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Card. Sepe: "Per amore del mio popolo…non tacerò"

Diocesi di Napoli. Linee programmatiche per il prossimo anno pastorale


Diocesi di Napoli. Linee programmatiche per il prossimo anno pastorale
26/06/2012, 15:06

La Diocesi di Napoli traccia le Linee programmatiche per il prossimo anno pastorale 2012-2013 con la lettera del Card. Sepe ai fedeli della diocesi di Napoli, dal titolo: PER AMORE DEL MIO POPOLO…NON TACERO’. Lettera Pastorale  Giubileo: parola alla Diocesi e alla Città 29 Giugno 2012, Solennità dei Santi Pietro e Paolo.

"Eleviamo il nostro inno di riconoscenza e di amore al Padre, ricco di misericordia, il quale, per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo, ci ha inviato lo Spirito per guidarci sulla strada della carità e dell’amore reciproco in questo anno pastorale, durante il quale abbiamo chiuso “ufficialmente” il Giubileo speciale per Napoli e abbiamo iniziato il cammino per tradurne lo spirito, lo stile e il metodo nella prassi pastorale quotidiana.
“Lo Spirito ha preso per sé l’evento giubilare” e, dopo averci aperto le porte del cuore, continua a soffiare perché il Giubileo diventi “pane quotidiano” per le nostre comunità e si traduca in un rinnovato impegno nella prospettiva di una “nuova evangelizzazione”, obiettivo primario del Piano Pastorale della Diocesi.
Questa opera dello Spirito ci è stata confermata anche dal Santo Padre, Benedetto XVI, il quale, attraverso il commovente videomessaggio inviatoci in occasione della chiusura del Giubileo, ci ha esortati a viverlo come “un tempo forte di speranza e una opportunità di nuova evangelizzazione”.
“Esso, infatti, -ha aggiunto il Papa- è stato, per la Chiesa che è in Napoli, un tempo di immersione nel mistero di Dio e, perciò, un anno di grazia…; in un certo senso, il Giubileo ha aperto il cielo su di voi e ha fatto discendere sulla vostra vita e sulla vostra comunità la forza dello Spirito Santo…Sì, cari amici di Napoli, il cielo è aperto sopra di voi! E voi potete camminare con rinnovato entusiasmo e affrontare con la forza della fede, della speranza e della carità i molti e complessi problemi che si incontrano nella vita quotidiana”.
Papa Benedetto, poi, ci ha indicato anche la strada da seguire: “Dopo questo Giubileo, rinnovate la speranza, lasciatevi guidare dalla forza dello Spirito Santo e collaborate con rinnovato slancio alla missione della Chiesa, ciascuno mettendo a frutto i doni ricevuti, ponendoli al servizio degli altri e della edificazione della intera comunità, senza personalismi né rivalità, ma in spirito di sincera umiltà e in gioiosa fraternità. Abbiate sempre, come già fate, speciale cura dei fratelli più piccoli e fragili, dei più poveri e svantaggiati”.
Anche il Presidente della Repubblica, on. Giorgio Napolitano, nel messaggio di chiusura del Giubileo, ci ha esortati ad aprire a Napoli e ai napoletani “una nuova primavera di speranza”.

L’eredità lasciataci dal Giubileo
A servizio, dunque, soprattutto degli umili, dei poveri, del popolo di Dio e delle comunità nelle quali si vive e si opera, per essere pienamente Chiesa della carità e della speranza.
E’ questa la nostra vocazione ed è la scelta che abbiamo fatto nel delineare il piano di lavoro pastorale per il prossimo anno. Una sfida, meditata e impegnativa, per la quale vogliamo essere dispensatori di una carità vissuta e incarnata, e fedeli testimoni del Vangelo e dell’amore di Cristo per l’umanità.
Il Giubileo, come abbiamo costatato, è stato l’evento attraverso il quale la Chiesa che è a Napoli ha mostrato concretamente la volontà di non restare chiusa tra le sue mura, ma di uscire e porre la sua tenda là dove vive la nostra gente che soffre, ama e spera.
Molti hanno potuto vedere una comunità ecclesiale viva e impegnata a seminare speranza in un terreno incrostato di delusione, pessimismo e alla mercé di malavitosi. C’era bisogno -e l’esperienza si è fatta sempre più intensa e coinvolgente- di rinnovare con la nostra gente un patto antico, del quale, col tempo, si erano smarrite molte tracce.
La città aveva bisogno di sentire accanto la sua chiesa e la chiesa aveva bisogno di sapere che la città restava sempre la sua casa. Chiesa e città sono ritornate, in un certo senso, a guardarsi negli occhi, a dialogare, a stimarsi e a collaborare. Molti, anche tra quelli che tradizionalmente vivono a distanza da noi, si sono sentiti provocati e attratti dal desiderio di mettere insieme idee, proposte, iniziative utili al bene di tutti. In tanti hanno messo a disposizione le loro risorse di mente e di cuore. Si è respirata un’aria nuova che ha consentito di spingere lo sguardo lontano dalla quotidianità nella quale c’eravamo adagiati.
La chiesa allora si è fatta carità, mostrando, in maniera forte e reale, tutte le sue potenzialità e la sua grande capacità di amare: “Caritas Christi urget nos” (2 Cor. 5,14). E’, in fondo, l’amore di Cristo che colma i nostri cuori e ci spinge ad “andare in città”, ad evangelizzare. Ed é stata essenzialmente questa dimensione a dare il giusto senso ecclesiale a un evento straordinario, che poteva anche risolversi in una semplice mobilitazione di energie, tale da muovere soltanto acque di superficie, senza però incidere nella realtà e nella vita della nostra gente.
La risposta al nostro invito, infatti, è stata entusiasmante e incoraggiante, perché abbiamo rappresentato il volto di una Chiesa povera, ma ricca solo della presenza di Cristo e serva perché, come il suo Signore, si è messa al servizio dell’uomo e di tutti gli uomini. E’ l’immagine della Chiesa missionaria emersa dal Concilio Vaticano II, di cui celebriamo il 50° anniversario dell’apertura e che si conferma sempre di più come la “grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel XX secolo” (NMI 57,44).
La Chiesa-serva assume e incarna il modello di Cristo che, spogliandosi della sua gloria divina, ha donato se stesso all’umanità. L’apertura delle porte delle chiese e l’icona delle opere di misericordia hanno voluto esprimere plasticamente questa verità cristologico-ecclesiologica della nostra identità cristiana.


