanza, restano tanti misteri su quella vicenda. Certo, sono stati arrestati e condannati i colpevoli di quella strage, a cominciare da Giovanni Brusca, che azionò il detonatore con cui far esplodere l'esplosivo. Ma da dove arrivò quell'esplosivo? Secondo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, verificate dalla magistratura di Caltanissetta, arrivò in alcuni fusti legati ai fianchi di tre pescherecci che lui stesso recuperò, per ordine di Fifetto Cannella, insieme a Cosimo Lo Nigro e Giuseppe Barranca. Pare, ma questo non è confermato, che provenisse da alcuni siluri della Seconda Guerra Mondiale (i siluri inglesi e tedeschi montavano circa 300 Kg. di esplosivo, ndr) recuperati dal fondo del mare. Se così fosse, ci sarebbe da chiedere dove la mafia possa aver trovato qualcuno che sapesse dove trovare una nave o un sottomarino affondato ma quasi intatto. E dove trovare degli artificieri così esperti da recuperare gli esplosivi in questione. E comunque si tratta di una operazione che va al di là del normale modus operandi della mafia.
E chi trafugò il diario personale del giudice, dopo la sua morte? Che esistesse, lo sapevano in molti, ma nessuno l'aveva mai visto. E chi entrò nell'ufficio romano di Falcone il 6 giugno 1992, per copiare dei file (e forse cancellarne altri)? E chi, il 9 giugno 1992 accese e verificò il contenuto del portatile Compaq, dentro cui erano contenuti - tra l'altro - gran parte delle scoperte di Falcone sulla Gladio? Ancora, come mai nessuno della Polizia controllò il portatile Toshiba che Falcone lasciò a casa? Perchè poi qualcuno ci ha messo le mani, come ha scoperto Gioacchino Genchi, come consulente della Procura di Caltanissetta. Così come ha messo le mani sul databank (una via di mezzo tra una calcolatrice e un minicomputer, che all'epoca aveva una certa diffusione per chi poteva permetterselo) Casio, per asportare la memoria che da pochi giorni Giovanni Falcone aveva acquistato. Cosa ci poteva essere in quella memoria? Tutte domande che non hanno risposte e che probabilmente non le avranno mai. Ma sono domande senza le quali non si può sapere chi veramente tirò le fila di quella strage. Perchè affermare che il solo Totò Riina o Giovanni Brusca potessero gestire cose di questa complessità, significa dire una evidente falsità, a cui non crederebbe neanche un bambino.

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di Antonio Rispoli
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