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Denuncia la 'ndrangheta,viene lasciata sola e poi rapita

CATANZARO - Quella che stiamo per raccontare è di quelle  storie che si trasformano in dolorosi pugni nello stomaco fin dalle prime righe. Di quelle storie che narrano l'assurda meschinità e vigliaccheria di un sistema marcio fino al midollo; dove il governo è sempre pronto a mostrare il petto orgoglioso quando ottiene qualche magra vittoria ed a ritirarsi in un odioso silenzio quando invece scivola in clamorose ed evitabilissime sconfitte.
Quella che raccontiamo è la storia di Lea Garofalo; donna originaria di Petilla Policastro, cittadina  calabrese ad alta densità mafiosa dove l'omertà è quasi un dogma. Nel 2005, dopo l'uccisione del fratello Floriano, la giovane decise di collaborare con la cosiddetta giustizia. In quell'occasione, dopo aver ascoltato le testimonianze della donna ed i racconti delle faide interne che avevano spinto allo scontro sanguinoso tra i clan dei Mirebelli e dei Garofalo, la dda di Catanzaro valutò  attendibili le dichiarazioni della giovane e richiese subito il suo inserimento nel programma di protezione. Bastò però un solo anno per far uscire la Garofalo da ogni programma di tutela e costringerla ad una vita d'inferno fatta di continui trasferimenti, terrore e  profonda solitudine.
Nessun libro di successo o riflettore puntato durante un talk show in prima serata; dal 2006 in avanti la signorina Garofalo e sua figlia peregrinarono da un città all'altra dovendosi guardare le spalle da chi voleva vendetta.
L'episodio chiave che rende ancora più ignobile ciò che è accaduto è stato il tentativo di rapimento al quale la ragazza scampò miracolosamente lo scorsso maggio. I carabinieri fermarono nell'occasione l'ex convivente Carlo Cosco, 39 anni, di Petilia Policastro e  Massimo Sabatino, 37 anni. Già meno di un anno fa, dunque, la 'ndrangheta ha tentato di zittire per sempre una collaboratrice di giustizia; fallendo clamorosamente ed avendo un'altrettanto clamorosa seconda occasione. Subito dopo le importanti ed utili testimonianze fornite, i magistrati catanzersi avanzarono subito una richiesta per ottenere a favore della donna e della figlia il programma di protezione. Incredibilmente, però, la Commissione centrale bocciò la richiesta ritenendo che, le dichiarazioni della Garofalo, "
non avevano avuto, fino a quel momento, autonomo sbocco processuale e gli elementi informativi raccolti erano insufficienti circa l’attendibilità, l’importanza e la rilevanza del contributo offerto". La Commissione, in ultimo, non reputava "la rilevanza dell’uccisione di un fratello dell’appellante, ritenendola dovuta a fatti estranei alla sua collaborazione".
Un delirio incomprensibile che condannò la calabrese al terrore e al pericolo perenne. Trasferitasi a Milano insieme alla figlia 15enne, dopo numerosi ricorsi per ottenere una scorta, la donna aveva finalmente ottenuto una sentenza da parte del Consiglio di Stato che riconosceva l'effettivo stato di pericolo in cui versava a causa della sua collaborazione con i giudici antimafia. Nessuno però si è curato di rendere affettiva la sentenza e così, dopo essere stata individuata dai sicari, la Garofalo è stata rapita.
Si attendono le dichiarazioni del ministro degli Interni Roberto Maroni, della magistratura, dei carabinieri e di tutte le altre autorità. Qualcosa (e l'esperienza pregressa) ci dice che non arriveranno.

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