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Cestari: “L’Italia ha sbagliato strategia. Perde il petrolio libico”


Cestari: “L’Italia ha sbagliato strategia. Perde il petrolio libico”
21/03/2011, 14:03

“L’Italia avrebbe dovuto assumere un ruolo ben diverso nei confronti della Libia, dell’Unione Europea e dell’Occidente. Ha invece scelto di mettersi alla ruota di Francia, Inghilterra, Usa e Canada compromettendo, con la sua disponibilità all’azione bellica, oltre quarant’anni di relazioni con il suo principale fornitore di petrolio diventato, ora, dirimpettaio pericolosissimo”.

L’ingegnere Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale e Console in Italia della Repubblica Democratica del Congo analizza con grande preoccupazione la situazione attuale: “Il Governo italiano era riconosciuto da Tripoli e Gheddafi aveva un rapporto personale ed istituzionale cordiale con Berlusconi; in Libia sono notevoli gli investimenti di imprese italiane così come strutturale era l’approvvigionamento, in massima parte attraverso oleodotto, di petrolio; l’unica vera interlocuzione extra africana con Tripoli l’ha storicamente intrattenuta Roma. Per una lunga serie di motivi le relazioni tra Italia e Libia erano quindi buone, certamente le migliori di Tripoli al di fuori di quel continente. Ritengo che il Presidente del Consiglio Berlusconi, in forza di credenziali nei confronti del governo libico che solo lui poteva vantare, sabato scorso invece di andare a Parigi avrebbe dovuto recarsi a Tripoli per incontrare Gheddafi. Anche a costo di realizzare il summit a bordo di una nave od all’interno di un bunker avrebbe dovuto imporre ad Unione Europea ed Usa la mediazione nei confronto di Gheddafi come strada maestra prima del ricorso alle armi; avrebbe dovuto proporre l’istituzione di un governo libico di coalizione con l’Italia garante. Operazione che sarebbe stata vista da tutto il mondo, arabo compreso, come cruciale sia per la salvaguardia dei delicati equilibri interni alla Libia che tra quelli suoi con il resto del mondo. Da emissario della Comunità Europea e di tutto l’occidente, incontrando Gheddafi Berlusconi avrebbe riconsegnato all’Italia il ruolo-chiave nella diplomazia transnazionale. Mantenendo inalterati i quarantennali rapporti di sostanziale buon vicinato con la Libia, avrebbe inoltre tutelato gli interessi energetici dell’intero Paese oltre che quelli (complessivamente miliardari) di tante imprese private che ‘con’ ed ‘in’ Libia lavorano”. Cestari mastica amaro: “Avendo invece scelto la strada peggiore, l’Italia ha immediatamente provocato in Libia sentimenti di rancore ed odio che dureranno secoli; ha determinato l’immediato invito di Gheddafi alla Cina a comprare il petrolio fino ad un mese fa estratto per l’Italia ed ha messo in una situazione di assoluto pericolo il Paese che, tra quelli impegnati militarmente, è il più vicino alle coste libiche. Grave errore strategico. Mentre gli altri oggi fanno la guerra a Tripoli da Washington, Parigi o Londra, quando le azioni militari saranno terminate sarà l’Italia a dover gestire i rapporti di vicinato con una nazione temibile, rancorosa e vendicativa”. Per questo Cestari ritiene anche sbagliato “non aver imposto che le decisioni su tempi e modalità di intervento fossero assegnate all’Italia, unico Paese che subirà nel corso degli anni, direttamente ed indirettamente, le conseguenze di quest’offensiva. Ci stiamo assumendo da comprimari solamente tutti i rischi di un’operazione di forza ammantata dal vacuo concetto di difesa della democrazia, fortemente voluta e condotta da quei Paesi che sulle materie prime libiche non hanno mai messo le mani. In cambio non avremo nulla di più di quanto non avessimo già avuto dalla Libia”.

La condanna dell’Africa subsaharina: Ma c’è di più: “Ho sentito finora molti tra Capi di Stato e ministri dei 19 Paesi dell’Africa Sub Sahariana (quelli su cui ItalAfrica Centrale ha competenza): ebbene, tutti stigmatizzano l’operazione vista come un intervento militare in un Paese sovrano finalizzato a determinare nuovi equilibri interni, tutti si sono detti contrari a quella che esplicitamente definiscono come ‘prevaricazione’ ed ‘intrusione’ mascherate dalla tutela dei diritti umani. Qualcuno, come il presidente RDC Kabila, è palesemente adirato. Tutti hanno quindi raffreddato in maniera immediata i rapporti con gli Stati ed i Governi impegnati nell’operazione militare. La conseguenza immediata? Oggi si registrano enormi difficoltà nei rapporti imprenditoriali con Paesi che, ricchi di materie prime, stanno dirottando i loro affari verso partner di nazioni neutrali come Cina, Germania, Arabia, Libano, India, Brasile, Argentina. L’imprenditore italiano che oggi internazionalizza le sue attività in Africa incontra difficoltà molto superiori a quelle di chiunque altro”. L’Italia esce malissimo da questa vicenda: è visto come un Governo debole, succube delle decisioni altrui ed incapace di difendere il patrimonio di interessi pubblici e privati e di relazioni diplomatiche finora costruiti in Africa”.

Sulla condanna africana pesa anche un altro elemento di valutazione: “In subsahara vi sono decine di democrazie giovani, fragili ma molto sentite dalle popolazioni che le hanno volute ed ottenute, spesso, dopo decenni di sanguinose guerre intestine. Ebbene, l’intervento dell’Occidente e dell’Ue in Libia suona come un campanello d’allarme per tanti governi che si reggono su risicati margini di maggioranza. Decidendo di intervenire militarmente in Libia, ai loro occhi l’Ue appare come un arbitro imparziale (perché mosso da interessi economici) delle controversie interne ai singoli Paesi africani. La sommossa di una qualsiasi minoranza interna africana, con effetti non distanti da quanto avvenne a Roma qualche mese fa, produrrebbe allora l’invio di Tornado, lo sgancio di missili e bombe sulle sedi governative solo perché la destabilizzazione farebbe gli interessi di questa o quella potenza occidentale?”.

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di Redazione
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