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Affinchè il 1° Maggio non sia una celebrazione inutile.


Affinchè il 1° Maggio non sia una celebrazione inutile.
02/05/2010, 11:05

 

PERCHÉ IL PRIMO MAGGIO NON SIA SOLO UNA INUTILE CELEBRAZIONE.

di Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco


 

Perché il Primo Maggio non sia solo una inutile celebrazione occorre che ci siano, ancora, due qualità, che il movimento sindacale non deve perdere mai: la capacità di indignarsi di fronte alla ingiustizia e la continua ricerca di una proposta nuova per consentire alla contrattazione di raggiungere buoni risultati per i lavoratori.


 

La storia

“Una storia non raccontata, non è mai esistita”. (Enzo Biagi)


 

Chiameremo Marko, il protagonista di questa vicenda, per non procurargli dei problemi.

Marko, è un tecnico albanese, che da diciotto anni vive e lavora a Napoli, dove, insieme con la moglie, ha cresciuto tre figli, che appartengono alla emigrazione di seconda generazione. Questi ragazzi,sono italiani per lingua, abitudini ed educazione, ma non ancora riconosciuti. Marko, dopo un lungo iter burocratico, è in attesa della cittadinanza italiana, che salverebbe anche i suoi figli da una espulsione incomprensibile.

Pur essendo un ottimo tecnico metallurgico, Marko lavora come operaio preso una fonderia di alluminio che è ubicata nella zona orientale di Napoli, poco lontano dal luogo, dove alcuni giorni fa sono morti una coppia di immigrati polacchi, sepolti sotto le macerie di una casa abbandonata.

Non si capisce bene quale tipo di rapporto abbia con il suo datore di lavoro. Probabilmente, come tutti i suoi compagni è in cassa integrazione, ma continua a lavorare per il suo padrone, che in questo modo truffa l’INPS, l’Agenzia delle Enrate, perché fattura al nero, non rispetta l’ambiente, non paga tasse al Comune e smaltisce rifiuti tossici delle lavorazioni contro le leggi vigenti. Il lavoro nella fonderia è duro, pesante e senza orari. Marko, alla fine della mattinata di Venerdì scorso, è colpito da un malore. Il dolore al petto è forte, ha difficoltà a respirare, sviene nel reparto dove lavora. Prima che qualcuno prende atto che la cosa è grave passano molti minuti. Poi, sia il suo datore di lavoro, che i suoi colleghi operai, lo soccorrono. Non chiamano, però un ambulanza per portarlo al vicino ospedale, lo portano fuori dallo stabilimento, sul marciapiede e lo appoggiano ad un albero; ogni tanto qualcuno va a vedete come sta. Nessun altro aiuto, non usano nemmeno un auto privata per accompagnarlo a casa. Sarà lui, che ripresosi alla meglio, si metterà alla guida della sua auto ed andrà a casa sua, nella vana speranza che il male, frutto della stanchezza del lavoro, si attenui. Dopo qualche ora, si renderà necessario il ricovero al Cardarelli dove Narko sarà subito messo in sala di rianimazione per le sue gravi condizioni. Solo il Lunedì successivo, grazie alle cure dei medici, verrà dichiarato fuori pericolo. La causa del grave attacco cardiaco è stata assegnata dall’equipe medica, agli sforzi per il lavoro pesante, allo stress per la precarietà della sua condizione, alla cattiva alimentazione ed alla mancanza di riposo. Ha corso il rischio di morire di stenti, come si diceva una volta. Il grave rischio che Marko ha corso è dovuto alla mancanza di un sollecito soccorso. Se fosse arrivato in ospedale, entro la prima ora, e questo era sicuramente possibile, perché l’Ospedale Loreto Mare è vicinissimo alla fabbrica; non avrebbe avuto le conseguenze gravi che ha subito, sarebbe tornato a casa la stessa sera, senza ulteriori danni.

