Cronaca / Cronaca

Commenta Stampa

Dall'Albo dei Giornalisti a quello dei Santi: la storia di Lolo


Dall'Albo dei Giornalisti a quello dei Santi: la storia di Lolo
21/12/2009, 08:12


Sarà il primo giornalista professionista ad essere elevato alla gloria degli altari. Si chiama Manuel Lozano Garrido, ma in Spagna, nell’Andalusia, dove è vissuto dal 1920 al 1971, era affettuosamente chiamato “Lolo”.
Il processo di beatificazione che lo riguarda è già concluso. Anche l’ultima fase, quella sul miracolo ottenuto per sua intercessione. Ora manca solo che il Papa indichi la data della solenne proclamazione, e l’intervento di Benedetto XVI dovrebbe essere prossimo.

<<Lolo non è ancor molto conosciuto al di fuori della sua patria, la Spagna>>, dice monsignor Raphael Higueras Alamo, postulatore della causa di beatificazione. <<Ma si tratta di una personalità veramente eccelsa: un grande santo e un santo moderno, impegnato nell’apostolato attraverso la carta stampata.

<<La Chiesa, soprattutto in questi ultimi anni, guarda ai mezzi di comunicazione di massa con molta attenzione. Il Concilio Vaticano II ha dedicato un ampio documento a questo tema, il Decreto conciliare che si intitola “Inter mirifica”, cioè “tra le cose meravigliose”. Papa Giovanni Paolo II ha più volte parlato dell’importanza dei mass media per la diffusione del Vangelo e anche Benedetto XVI continua a farlo. Lolo è stato uno straordinario precursore.

<<Certo>>, prosegue monsignor Higueras << ci sono anche altri santi che in vita si sono interessati molto della stampa. Per esempio, San Massimiliano Kolbe, il religioso francescano conventuale, grande apostolo dell’Immacolata, che morì nel 1941 nel “bunker della fame” del Lager di Auschwitz. Per il suo apostolato mariano si serviva molto della stampa. Il Beato Giacomo Alberione, fondatore di numerose congregazioni religiose cattoliche, fu un grande editore. Lo stesso San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra, nel 1600 aveva capito l’importanza della stampa per la diffusione del Vangelo e si dedicò molto all’apostolato attraverso i libri e per questo è stato proclamato “patrono dei giornalisti”. Ma Lolo sarà il primo giornalista professionista laico ad essere beatificato. In vita era iscritto nell’albo dei giornalisti professionisti, ora sta per essere iscritto nell’albo dei Santi>>.

Monsignor Higueras Alamo, Prelato d’Onore di Sua Santità, Canonico Magistrale della Cattedrale e Giudice diocesano della Diocesi di Jaén, è la persona che più di ogni altro ha conosciuto a fondo Manuel Lozano Garrido. Non solo perché in questi anni si è interessato a tempo pieno di lui come postulatore della causa di beatificazione, ma anche perché lo ha conosciuto, gli è stato amico, lo ha assistito e Lolo è spirato proprio tra le sue braccia.

<<Era il 3 novembre 1971>>, ricorda commosso monsignor Higueras. <<Lolo aveva trascorso una notte molto agitata. Ma negli ultimi tempi accadeva spesso. La malattia lo stava consumando. Però, lui sopportava tutto con grande serenità e non si lamentava mai. Era difficile per questo intuire la reale gravità del suo stato. Il suo medico, scherzando, diceva spesso: “Lolo, sei un malato grave che gode di ottima salute”. E anche in quell’occasione non pensavamo che fosse giunta l’ora estrema. Stavamo pregando insieme e lui esalò l’ultimo respiro, in modo sereno, proprio come era sempre vissuto>>.

Di che cosa era ammalato?

