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"Guai a rivendere i beni confiscati alla mafia"

Caselli consiglia a Maroni come combattere la mafia


Caselli consiglia a Maroni come combattere la mafia
10/12/2009, 19:12

Gian Carlo Caselli ha lavorato come procuratore a Palermo in un periodo difficile, difficilissimo; quello che va dal 93 al 99 e, in una lettera aperta al ministro degli Iterni Roberto Maroni pubblicata su "L'antefatto", ricorda al leghista quei "risultati importanti, che hanno consentito alla democrazia del nostro paese di non precipitare nel baratro senza fondo in cui lo stragismo terroristico-mafioso dei corleonesi voleva precipitarci". 
Dopo il breve e sentito amarcord, l'ex procuratore, espone al ministro tutte le sue preoccupazioni riguardo le potenziali falle all'interno del sistema antimafia messo in piedi dal governo. Prima, però, Caselli si complimenta con Maroni e ricorda gli oggettivi successi e il pregevole lavoro all'interno del quale "non si può non registrare una continuità – nel contrasto dell’ala militare di Cosa Nostra – che non si è mai avuta prima". Tuttavia "è da dopo le stragi del ‘92 che gli arresti “eccellenti” si susseguono ininterrotti: con Riina, Bagarella, Brusca, Aglieri Graviano e un’infinità di altri nel primo periodo; e poi via via fino ad oggi con Provenzano, Lo Piccolo, Raccuglia, Nicchi.". Giusta anche l'introduzione del regime 41-bis che "impedisce ai criminali di spadroneggiare anche da dietro le sbarre" e le misure antimafia contenute nel pacchetto sicurezza che rappresentano "solo aggiustamenti di un quadro già esistente ma tuttavia aggiustamenti significativi".

I BENI DELLA MAFIA RIVENDUTI

Oltre ai successi da ricordare e per i quali congratualrsi e ben sperare, però, Caselli decide di esprimere con grande franchezza tutte le sue preoccupazioni sull'evoluzione della lotta alla mafia. Una lotta che non consente distrazioni, passi falsi e comportamenti poco limpidi e contraddittori. Proprio a proposito dei provvedimenti  illogici, l'autore della lettera, mostra tutte le sue riserve riguardo la decisione di rivendere sul libero mercato i beni della mafia dato che, le misure cautelative per evitare che siano gli stessi mafiosi a riappropriarsi dei propri beni, agli occhi di Castelli appaiono "obiettivamente foglie di fico". L'esperienza nella lotta alle cosche criminali e la grande conoscenza dei "movimenti" economici di cui è capace la malavita dovrebbero infatti ricordare a Maroni che i mafiosi "godono di una liquidità che nessun altro operatore economico si può sognare, perché possono utilizzare un esercito di insospettabili prestanome" anche perchè "se qualcuno osasse mettersi di traverso partecipando all’asta o trattativa i mafiosi saprebbero bene come convincerlo a desistere". Guai dunque ad impelagarsi in sentieri di interscambio che potrebbero fornire ai malavitosi un ghiotta opportunità di revanche sui duri colpi fin'ora subiti per opera del lavoro di contrasto dello Stato. Tutti i beni confiscati alle associzioni criminali dovrebbero infatti essere restituiti direttamente alla popolazione, senza aste e vendite in modo da "fare dei sudditi della mafia dei cittadini alleati dello Stato".
In caso contrario, anche la proposta di un Agenzia nazionale che "da anni è auspicata da tanti" equivarrebbe "a governare la stalla dopo aver dato il largo ai buoi".

INTERCETTAZIONI FONDAMENTALI
Per l'ex procuratore anche la riforma delle intercettazioni potrebbe essere un decisivo punto debole nella maglia dell'antimafia. Nell'attuale opera di ridisegno della legge a tal riguardo le interecettazioni "sarebbero di fatto impedite o quasi per tutti i reati che non siano fin da subito riconducibili alla mafia". Un aspetto che rappresenterebbe una grave freno per le indagini delle varie procure e fornirebbe una "una specie di “scudo” ad una mafia che "sempre più da impresa criminale va evolvendo in impresa economica". Molti reati non direttamente ricondicibili alla frangia malavitosa, infatti, ricadono nell'ambito economico e, non poter utilizzare le interecettazioni per monitorare e dimostrare il traffico di denaro sporco proveniente da "estorsioni, usura, bancarotta, corruzione, aste o appalti truccati, frodi, falsi ecc.." rappresenterebbe un grave punto di sfavore per gli inquirenti.

QUELL'EROE MAFIOSO
In conclusione del suo scritto, l'autore della lettera, ricorda al ministro degli Interni il problema grave delle cosiddette "procure di frontiera". Luoghi (soprattutto calabresi e siciliani) dove la polizia e i carabinieri arrestano diversi latitanti ma "rischiano la schizofrenia" visto che non ci sono Pm che possano portare a compimento le indagini. L'aspetto che però pare colpire più nel profondo l'orgoglio e l'anima di Caselli riguarda "un tizio che, come Mangano, viene definito eroe". L'ex giudice precisa di "non voler fare facile polemica" ma di chiedersi esclusivamente (e realisticamente) "Che effetto può avere (sui poliziotti che rischiano la pelle per arrestare pericolosi criminali)"  la dichiarazione di eroismo che proviene "da uomini con incarichi pubblici importanti".

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di Germano Milite
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