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30 anni passati da uno dei più disastrosi terremoti

23 novembre 1980: il sisma ricordato da un bambino


23 novembre 1980: il sisma ricordato da un bambino
23/11/2010, 11:11

Il 23 novembre del 1980 era una domenica, fredda ma serena. Verso le 19.30 stavo in casa con i miei genitori e mia sorella, stavamo guardando in TV Domenica In, in attesa di cenare. Ad un certo punto percepii qualcosa di strano, una sensazione di movimento; alzai gli occhi e vidi il lampadario del soggiorno, di ferro battuto e del peso di una decina di chilogrammi, che ondeggiava in maniera paurosa. A quel punto i miei genitori realizzarono che era un terremoto, presero me e mia sorella e ci portarono sotto l'arco della porta, che sapevano essere su uno dei muri maestri della casa. Ricordo ancora distintamente la paura che mia madre esprimeva, la solita imperturbabilità di mio padre, mia sorella che era come immobilizzata. Dal canto mio ero combattuto tra due sensazioni: la voglia di capire cosa stesse succedendo e il senso di anticipazione con cui fissavo la parete di fronte all'ingresso del mio appartamento, aspettandosi che si spaccasse e precipitasse, come nei migliori film di Hollywood. Ma per fortuna il palazzo resistette, sia perchè era di nuova costruzione, sia perchè abitavo lontano dall'epicentro in Irpinia. Ma quei 90 secondi sembrarono una eternità.
Da quel momento, seguendo le notizie dei telegiornali, mi resi conto della gravità di quanto era successo, per quanto può capirlo un bambino di 10 anni.
Ed era successo tanto: intere città distrutte, la terra spaccata dalla violenza del sisma, famiglie spezzate. Alla fine il bilancio fu tragico: oltre 3000 morti, molti di essi a causa dei ritardi. Ma fu impressionante vedere le due fasi: la prima fase, dei primi due giorni, in cui la zona fu praticamente ignorata dal resto dell'Italia e i cittadini campani dovettero arrangiarsi con le proprie forze; poi cominciarono ad arrivare i volontari da tutta Italia, in un incredibile slancio di solidarietà, per aiutare le persone imprigionate sotto le macerie. Fu allora che nacque l'idea di una Protezione Civile organizzata in cellule locali e pronte a scattare con preavvisi minimi.
Ma dopo quello slancio di solidarietà, cominciò lo sfruttamento della situazione da parte dei politici locali e nazionali. Decine di migliaia di miliardi di lire dell'epoca furono ufficialmente utilizzati per la ricostruzione, ma in realtà in gran parte andarono ad ingrossare le tasche di politici, imprenditori (o pseudo tali) e malavitosi. Un arricchimento che è finito solamente nel 2007, quando il governo Prodi stanziò un'ultima tranche di 157 mila euro a favore dell'Irpinia.
Ma cosa rimane delle lezioni di allora? Nulla. La Protezione Civile, ai suoi vertici, è diventata solo una dispensatrice di appalti al di fuori dei normali controlli; la ricostruzione, nel terremoto di L'Aquila - nonostante abbia interessato una zona molto più piccola di quella del 1980 - è avanzata addirittura più lentamente che nel 1980, dato che all'epoca, dopo 18 mesi, tutti gli irpini avevano una casa in cui andare oppure erano alloggiati in campi-container. Certo, non il massimo della comodità, ma almeno un tetto sicuro sulla testa c'era. Inoltre era già cominciata (anche se a malapena) la ricostruzione delle città distrutte. Oggi invece, dopo 18 mesi, a L'Aquila non hanno neanche sgombrato completamente le macerie dei crolli del 6 aprile 2009. Resta solo una cosa: l'insegnamento sulla rapidità dei tempi di intervento. Oggi la Protezione Civile è in grado di intervenire praticamente con immediatezza ovunque (magari come a L'Aquila, intervengono senza macchinari, perchè l'organizzazione disposta dai vertici è assolutamente inefficiente; ma comunque intervengono) e questo spesso fa la differenza nel salvare vite umane.

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di Antonio Rispoli
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