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Per salvare Stefano sarebbe bastato un cucchiaio di zucchero

Caso Cucchi: i medici ora rischiano fino ad 8 anni


Caso Cucchi: i medici ora rischiano fino ad 8 anni
01/05/2010, 11:05

ROMA - Si fa sempre più grave la situazione dei medici dell'ospedale Sandro Pertini coinvolti nel decesso del giovane Stefano Cucchi. A quanto risulta dalle indagini svolte dai pm, infatti, "sarebbe bastato un cucchiaino di zucchero a salvare la vita al ragazzo".
Come previsto, l'avviso di conclusione delle indagini, è stato presentato ieri ai legali dei 13 indagati tra i quali figurano un dirigente del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria (Prap), tre agenti di polizia penintenziaria accusati di lesioni e altre nove persone tra personale medico e paramedico del Pertini di Roma. E proprio sulle gravissime responsabilità dei medici, i pm paiono oramai non avere più dubbi. Dalle accurate indagini effettuate, difatti, sarebbe bastato pochissimo per salvare la vita del geometra 31 enne. Il reato contestato ai nove è dunque quello di morte conseguente all'abbandono di persona incapace. Giuridicamente e penalmente parlando, la nuova accusa è addirittura peggiore di quella di omicidio colposo mossa in un primo momento e, comprendendo l'aggravante del dolo, prevede una pena che arriva fino ad otto anni di carcere invece di cinque. 
La ricostruzione dei pubblici ministeri è molto accurata e mette in luce, una per una, tutte le responsabilità oggettive dei vari indagati: Cucchi è stato prima malmenato con calci e pugni dai tre agenti penitenziari e, subito dopo, per coprire il gesto ignobile dei tre uomini, si è deciso per il trasferimento presso l'ospedale Sandro Pertini. Ma il nosocomio è assolutamente inadatto ad ospitare il giovane anche se, come gli inquirenti ipotizzano, la sua degenza presso quella struttura doveva fornire un alibi ai poliziotti: Stefano doveva infatti essere registrato come paziente che versava in condizioni di salute normali. 
Per tutta l'operazione, viene coinvolto anche il direttore dell'ufficio dei detenuti del Prap,
Claudio Marchiandi. Marchiardi, che era a passeggio con la fidanzata poichè fuori servizio, si precipita subito al Pertini per convincere la dottoressa Rosita Caponetti a ricoverare il ragazzo. Inizialmente il medico rifiuta il ricovero ma, successivamente, accoglie Cucchi all'ospedale e scrive addirittura una falsa cartella all'interno della quale le condizioni del paziente vengono definite "buone" (apparato muscolare tonico e condizioni di nutrizione discrete). Sei giorni dopo Stefano muore; ucciso dalle percosse ma soprattutto dall'incuria totale dei cinque medici e tre infermieri i quali, secondo quanto scrivono i pm, non si preoccuparono di  garantire al degente "i più elementari presidi terapeutici e di assistenza". I nomi sono quelli del primario Aldo Fierro, dei medici Silvia Di Carlo, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Stefania Corbi, degli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe.
I giudici, dunque, sono stati in breve tempo capaci di descrivere con estrema cura l'incredibile stato di abbandono in cui versò il giovane tossicodipendente prima di morire. Il personale medico, infatti, non si preoccupò di effettuare un'elettrocardiogramma e nemmeno di sostituire il catetere ostruito che provocò un accumulo di urine all'interno della vescica ed una conseguente compressione del torace e dei muscoli addominali del ragazzo. Ma a Stefano, nonostante le percosse subite e la totale inadeguatezza delle cure, sarebbe comunque bastata una dose di zuccheri per evitare che il livello glicemico scendesse al di sotto della soglia necessaria per la sopravvivenza.
Nemmeno per un attimo toccata dalla propria coscienza, la dottoressa Bruno si adoperò per un altro falso: il certificato di morte del geometra sul quale venne scritto che, la causa del decesso, fu naturale. 8 anni di galera? Sicuramente pochi, potranno osservare in molti.

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di Germano Milite
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