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Colpa di una fonte poco attendibile

Caso Boffo: non era vero niente. Feltri si scusa


Caso Boffo: non era vero niente. Feltri si scusa
05/12/2009, 12:12

Come dimenticarsi del polverone scatenato dall'articolo che Vittorio Feltri aveva dedicato all'allora direttore de "L'Avvenire" Dino Boffo? La accuse pesantissime di molestie ad un donna colpevole di avere per marito quello che era anche l'amante di Boffo, stando a quanto ammette lo stesso Feltri, sarebbero del tutto infondate e non verificabili. Dunque, quell'infallibile "informatore" che era stato considerato voce della verità scomoda e scandalosa dal direttore de "Il Giornale", viene oggi ripudiato e relegato nello stretto orifizio dei "non tanto affidabili". Ma l'ammissione e le allegate scuse di Feltri basteranno? Dino Boffo è stato infatti giornalisticamente linciato, umiliato, delegittimato e costretto dunque alle dimissioni. Insomma: non è solita beguccia tra direttori di giornali che si esaurisce con delle scuse pubbliche.
Eppure, in tutta la torbida vicenda, c’è un semplice elemento che potrebbe essere visto come domanda che sorge spontanea: se tutte le calunnie erano assolutamente false o comunque per nulla dimostrabili, come mai Boffo non ha replicato con forza? Perché si è dimesso lasciando comprendere, erroneamente, una sordida colpa? Altro quesito riguarda il direttore del Giornale il quale, a quanto lui stesso ammette, avrebbe preso per assolutamente buone dichiarazioni di una fonte reputata prima “attendibile” e oggi “non verificata”.
Le dichiarazioni odierne di Feltri del resto parlano chiaro: “Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tanto meno si parla di omosessuale attenzionato. Questa è la verità. Oggi Boffo sarebbe ancora al vertice di "Avvenire". Personalmente non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche. Insieme, un secondo documento (una nota) che riassumeva le motivazioni della condanna. La ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali”. La domanda conclusiva a questo punto potrebbe essere: ma le dimissioni di Feltri? La risposta però arriverebbe in maniera altrettanto spontanea ed addurrebbe un giustificazione del tipo:"Ma Vittorio Feltri ha solo eseguito un ordine datogli dall'alto". Questa risposta, però, contraddirebbe in maniera lampante l'autonomia di pensiero, azione (e calunnia) tanto sbandierata dal direttore del "Giornale".

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di Germano Milite
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