<<Nel 1942, quando aveva 22 anni, venne colpito da una paralisi progressiva che lo costrinse su una sedia a rotelle. Fu paralitico per il resto della sua esistenza, cioè per oltre 28 anni, e negli ultimi nove, all'immobilità totale si aggiunse anche la cecità completa. Ma tutti questi malanni, che imprigionavano la sua autonomia fisica, non fermarono mai la sua attività di giornalista. Egli amava questa professione soprattutto perché gli permetteva di fare dell’apostolato. L’aveva scelta fin da giovane proprio per questo motivo. Aveva una fede cristiana vivissima, maturata in famiglia e poi nel movimento dell’Azione Cattolica, al quale si era iscritto a 11 anni. E sentiva con urgenza il dovere di trasmettere la sua fede agli altri. Era apostolo con la parola per tutti coloro che lo avvicinavano e con la penna per quelli che leggevano i suoi scritti>>.

Apparteneva a una famiglia molto religiosa?

<<Sì, i genitori e anche nonni di Lolo erano dei cattolici ferventi e furono loro i primi educatori religiosi del bambino. Il padre, Agustin, era un commerciante e anche industriale. Possedeva una fabbrica a Linares, cittadina dell’Andalusia, dove la famiglia risiedeva, ma lavorava nel commercio dei concimi minerali con attività che si estendeva anche fuori dell’Andalusia. Anche la madre, Lucia, apparteneva a una famiglia facoltosa. Lolo era il quinto di sette tra fratelli e sorelle. Tutte persone straordinarie e cristiani esemplari. Purtroppo, il capofamiglia morì presto, quando Lolo aveva solo sei anni. La madre qualche anno dopo. Il fratello maggiore, ingegnere, prese in mano la famiglia, ma venne ucciso all’inizio della guerra civile. In mezzo a tutti questi dolori, Lolo poteva smarrirsi, invece non accadde. Anzi, si fortificò sempre più nella fede>>.

Prima che la paralisi lo costringesse a vivere su una sedia a rotelle, che tipo era?

<<Secondo i racconti da me raccolti per la causa di beatificazione, tutti i testimoni che lo hanno conosciuto bene, in particolare le sorelle e il fratello, hanno messo in evidenza la sua “gioia di vivere”. Gioia che ha sempre mantenuto anche da paralizzato. Per questo, quando ho scritto la biografia di Lolo ho voluto intitolarla “La gioia vissuta” . Fin da bambino, era molto vivace, allegro, burlone e anche un po’ monello. Amava combinare scherzi, però sempre generoso, sincero, limpido. Da giovane era molto appassionato di calcio, giocava da terzino sinistro e dicono fosse molto bravo. Gli piaceva il cinema, in particolare le comiche di Charlot. Amava la natura, amava la compagnia, il canto. Gli amici ricordano che, da giovanotto, andavano spesso a fare serenate alle ragazze. E ce n’era una alla quale voleva molto bene e certamente pensava di formare con lei una famiglia. Benchè molto devoto, non pensò mai a farsi sacerdote o a diventare religioso. Sentiva forte la vocazione di credente laico impegnato. Un antesignano di quel laicismo cattolico uscito dal Concilio Ecumenico II.

<<Fece gli studi in un collegio degli Scolopi. Interruppe gli studi nel 1936 per la guerra civile, e li riprese nel 1939. Seguì dei corsi professionali e alla fine si diplomò maestro. Io penso che sia stato proprio nel periodo della guerra civile che Lolo fortificò la propria fede e scoprì la propria vocazione di “apostolo laico” del Vangelo.

<<Perché proprio durante la guerra civile?

<<Quel periodo fu terribile per i credenti spagnoli. Come è noto, quella guerra si combattè tra nazionalisti anti-marxisti e i Republicanos composti da truppe governative e sostenitori della Repubblica spagnola, che erano marxisti. Guerra fratricida. Si parla di 500.000 e forse un milione di persone uccise. Da un punto di vista religioso, quel periodo viene giustamente chiamato “delle catacombe” perché fu un periodo di autentica e feroce persecuzione della Chiesa spagnola. Secondo recenti studi del vescovo di Merida-Badajoz, Antonio Montero, tra il luglio 1936 e l'aprile 1939, in Spagna furono trucidati 6.832 tra religiosi e sacerdoti, e innumerevoli cristiani laici. Era pericoloso professare la propria fede, ma il giovane Lolo, che aveva allora soltanto 16 anni, non si intimorì e non nascose le sue idee e le sue convinzioni>>.

