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Ad affermarlo un documento sulla Chiesa e il Mezzogiorno

Cei: crisi più dura al Sud Italia


Cei: crisi più dura al Sud Italia
24/02/2010, 19:02

Il sud Italia è stata la parte della penisola a pagare il conto più salato dell’attuale crisi economica. Ad affermarlo è la Cei nel documento su Chiesa e Mezzogiorno, che teorizza il suo studio sulla presenza nel Mezzogiorno “di molte famiglie monoreddito, con un alto numero di componenti a carico, con scarse relazioni sociali ed elevati tassi di disoccupazione”.
Tutti “mali” della società italiana già esistenti prima della crisi, ma che hanno dato un peso più sostanzioso al periodo di magra economica. Tra l’altro, si tratta di questioni strettamente legate fra loro. Le famiglie monoreddito, tengono ancora i figli a carico per mancanza di sbocchi nel mercato del lavoro, i quali sono la causa degli elevati tassi di disoccupazione. La solita ruota che gira a sfavore del sud. "Questa situazione - spiega la CEI - è favorita dalla bassa crescita economica e da una stagnante domanda di lavoro, che a loro volta provocano nuove povertà e accentuano il disagio sociale. La disoccupazione tocca in modo preoccupante i giovani e si riflette pesantemente sulla famiglia, cellula fondamentale della società". Per i vescovi, “i giovani del Meridione non devono sentirsi condannati a una perenne precarietà che ne penalizza la crescita umana e lavorativa”. Anche se “non è facile individuare quali possano essere le migliori politiche del lavoro” per il Sud, la Cei chiede alla politica di puntare sulla “formazione professionale”. Politica che servirebbe soprattutto a fermare l’esodo costante di forza lavoro dal sud verso il nord che “cambia i connotati della società meridionale, privandola delle risorse più importanti e provocando un generale depauperamento di professionalità e competenze, soprattutto nei campi della sanità, della scuola, dell'impresa e dell'impegno politico”.
E proprio sull’impegno politico, la Cei, citando un discorso del Papa, afferma che “bisogna favorire in tutti i modi nuove forme di partecipazione e di cittadinanza attiva, aiutando i giovani ad abbracciare la politica, intesa come servizio al bene comune ed espressione più alta della carità sociale”. Avvicinarsi al mondo politico significa anche avvicinarsi allo Stato, rifiutando “mafie che avvelenano la vita sociale, pervertono la mente e il cuore di tanti giovani, soffocano l'economia, deformano il volto autentico del Sud”. Nel Mezzogiorno tricolore, “le mafie sono strutture di peccato – denunciano i vescovi - solo la decisione di convertirsi e di rifiutare una mentalità mafiosa permette di uscirne veramente e, se necessario, subire violenza e immolarsi. Come hanno fatto i numerosi testimoni immolatisi a causa della giustizia: magistrati, forze dell'ordine, politici, sindacalisti, imprenditori e giornalisti, uomini e donne di ogni categoria”.
Secondo i vescovi, in definitiva, “affrontare la questione meridionale diventa un modo per dire una parola incisiva sull'Italia di oggi e sul cammino delle nostre Chiese”.

 

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di Salvatore Formisano
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