I colleghi di lavoro hanno cercato di giustificarsi con la moglie di Marko, parlando del lavoro che manca, del rischio di chiusura della fonderia, del padrone che impone ritmi di lavoro pesanti. Il padrone, ha dimostrato nella occasione un cinismo ancora peggiore, dichiarando che non aveva dato peso al malore del suo operaio, l’unica cosa che contava era quello di allontanarlo dal reparto, per far continuare il lavoro. La vergogna dei suoi colleghi, sta nel fatto di averlo abbandonato per strada, come un cane, perché niente doveva collegare quell’albanese con la fabbrica; che secondo la legge doveva essere chiusa e senza attività.

Si deve andare a Rosarno per combattere contro il caporalato, ma si deve anche combattere contro operai senza coscienza, senza solidarietà e che pensano che a loro non capiterà mai quello che invece, ogni giorno accade. Chi sa quale è il nome del sindacalista che ha firmato la cassa integrazione all’Ufficio del lavoro di Napoli, chi sa quale ispettore del lavoro non ha fatto il suo dovere, chi sa quale impiegato dell’INPS non ha controllato. Ma chi ha abdicato alla sua missione è il sindacato. I casi, come quello di Marko, sono moltissimi, che restano sconosciuti, perché non fanno notizia. Purtroppo, rappresentano una drammatica normalità quotidiana, che diventa cronaca solo quando registra la morte dei protagonisti. Sono migliaia i caduti sul lavoro per gli incidenti, mentre non fanno parte di nessuna statistica tutti quelli che si ammalano per il lavoro, e spesso ne muoiono.

Il mondo del lavoro deve ritornare ad essere unito in una coscienza di classe, non è una vergogna lavorare come un disperato in una fonderia. E’ una vergogna comportarsi senza coscienza. L’indignazione per le ingiustizie significa soprattutto non arrendersi di fronte alla mancanza di sensibilità verso i nostri simili, non abituarsi alla sopraffazione, mantenere alta la propria coscienza di essere una persona ed un lavoratore, non rinunciare mai alla propria dignità.


 

La Proposta

“Dal Sindacato della protesta al sindacato della proposta”. ( Contratto F.L.M. 1972)


 

Il limite maggiore del sindacato in questi ultimi anni è stata la mancata capacità di proposta. La sempre crescente difficoltà unitaria del sindacato italiano ha portato come prima e più importante conseguenza il dover subire l’iniziativa dei Governi di centro destra, delle organizzazioni degli imprenditori, delle scelte della finanza. L’esasperazione del fenomeno della globalizzazione ha reso lontani ed irraggiungibili i centri di potere, per cui un sindacato nazionale non ha saputo trovare gli interlocutori giusti per contrattare le regole e le condizioni del lavoro. Dal crollo delle “Torri Gemelle” a New York, il sindacato in Italia ed in molti paesi europei, ha visto perdere continuamente il suo potere di contrattazione. Le politiche del sindacato si sono inaridite e sono prevalsi due atteggiamenti sbagliati, l’uno di disponibilità quasi totale alle richieste del Governo e della Confindustria, l’altro di contrapposizione e rifiuto di concludere accordi con la controparte. Ne ha fatto le spese la capacità di “proposta” del sindacato. Nopn ci sono state più richieste unitarie, nessuna piattaforma condivisa, nessuna idea comune. L’iniziativa è stata stabilmente presa dai manager che impongono le loro scelte senza nessuna possibilità di mediazione.

