Cronaca / Sanità

Commenta Stampa

Più morti nei nosocomi che per le strade

Decessi negli ospedali: se ne discute al MAV


Decessi negli ospedali: se ne discute al MAV
13/02/2009, 11:02

Più morti per infezioni ospedaliere che per incidenti stradali, ogni anno, in Italia. E in Campania, un quadro allarmante se si pensa che i decessi, per una scarsa prevenzione, sono due al giorno. Medici ed esperti del settore clinico, ne discutono oggi e domani al Museo Archeologico Virtuale a Ercolano (Napoli) nel congresso ‘Le infezioni correlate a pratiche assistenziali’ organizzato dalla Asl Salerno 1 facendo il punto su un tema poco dibattuto con una attenzione particolare alla nostra regione. Dai dati emersi, in Campania a fronte di 1.200.000 ricoveri ogni anno, si stima che si ammalino di infezioni ospedaliere 70mila persone.
Sono 700 i decessi ogni anno, per una media di 2 al giorno. Secondo l’Oms il 25% di queste infezioni (17.500 in Campania) si potrebbe evitare con un risparmio per il sistema sanitario campano di oltre 25 milioni di euro l’anno.
E il dato ‘forte’: si muore di più per le infezioni ospedaliere che per incidenti stradali se è vero che, come attestano le stime in possesso dei relatori, sono 5669 i morti in Italia per incidenti stradali contro i 7000 per infezioni ospedaliere. Sotto la lente di ingrandimento le infezioni contratte in ospedali ma anche in ambulatori, case per anziani, residenze domiciliari, vale a dire in tutte le strutture extraospedaliere, tanto che i sanitari oggi preferiscono parlare più propriamente di infezioni legate a pratiche ospedaliere. In Italia – come sta emergendo in queste ore – si ammalano di infezioni ospedaliere il 5-8 % dei pazienti ricoverati (450-700mila persone); si tratta per la maggior parte dei casi, di infezioni urinarie, legate a ferite chirurgiche, polmoniti o sepsi che comportano un aumento della mortalità e dei tempi di ricovero. E’ un fatto acquisito che particolarmente nei reparti di terapia intensiva, dove l’antibioticoterapia è più frequente, ci sia una incidenza delle infezioni batteriche che supera di circa 5-10 volte quella che è rilevabile in altri reparti; causa soprattutto i germi resistenti a più antibiotici che creano dei seri problemi per la terapia, comportano un significativo allungamento dei tempi di degenza con lievitazioni dei costi e determinano un incremento della mortalità. Proprio in questi ultimi anni, da più voci è stato denunciato l’aumento del numero dei microrganismi ospedalieri resistenti e soprattutto molto resistenti agli antibiotici. Si è ormai capito che all’immissione di ogni nuovo antibiotico sul mercato segue sempre, prima o poi, la capacità del germe di resistere all’azione del farmaco. Il problema è diventato ancora più grave poichè – come sta venendo fuori - le case farmaceutiche, dopo l’immissione in commercio negli ultimi anni di diverse classi di antibiotici, si sono cullate sull’idea che per molto tempo non ci sarebbe stata la necessità di sintetizzare nuove molecole, ed ecco che oggi si trovano indietro nella ricerca; le molecole vengono sintetizzate con un ritmo molto lento, quindi forse per un decennio, non ci aspettiamo grosse novità nell’immissione sul mercato di nuovi antibiotici. E’ necessaria – spiegano i relatori – una scelta ragionata degli antibiotici da usare, cosa che non può prescindere dalla sorveglianza delle resistenze batteriche il cui controllo è essenziale anche per la prevenzione delle infezioni ospedaliere. Gli studi svolti hanno fornito una indicazione della possibile prevenibilità delle infezioni ospedaliere nella misura del 25% con conseguente riduzione dei costi e migliore qualità dell’offerta del servizio sanitario. Non esistono misure che consentano di contrastare totalmente l’infezione ospedaliera; esistono misure diverse che ne possono diminuire l’incidenza e la gravità. Queste misure, tuttora oggetto di approfondimento, sono incentrate in generale sulle seguenti iniziative: presenza di un gruppo dedicato al controllo del rischio infettivo; formazione di personale qualificato, in particolare di infermieri; partecipazione di ogni struttura a programmi di sorveglianza del fenomeno; adozione di standard di comportamento comuni a tutto il territorio nazionale (ad esempio, lavaggio mani, isolamento pazienti infetti, adozione di mezzi di barriera, pulizia, disinfezione e sterilizzazione); sistematica adozione ed attuazione di programmi di sorveglianza e controllo. Queste misure devono essere coordinate e valutate nella loro efficacia e modificate da un apposito comitato che deve essere presente in ogni ospedale. Al riguardo il Ministero della Salute e la Regione Campania, con proprie circolari, hanno definito da tempo i criteri e i requisiti dei programmi di controllo con la prevenzione specifica della costituzione di un Comitato di controllo per la lotta alle infezioni ospedaliere (Cio). Tale controllo è una incombenza di cui deve farsi carico una equipe di persone: il microbiologo (fornirà una diagnosi etiologica precoce, rileverà le resistenze dei microbi isolati dai campioni clinici); clinico (a cui spetterà la gestione del paziente e la sorveglianza clinica degli eventi); infermiere epidemiologo (eserciterà la sorveglianza epidemiologica); farmacista (provvederà alla gestione del prontuario terapeutico e all’elaborazione delle analisi farmaco-epidemiologiche). La parola che accomuna tutte queste figure è ‘epidemiologia’ ed un corretto approccio alla politica antibiotica non può prescindere dalla sorveglianza epidemiologica che è alla base di ogni programma di prevenzione dell’azienda sanitaria. In Italia – emerge dal congresso – i dati sulle resistenze batteriche sono ancora frammentari, nonostante dal 2001 sia in corso il progetto ‘Antibiotico Resistenza’ dell’Istituto Superiore di Sanità, mentre sono ancora poche le strutture sanitarie che attuano realmente un programma di sorveglianza e controllo delle infezioni correlate a pratiche assistenziali. Sotto esame anche l’uso di metodiche diagnostiche e terapeutiche che se da un lato hanno prolungato la sopravvivenza di pazienti, nel contempo hanno facilitato la penetrazione di germi nell’organismo e di conseguenza ne hanno aumentato il rischio infettivo. L’incontro mette insieme ed elabora i dati provenienti da alcuni dei maggiori laboratori di microbiologia della Campania per fare il punto sulle resistenze dei germi più frequentemente implicati delle Icpa (Infezioni correlate a pratiche assistenziali) e dai dati – come spiegano i relatori – saranno ricavate preziose indicazioni terapeutiche. Al congresso prendono parte anche medici delle regioni italiane dove viene applicato il monitoraggio delle Icpa e delle resistenze batteriche: da qui lo stimolo per gli operatori sanitari campani ad adottare politiche valide per il miglioramento della qualità assistenziale, in riferimento alla gestione del rischio infettivo.

Commenta Stampa
di Redazione
Riproduzione riservata ©