Cronaca / Giudiziaria

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Leader del Pdl: “Mai avuti conti all’estero”

Caso Mediaset, Berlusconi: “Sentenza surreale”


Caso Mediaset, Berlusconi: “Sentenza surreale”
23/05/2013, 17:04

AGGIORNAMENTO A CURA DI ERIKA NOSCHESE

 “Le motivazioni della sentenza della Corte di Appello di Milano nella vicenda Diritti tv sono davvero surreali. Mai ho avuto conti all’estero come risulta indiscutibilmente dagli atti. Mai neppure un centesimo delle asserite violazioni fiscali mi è pervenuto così come parimenti risulta dagli atti". È quanto dichiarato  - attraverso una nota - dal leader del Pdl Silvio Berlusconi a proposito delle motivazioni della corte d'Appello sulla sentenza Mediaset.
"Tutti i proventi dei diritti - scrive Berlusconi - sono rimasti in capo alle aziende di terzi che li commercializzavano. Vi è di contro la prova conclamata che alcuni dirigenti infedeli di Mediaset hanno ricevuto svariati milioni di euro per comperare tali diritti.
"E' ovvio – si evince ancora dalla nota- che mai un imprenditore avrebbe potuto tollerare che i suoi dirigenti" fossero pagati da fornitori per agevolare gli acquisti nella propria azienda. Se vi è ancora un barlume di buonsenso sull'applicazione del diritto e sulla valutazione del fatto questa sentenza non potrà che essere posta nel nulla riconoscendosi la mia assoluta innocenza".

MILANO - La Corte d'Appello di Milano ha depositato le motivazioni della sentenza di condanna per Silvio Berlusconi a 4 anni di reclusione e 5 anni di interdizione ai pubblici uffici. In essa si confermano le motivazioni della sentenza di primo grado aggiungendo che dal processo è risultato evidente che Berlusconi ha continuato a gestire Mediaset anche quando era premier, quanto meno prendendo le decisioni più importanti, come quelle di strategia aziendale. E spiega: "La pena stabilita in prime cure è del tutto proporzionata alla gravità materiale dell'addebito e alla intensità del dolo dimostrato". 
Oggi c'è stato anche il deposito da parte della Corte di Cassazione delle motivazioni con cui ha respinto la richiesta di spostamento dei processi a Brescia. Ed è una sentenza molto chiara: la richiesta di spostamento dei processi è "ispirata da strumentali esigenze latamente dilatorie, piuttosto che da reali e profonde ragioni di giustizia". Inoltre, l'assunto alla base della richiesta, cioè di intenti complottistici da parte della Procura milanese, è una "accusa infamante, che colpisce un presupposto o una precondizione irrinunciabili della professionalità e dell'onorabilità del giudice, quali il dovere di imparzialità e l'indipendenza di giudizio". Viene stigmatizzato nella sentenza anche il comportamento del Cavaliere nei confronti dei giudici del processo civile che ha stabilito l'assegno di mantenimento per l'ex moglie Veronica Lario (da lui definite in Tv "giudicesse femministe e comuniste"). In quanto al fatto che i Pm celebrino i processi contro Berlusconi, la risposta della Cassazione è semplice: "I pm fanno il loro 'mestiere' e certo non può addursi a motivo di temibili intenti persecutori che si adoperino... con tenacia e determinazione anche polemica e decisa ma mai esorbitante dalla normale dialettica processuale". 
Altro punto presentato dai legali dell'ex premier come causa dello spostamento dei processi a Brescia erano le visite mediche legali chieste per le assenze del premier perchè affetto da uveite. Ma la Cassazione ricorda che non si trattava di un malanno che impedisse la partecipazione di Berlusconi ai processi e che le richieste erano assolutamente legittime. E specifica: "Non è dato comprendere quale vistosa anomalia o pervicace grave lesione dei diritti di difesa dell'imputato possano ravvisarsi nell'attività accertatrice del concreto impedimento a comparire dell'imputato svolta da un normale collegio giudicante, atteso che il semplice volontario ricovero ospedaliero dell'imputato, per una infermità segnalata in sé come non grave (congiuntivite, uveite), né oggettivamente impeditiva della partecipazione al processo, non può valere a dar luogo 'ipso iure' al differimento dell'udienza". 

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di Antonio Rispoli
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