Cronaca / Nera

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Il blitz a Casale. Ritenuto mandante di un triplice omicidio

Arrestato Nicola Schiavone, figlio ed erede di Sandokan


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Arrestato Nicola Schiavone, figlio ed erede di Sandokan
15/06/2010, 09:06

NAPOLI – Questa mattina all'alba le manette sono scattate per Nicola Schiavone, considerato attuale reggente della fazione Schiavone del sodalizio criminale dei Casalesi. Il giovane (nella foto), figlio del boss Francesco detto Sandokan, è stato raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Dda di Napoli per omicidio: secondo gli inquirenti è il mandante dell’agguato che costò la vita a Francesco Buonanno, Modestino Minutolo e Giovan Battista Papa, tre affiliati uccisi per uno sgarro a Villa di Briano.
Schiavone, temendo l’arresto, si era reso irreperibile già da diversi mesi. Gli agenti della Squadra Mobile di Caserta, diretti da Angelo Morabito, erano però sulle sue tracce, e ricostruendo i suoi spostamenti sono riusciti ad individuare il nascondiglio nel quale si rifugiava. Il trentunenne rampollo del clan era rimasto nelle sue terre, al centro del centro del potere del clan camorristico che rappresentava. Era a Casal di Principe.
Si nascondeva in un villino bunker nella zona periferica del paese, in via Caprera. Il blitz della polizia è stato compiuto da una ventina di agenti che hanno sorpreso Schiavone nella villa dotata di ogni confort, compreso un televisore Lcd di grosse dimensioni. All'interno della casa, protetta da alte mura di cinta e da spesse cancellate, non c'erano armi, ma soltanto un rivelatore di microspie e delle apparecchiature in grado di intercettare le comunicazioni delle forze di polizia; stratagemmi adottato dal giovane boss per eludere i controlli, ma che non gli sono serviti per evitare l’arresto. Tutte le vie di fuga erano state bloccate. Resosi conto di essere ormai circondato, Schiavone non ha reagito e si è complimentato con i poliziotti. All’interno del covo è stata individuata anche una stanza dove Nicola Schiavone dipingeva. Una passione ereditata da Ciccio ‘o barbone che, quando fu scovato nel covo di Casal di Principe, conservava oltre ad una collana di libri su Napoleone Bonaparte anche una serie di quadri che aveva dipinto e raffiguranti Cristo e volti di santi. I soggetti però sono diversi: nel bunker di via Caprera, il 31enne si dilettava a ritrarre figure femminili e paesaggi.

Nicola Schiavone è il primo dei sette figli di Sandokan, alias Ciccio ‘o barbone, in carcere dal 1998 al regime di 41 bis per condanne all’ergastolo. Sulla base delle intercettazioni telefoniche e delle rivelazioni di diversi collaboratori di giustizia, gli agenti hanno accertato che Nicola è subentrato al padre nella guida del clan. Per la giustizia, però, Nicola Schiavone era incensurato fino al 9 gennaio scorso quando, a conclusione di indagini di polizia e carabinieri, coordinate dalla Dda partenopea, la prima sezione penale del Tribunale di S.Maria Capua Vetere, presieduta da Raffaello Magi, lo ha condannato, in primo grado, il 9 gennaio scorso a 2 anni e 8 mesi di reclusione per intestazione fittizia di beni. Si tratta, in particolare, della rivendita di auto 'Trident' di Casal di Principe ritenuta acquisita illecitamente dalla cosca e che Nicola Schiavone - considerato un socio occulto della ditta - intendeva sottrarre al sequestro ed alla successiva confisca. L'indagine sulla costituzione della società e sull'attività dell'autosalone, inaugurato nel 2003, era stata avviata nel 2003 sulla base di una intercettazione ambientale, durante un colloquio tra Sandokan e due dei figli, Nicola e Carmine.

Nicola Schiavone era sparito dalla circolazione da giugno scorso, probabilmente proprio su suggerimento del padre, dal quale riceveva ordini e indicazioni anche durante la detenzione del boss. Poi, a conclusione delle indagini, l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa su richiesta dei magistrati che hanno coordinato le indagini, i pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro, Giovanni Conzo e Cesare Sirignano.

Soddisfazione per la cattura di Nicola Schiavone e' stata espressa, tra gli altri, dai presidenti di Camera e Senato, Giancarlo Fini e Renato Schifani, dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, dal segretario dell'UDC, Lorenzo Cesa, dal capo della Direzione nazionale antimafia, Pietro Grasso, nonche' da associazioni anticamorra del casertano e dal presidente della Provincia di Caserta, Domenico Zinzi.