<<Fu perseguitato?>>.

<<Certamente. Fu perseguitato con tutti i membri della sua famiglia. Il fratello Maggiore, Agustin, che guidava la famiglia dopo la morte del padre, venne assassinato a Madrid per le sue convinzioni religiose. Lolo e altre due sorelle maggiori finirono in carcere, mentre i due fratelli più piccoli restarono a casa solo perché avevano meno di 15 anni.

<<Fu in quel periodo che Lolo approfondì la propria fede e soprattutto la devozione nell’Eucaristia. A Linares era rimasto un solo sacerdote, che non poteva però svolgere il suo ministero. E si serviva, in gran segreto, di alcune persone per far giungere la Comunione agli ammalati o a cristiani che la desideravano ma non potevano andare in Chiesa. Uno di questi “intermediari segreti” fu Lolo. In casa sua aveva preparato un tabernacolo dove teneva le ostie consacrate. Come raccontò in seguito, egli trascorreva molto tempo davanti a quel tabernacolo. E quando andava in giro a portare la comunione a qualche ammalato, rifletteva sulla incredibile situazione che stava vivendo, e cioè essere “portatore” di Gesù, del figlio di Dio. Rifletteva su questa stupefacente realtà e il suo amore per Gesù cresceva.

<<Ad un certo momento fu denunciato da un vicino di casa e finì in carcere. Il Giovedì Santo di quell’anno, la sorella più piccola andò a trovarlo e gli portò un mazzetto di fiori dentro il quale aveva nascosto alcune ostie consacrate. Lolo organizzò una notte di adorazione a cui parteciparono tutti i carcerati, perché quasi tutti erano stati arrestati per la loro fede religiosa>>

<<Come avvenne che si ammalò?>>

<<Nel 1942, mentre stava facendo il servizio militare cominciò ad accusare dolori reumatici. Fu visitato a curato in vari ospedali, anche a Madrid, ma la malattia si presentò subito grave e irreversibile. La cartella clinica di allora non dava speranze. Si legge che si trattava di “una malattia progressiva e irreversibile che attacca selettivamente le articolazioni sacro-iliache, conos­ciuta come “spondilite anchilosante”.

<<A poco a poco il corpo di Lolo divenne rigido e deformato. I piedi si trasformarono in artigli ratrappiti, incurvati all’indietro. Le mani subirono la stessa sorte. Le vertebre si saldarono l’una con l’altra, rendendo il corpo un sasso. Lolo non riusciva neppure a muovere le mandibole e poteva nutrirsi solo con cibo liquido.

<<Ogni movimento provocava dolori indicibili. I momenti della giornata più drammatici erano quelli del mattino, quando dovere essere tolto dal letto e alla sera quando ritornava a letto. Erano operazioni che duravano anche un’ora e venivano eseguite con l’aiuto di una trentina di cuscini per impedire che i dolori diventassero insopportabili. Il suo fisico divenne una specie di involucro incartapecorito, che pesava una trentina di chili. Ogni tanto bisognava togliergli il sangue per fare le analisi. Operazione che era diventata un dramma. I medici, dopo che tutti i tentativi nelle braccia, nelle mani, nelle gambe risultavano inutili, si erano ridotti a siringare le orecchie, unico punto del corpo dal quale era possibile trarre un po’ di sangue.

<<Il medico che lo curava, dottor Juan Perez Martinez, fece una dettagliata relazione della malattia di Lolo e a proposito dei dolori scrisse: “E come se avesse infisso uno spillo in ogni cellula del suo corpo”. Nel 1996, i resti mortali di Lolo, sepolti da 25 anni, vennero riesumati per essere trasferiti nella chiesa parrocchiale di Santa Maria di Linares, e i medici legali, incaricati della riesumazione, fecero una lunga relazione nella quale si legge: «A parte le deformità e le anomalie che abbiamo visto, che giustificano la posizione sempre più curva del suo corpo, abbiamo tratto la netta impressione che Lolo sia stato un “dolore vivente”.

