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La procura decide di tutelare l'immigrato africano

Decisa la protezione per il superteste del caso Cucchi


Decisa la protezione per il superteste del caso Cucchi
15/11/2009, 17:11

C'è un supertestimone che avrebbe udito le urla ed assistito al pestaggio di Stefano Cucchi avvenuto nell'interrato del tribunale prima dell'udienza del processo. Tale teste, un immigrato africato, è stato posto sotto tutela da parte della procura.
L'uomo ora vive in un luogo segreto ed è affidato ad una comunità per tossicodipendenti. Subitaneo e sibillino il commento del senatore Stefano Pedica (Idv): "Anche la magistratura non si fida degli ambienti del carcere". Pedica riferisce il racconto udito da uno dei due detenuti che hanno passato la notte del 16 ottobre nella cella numero 6 della medicheria di Regina Coeli con Cucchi. "E' stato picchiato a più riprese", insiste convinto il senatore dell'Italia dei valori. Lo stesso cucchi aveva infatti detto ai detenuti che lo avevano aiutato ad alzarsi dalla sedia a rotella che era stato malmenato sia "dentro" che "fuori".
Sul dentro pare non ci siano dubbi: il luogo incriminato è il bunker del tribunale all'interno del quale, gli agenti penitenziari Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici, avrebbero regalato una feroce (e letale) scarica di botte al detenuto. Sui tre pende la pesante accusa di omicidio preterintenzionale ma Pedica avvere precisa che "la verità non è ancora completa".
Intanto, i pm Francesca Loi e Vincenzo Barba, precisano i motivi che hanno spinto ad allontanare l'immigrato dal Regina Coeli. Il regime di protezione, spiegano infatti i pm, serve ad evitare "
pressioni psicologiche che potrebbero fargli ritrattare o cambiare le sue dichiarazioni".
Nicola Minichini tenta di difendersi con l'aiuto del suo avvocato Diego Perugini "Ma quali botte, quale pestaggio?", sostiene il secondino e poi continua: "A quel ragazzo abbiamo offerto un caffè e due sigarette. Stava male, abbiamo chiamato il medico. Dopo l'udienza era agitato, ce l'aveva con i carabinieri che l'avevano arrestato. Noi lo abbiamo preso in consegna da loro, poi lo abbiamo affidato alla scorta". A queste dichiarazioni si affiancano quelle dell'avvocato Perugini che parla di "alcune zone d'ombra" riferendosi all'inchiesta in atto e, in particolare "alle cause della morte di Cucchi, al suo ricovero e al credito dato a un presunto supertestimone".
Si difendono anche i tre medici del settore carcerario del Pertini che sostengono con forza la tesi che vedrebbe come non recenti le fratture riscontrate sulle ossa del giovane e il fatto che "una scarsa alimentazione per pochi giorni non causa la morte".
Nel frattempo il capo del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, Franco Lonta, ha disposto un'inchiesta amministrativa e ha precisato che "Opereremo nel rispetto della legge e per la tutela del personale impegnato, nella stragrande maggioranza, per la gestione dei carceri con carenze gravi ed emergenze incessanti per l'afflusso crescente di detenuti". Ecco: quest'ultima affermazione dovrebbe far riflettere e molto. Cosa vuol dire il riferimento all'afflusso crescente di detenuti e alle "emergeze incessanti" subite dal persone che ha "gravi carenze" in termini di risorse gestionali delle carceri? Vuol forse essere un alibi? Del tipo: "Lavoriamo in pessime condizioni e non abbiamo risorse, perdonateci se qualche volta i nostri uomini posso calcare la mano e farci scappare il morto". A ripensarci, l'incipit della dichiarazione di Lonta ("Opereremo nel rispetto della legge") poteva bastare ed avanzare per introdurre in maniera credibile l'inchiesta amministrativa avviata; o no?

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di Germano Milite
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