LE INTERCETTAZIONI
Nelle intercettazioni, contenute nell’ordinanza di custodia eseguita oggi nei confronti del rampollo dei Casalesi e reggente della fazione Schiavone, si scopre il modus operandi del clan e la freddezza con cui vengono pianificate le strategie criminali. Si potrebbero riassumere, rubando una frase da qualche film di mafia dei più cruenti, con poche parole: “Sono solo affari”.

Nel provvedimento, emesso dal gip Marina Cimma su richiesta dei pm della Dda di Napoli Antonello Ardituro, Giovanni Conzo e Cesare Sirignano, ci sono numerose conversazioni, ottenute con intercettazioni ambientali, relative all’omicidio ed al sistema da utilizzare per far sparire i corpi, seppelliti nelle campagne del casertano. Elementi chiave che sono stati fondamentali per gli inquirenti, che ascoltando quelle parole hanno potuto ricostruire autori e mandanti del triplice omicidio avvenuto nel maggio dello scorso anno.

Le fasi della pianificazione sono state raccolte nel dialogo intercorso tra due dei killer, Roberto Vargas e Francesco Della Corte, che il giorno prima degli omicidi effettuarono un sopralluogo con una Smart per individuare il luogo più adatto dove seppellire i corpi. Vargas studia il tragitto, cerca di individuare la zona migliore: “Vediamo come dobbiamo fare per arrivarci. Dobbiamo vedere subito la via sulla destra per arrivarci”. Della Corte però non è d’accordo, ribattendo che l’operazione potrebbe farsi poco distante dalla sua abitazione, “perché sta la terra abbandonata”. Poi, durante la perlustrazione, Della Corte individua quello che gli sembra un luogo adatto e invita Vargas a fermare l’auto per controllare meglio. I due convengono, è quello il punto congeniale e, aggiunge Della Corte, ci si potrà passare con la pala meccanica. Una volta studiata bene la zona, Vargas afferma che hanno trovato la soluzione (“Abbiamo trovato il modo. Con la macchina arriviamo, giriamo e arriviamo direttamente, il tempo che li cacciamo nella terra e la macchina se ne deve andare subito”). I due sono d’accordo. Della Corte aggiunge che aspetterà una telefonata di Vargas e “nel giro di tre minuti li coprirà, li butterà sulla pala”. Della Corte è impaziente, vorrebbe fare subito l’operazione, “così mi levo il pensiero, mi metto a perdere il tempo domani? Poi domani si pigliano e si abbarrano”. Si coprono, cioè, si seppelliscono. Subito dopo la coppia si fa prestare una pala meccanica, scava la fosse ed avverte il proprietario del mezzo che il giorno successivo torneranno a riprenderlo.
Il giorno successivo è l’8 maggio 2009, la data del triplice omicidio. Vargas è ancora nella Smart, con un amico, Eduardo. Commentano quello che è appena stato fatto. “Sono quattro sciarmati, Eduardo, - afferma Roberto Vargas, - perché non tengono jeep, non tengono niente, perché sto organizzando io, questi non tengono niente proprio”. L’amico, che esterna malessere e accenna a qualcosa compiuto poco prima, viene subito interrotto da Roberto ''Perche' ormai, Sono cose che si devono fare e sono state fatte!''. Leggendo le conversazioni immediatamente successive, si intuisce che Vargas ha ne,,e tasche un oggetto di cui bisogna liberarsi quanto prima (“La tengo io nella tasca, adesso la dobbiamo buttare”). E poi bisogna pulirsi. I due, nel compiere le operazioni, probabilmente si sono sporcati. Vargas suggerisce ad Eduardo di pulirsi, poi esterna delle preoccupazioni sul buon esito dell’operazione di seppellimento: “Speriamo che è andato bene, che non si è capovolto lui e la pala”.

I cadaveri di Giovanni Battista Papa e Modestino Minutolo furono trovati due giorni dopo la scomparsa, in una fossa profonda circa tre metri, al di sotto di una scarpata della superstrada Nola-Villa Literno. Quello di Francesco Buonanno, ucciso con colpi di pistola e con un corpo contundente, venne ritrovato in località Popone, tra Casaluce e Frignano. I tre erano affiliati al sodalizio criminale dei Casalesi ed operavano tra Grazzanise e Santa Maria la Fossa. Secondo le indagini e le rivelazioni di due pentiti, furono uccisi perché volevano staccarsi dalla famiglia Schiavone, per la quale si occupavano delle estorsioni, e passare al gruppo guidato da Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte, e per aver tentato una estorsione ed un recupero crediti ad un caseificio controllato dalla famiglia Schiavone.

(ultimo aggiornamento, 20.20)

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di Nico Falco
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