Il caso di Fiat è emblematico. Termini Imerese verrà chiuso senza pietà, a Pomigliano non saranno più costruite Alfa Romeo, ma un unico modello di auto: la nuova Panda. Ma per vedersi assegnata definitivamente questa possibilità produttiva, nello stabilimento ci dovranno eseere condizioni di lavoro come in Cina. I lavoratori dovranno fare tre turni di lavoro per sei giorni alla settimana e garantire anch3e, alla partenza del nuovo modello ulteriori 80 ore di straordinario. Insieme al turno di notte, i tempi di lavoro dovranno essere molto più serrati, ed andranno riviste le pause e le saturazioni. Il messaggio di Marchionni è chiaro: “Solo a queste condizioni la Fiat farà i 700 milioni di investimento per produrre la nuova Panda.” Durante il periodo fascista, il sabato si lavorava mezza giornata. Nel 1972, il contratto di lavoro dei metalmeccanici consolidava la settimana lavorativa in 40 ore. Questa è la proposta della azienda e non si sono sentite voci indignate di fronte a questo scenario in cui nessun diritto è riconosciuto. Questo grande manager con il pullover, per far guadagnare la sua società, non ha trovato niente di meglio e di più moderno che il vecchio e maledetto sistema dello sfruttamento dei lavoratori. Lavorare di più ed essere pagati di meno, se si vuole lavorare, queste sono le condizioni del grande manager. I padroni, quando vanno in difficoltà non sanno trovare di meglio che alimentare lo sfruttamento e diminuire i diritti dei lavoratori.

Noi, che siamo affezionati al sistema della contrattazione, proviamo a costruire una proposta, in cui non siano per forza i lavoratori a subire. L’esigenza della Fiat è quella di avere il massimo utilizzo degli impianti, noi pensiamo che si possa fare un nuovo regime di orario: il 6x6. Sei ore al giorno per sei giorni alla settimana, per quattro turni. Invece che 18 turni, 24. Il primo turno dalle 6 alle 12, il secondo dalle 12 alle 18; il terzo dalle 18 alle 24, il quarto dalle 24 alle 6 di mattina del giorno dopo. Il turno di notte capiterebbe solo una volta al mese, i lavoratori invece di 48 ore alla settimana ne farebbero 36, ben 12 in meno. Lo stipendio rimarrebbe uguale a quello del regime a 40 ore, perché l’indennità di lavoro notturno coprirebbe le mancate ore di lavoro settimanale, non lavorate e non retribuite. Con il risparmio complessivo, l’azienda potrebbe assumere e retribuire i lavoratori del quarto turno. Le pause, ben distribuite, permetterebbero di sostenere ritmi più gravosi. Insomma un modo moderno di lavorare, con grande flessibilità produttiva. Se a qualcuno interessa sul serio, saremo in grado di quantificare tutti i benefici di una simile scelta. Nella proposta, avrei aggiunto, che nell’ambito della necessaria trasformazione dello stabilimento, sarebbe stato possibile montare su tutti i capannoni pannelli fotovoltaici, e solari, mentre era possibile riorganizzare il riuso delle acque di lavorazione e lo smaltimento dei rifiuti industriali. Nello stabilimento di Pomigliano c’è lo spazio per costruire un grande di gestore dei rifiuti, per produre energia dal biogas. Questi interventi, possono essere cofinanziati con fondi europei e creerebbero un grande risparmio e nuova occupazione.

E’ una utopia una proposta del genere. I sogni sono impossibili da realizzare solo da parte di chi non ha il coraggio di provarci. Non esiste niente che il genere umano vuole realizzare e non sia possibile farlo. Occorre volontà, intelligenza, coraggio e determinazione ed anche le imprese più difficili possono essere realizzate. In questo caso sedersi senza una proposta al tavolo delle trattative è accettare senza discussione l’impostazione della azienda non significa fare il bene dei lavoratori. D’altra parte non firmare l’accordo e subirlo lo stesso non ha senso. Provocare una discussione su una proposta nuova e diversa, può rappresentare un modo diverso per far rientrare gli imprenditori nel mondo delle persone. Imporgli perlomeno di riflettere, prima di dare una risposta negativa, significa dimostrare che un altro modo di produrre esiste, che un mondo diverso è possibile da quello che ci propone Marchionni. Si può essere sconfitti a Pomigliano, ma forse, l’anno prossimo si può vincere in tutto il paese. Un sindacato migliore è possibile, un sindacato vivo e disponibile è necessario.

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di Raffaele Pirozzi
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