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Cosa c'è dietro i diktat di Marchionne?


Cosa c'è dietro i diktat di Marchionne?
04/12/2010, 08:12

Ieri c'è stato un altro intoppo nelle trattative per il futuro dello stabilimento Fiat di Mirafiori. Ancora una volta l'azienda è arrivata con un pacchetto "prendere o lasciare" per i sindacati; un pacchetto molto indigesto, soprattutto quando si dice che il contratto di assunzione non avrà alcun rapporto con il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per i metalmeccanici. Fiom ha detto di no, Film e Uilm hanno chiesto di poterci pensare, Ugl e Fismic hanno detto che erano prontissimi a firmare. Per tutta risposta la Fiat ha chiuso la discussione.
Ma che significa un contratto aziendale non collegato al CCLN? Semplice: che l'azienda può decidere un contratto da 60 ore di lavoro settimanale ad un euro l'ora. E i lavoratori dovranno accettarlo senza discutere, altrimenti vengono cacciati. Infatti, l'altro inghippo della vicenda è il loro licenziamento dalla Fiat e l'assunzione in una nuova società, chiamata Nuova Mirafiori (una joint venture tra Fiat e Chrysler), il cui contratto è in discussione adesso. E' questo il futuro dell'economia italiana? Uno Stato dove a decidere le regole sono i "padroni"? Certo, questo è un termine antico, tipico dell'800. Ma quello che la Fiat di Marchionne sta proponendo è proprio un ritorno all'800, una cancellazione di tutti i diritti ottenuti dai lavoratori in Occidente negli ultimi due secoli. Si torna a quando c'erano folle di persone davanti ai cancelli delle fabbriche e i padroni facevano entrare quelli che accettavano i salari più bassi. 
Ma d'altronde era ovvio che, dopo Pomigliano, la Fiat avrebbe insistito. Ma il governo, anzichè sanzionare pesantemente l'azienda torinese, ha sostenuto la cancellazione di numerosi diritti voluta dal contratto (niente pausa pranzo, soste ridotte, divieto di sciopero, ecc.). E anche ieri Sacconi ha chiesto ai sindacati di accettare qualsiasi cosa "per non lasciarsi sfuggire gli investimenti che la Fiat ha deciso di fare in Italia". E qui veniamo al punto fondamentale: quali investimenti? La società automobilistica torinese investe i rimasugli da oltre 10 anni. Non ci sono nuovi modelli di automobile da una eternità (l'ultimo è stato la Punto, perchè i restyling non contano), non ci sono miglioramenti nella catena di montaggio anche da prima. Niente nuove tecnologie (le auto elettriche praticamente non ci sono, le ibride fanno piangere perchè usano tecnologie vecchie), niente di niente. Allora di quali investimenti parliamo? Certo, Marchionne ha promesso 20 miliardi, ma si sa quanto valgono le promesse. Anche perchè ha un altro problema. Si continua a dire che la Fiat ha preso la Chrysler, ma non è esatto. Per ora ne ha solo la gestione. Ne diventerà proprietaria quando restituirà al governo federale statunitense il prestito di 12 miliardi di dollari, al tasso di interesse del 15% annuo, che è stato fatto per permettere a Marchionne l'acquisto. E se non venisse restituito, non solo la Chrysler ritorna in mani statunitense, ma secondo le leggi USA Marchionne rischia una condanna fino a 18 anni per truffa ai danni dello Stato. Allora, ci si chiede: Marchionne da dove tirerà fuori oltre 30 miliardi di euro (20 di investimento in Italia e oltre 10 per il prestito)? Appare evidente che quello che si vuole fare è semplicemente ottenere nuovi finanziamenti pubblici, che in questo momento è duro ottenere, dato il dissesto dei conti pubblici italiani e il divieto di aiuti di Stato che l'Europa impone. Per questo si cerca di abbandonare le produzioni europee e spostarsi nei Paesi sottosviluppati oppure in quelli, come la Serbia, che garantiscono contributi continui (la fabbrica in Serbia la costruisce la Banca Europea di Investimento, gli stipendi in parte vengono pagati dal governo locale, e comunque un operaio serbo costa un terzo di un operaio italiano; inoltre ci sono meno regole da rispettare). I 20 miliardi di investimento sono solo fuffa, uno schermo per intavolare trattative destinate a fallire, in modo che poi Marchionne possa dire che in Italia non si può lavorare perchè ci sono i sindacati. Tanto, i cinque stabilimenti italiani sono tutti in via di chiusura: quello di Termini Imerese, chiude nel 2012; Pomigliano - anche se il 60% dei lavoratori ha accettato i diktat dell'azienda - ancora non sa che cosa produrrà a partire dall'anno prosimo, quando le sue produzioni verranno spostate in Serbia; Melfi ormai sta morendo giorno dopo giorno; per Mirafiori, abbiamo visto che le trattative vanno come stanno andando; resta Arese, che però è la più piccola del gruppo e quindi è la più facile da chiudere. Quindi a che pro spendere soldi? Molto più conveniente - e più nella tradizione del capitalismo italiano - prendere esempio dal titolo di un film: prendi i soldi e scappa

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di Antonio Rispoli
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