<<Lolo visse con questi dolori, continui e incessanti, per 28 anni. Cioè per 14 mila e 200 giorni, per 250 mila ore. E senza mai lamentarsi. Senza che i dolori riuscissero a togliergli la gioia permanente, il sorriso semplice e continuo, il senso dell'umorismo.

<<E non permise mai che il dolore fermasse il suo lavoro. Quando perse il movimento della mano destra, imparò a scrivere con la sinistra. Quando non potè più scrivere neppure con la sinistra, neanche facendosi legare la matita al pugno, imparò a dettare i suoi pensieri a un vecchio magnetofono. In queste condizioni scrisse decine e decine di articoli e nove libri. Un coraggio che solo la sua grande fede poteva dargli>>.

<<Che giudizio si può dare, a distanza di anni, della sua attività giornalistica?>>

<<Lolo fu un giornalista vero e a tempo pieno. Lavorava tutti i giorni e con impegno indefesso. I suoi articoli erano destinati a giornali e settimanali cattolici. Quando la malattia lo aveva totalmente paralizzato e reso anche cieco, fu la sorella Lucia ad aiutarlo, trascrivendo ciò che dettava al magnetofono. I suoi articoli e i suoi libri erano molto letti. Vinse diversi premi letterari e alcuni molto prestigiosi>>.

Qual è la caratterista della santità di Lolo?

<<La sua fede religiosa, vissuta con coerenza e entusiasmo. E soprattutto la sofferenza, sopportata per amore di Gesù, come missione della sua esistenza. Una sofferenza che lo ha martirizzato per 28 anni.

<<Lolo aveva una visione profonda a chiara della dottrina del “Corpo mistico di Cristo”. Sapeva che ciascuno di noi vive di Cristo, il quale continua in ciascuno di noi la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione. Sapeva che le sue sofferenze, vissute nella fede, sarebbero servite a salvare molti fratelli, come le sofferenze di Cristo. Ecco perché le sopportò sempre con il sorriso sulle labbra. Anzi, fondò anche una sua opera meravigliosa, legata alle sofferenze di ammalati invalidi. Si chiama “Sinai” ed ha lo scopo di sostenere, con preghiere e sofferenze, i mass media. E’ un movimento costituito da gruppi di preghiera, ognuno formato da 12 infermi e un monastero di clausura, che “adotta” spiritualmente, e a insaputa degli interessati, i giornalisti che lavorano in un giornale o un gruppo editoriale perchè la loro opera sia a vantaggio della Verità e del Bene supremo delle persone. Questo movimento, per il quale Lolo pubblicava anche una rivista con lo stesso nome, arrivò ad avere 300 infermi incurabili, con 25 monasteri, impegnati in questa singolare missione>>.

Per la beatificazione occorre un miracolo che viene attribuito all’intercessione del candidato alla santità. C’è questo miracolo per Lolo?

<<C’è ed è già stato esaminato dalla commissione medica e da quella teologica. I medici hanno concluso che si tratta di una guarigione scientificamente inspiegabile e i teologi lo hanno dichiatato autentico miracolo. Questa guarigione riguarda una persona che ha oggi 38 anni e si chiama Rogelio. Nel 1974, quando non aveva ancora due anni, il piccolo Rogelio venne colpito da appendicite e peritonite. Fu operato, ma la situazione si complicò, fu operato di nuovo e i medici dovettero estrargli una parte di peritoneo e dell’intestino, ma non servì. Le fine era imminente. I medici dissero che non potevano più fare niente. Qualcuno suggerì di invocare l’aiuto di Lolo che era morto da un anno. Sul corpo del bambino venne messo il crocefisso che Lolo aveva sempre tenuto con sé e il bambino guarì: in pochissimi giorni era di nuovo visto a casa. Oggi è un uomo sano e robusto, e fa l’arbitro di tennis>>.

Commenta Stampa
di Renzo Allegri
Riproduzione riservata ©
LE ALTRE FOTO.