Prospettive pastorali
E’ innegabile che il Giubileo sta segnando profondamente la nostra vita diocesana e, per tanti versi, anche il nostro rapporto con la comunità. E’ come se stessimo dipingendo un grande affresco, che ci indica il cammino e gli orizzonti della nostra chiesa in questo primo tratto del terzo millennio. Se è vero che ci troviamo di fronte a sfide, che sembrano insormontabili, di natura culturale, sociale, economico-finanziaria, è altrettanto giusto sottolineare positivamente la straordinaria, oserei dire provvidenziale confluenza di eventi che si stanno realizzando in rapporto al nostro tempo post-giubilare.
Siamo ormai alla immediata vigilia dell’Anno della Fede, indetto da Papa Benedetto. Il “Motu proprio” del Santo Padre, “Porta Fidei”, richiama apertamente lo spirito giubilare e introduce l’elemento essenziale della nuova evangelizzazione che sarà al centro dei lavori del prossimo Sinodo dei Vescovi. Questi eventi, inquadrati nell’ambito degli Orientamenti dei Vescovi italiani per questo decennio, “Educare alla buona vita del Vangelo”, ci indicano con maggiore chiarezza il cammino pastorale che sta davanti alla nostra chiesa e che vogliamo percorrere nel prossimo e/o prossimi anni. Di questo cammino il Giubileo diventa come una bussola.
Trovo opportuno ribadire e sottolineare, inoltre, che le prospettive pastorali, che si aprono al nostro cammino, vanno viste in piena continuità del Piano Pastorale Diocesano, del 2008, nonché dei numerosi e qualificati contributi venuti, in questi tempi, dai diversi Organismi di partecipazione della nostra Diocesi e dal Convegno diocesano di Materdomini, che abbiamo appena tenuto. Quest’ultimo incontro, peraltro, è stato un tempo di grazia non solo perché tutti i partecipanti -Vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, laici- hanno potuto offrire il loro prezioso contributo di idee ed esperienze, ma anche per il costruttivo clima di fraternità e di comunione che ci ha aiutato a crescere nella consapevolezza della nostra comune missione e nell’elaborazione degli indirizzi progettuali pastorali.
E, in realtà, proprio a Materdomini, seguendo le indicazioni date dagli Organismi di partecipazione della Diocesi, si è chiesto di realizzare non un qualcosa di generico e omnicomprensivo, ma un obiettivo pastorale concreto e immediato. La maggior parte, poi, ha avvertito la esigenza prioritaria di concentrare la nostra attenzione sul tema ineludibile della formazione, avente come primario obiettivo l’educazione all’impegno e al senso di responsabilità per il bene comune.
Non si tratta di un obiettivo che la Chiesa ha riscoperto lungo la strada, perché, in vari modi, esso è stato sempre presente nelle prospettive del nostro operare pastorale. Voler puntare ancora ora su questo tema significa anzitutto riprendere e approfondire un aspetto importante già presente nell’evento giubilare (cfr. Lettera Pastorale di chiusura “Per amore del mio popolo” pagg. 8-11), ma anche dare una risposta concreta alle esortazioni che ci vengono dal Magistero della Chiesa.
Porre il cammino post-giubilare alla base di un progetto culturale, con l’obiettivo di “educare alla responsabilità civica”, riporta, infatti, anche ad appuntamenti importanti che hanno segnato, in particolare, la Chiesa del Mezzogiorno, nella quale Napoli ha un ruolo di primissimo piano. Penso al Convegno dei Vescovi per il Sud, a quelli promossi dalla Facoltà Teologica, allo stesso documento della Cei sul Mezzogiorno, nonché alle risultanze degli incontri dei Presidenti delle cinque Regioni ecclesiastiche meridionali, tenutisi a Palermo e a Napoli in tempo recente.
Ma il tema, come è stato rilevato, è fortemente radicato e sentito nel “qui ed ora” della nostra Chiesa anche perché, come abbiamo costatato, è forse venuto meno, in passato, il contributo di una chiesa che ha finito per scegliere la strada del disimpegno e della scarsa attitudine a un’attività educativa di largo respiro.
C’è un dato concreto che si impone, a modo di esempio, alla nostra attenzione. Si sa dalle numerose statistiche che la nostra è una tra le regioni più religiose d’Italia e dell’intera Europa, giacché è ancora vivo il senso della pietà popolare e fortemente sentita l’appartenenza alla comunità ecclesiale; la gente risponde all’appello dei propri pastori e tiene molto ai suoi Santi Patroni. In sintesi, la religiosità della nostra gente ha una proporzione decisamente maggiore rispetto ad altre zone del nostro Paese e del nostro Continente.
Eppure la nostra regione è certamente tra quelle giudicate più arretrate. Spesso figura come il fanalino di coda nelle diverse classifiche che registrano il grado di crescita civile e sociale di un popolo: la vivibilità ambientale, l’indice della dispersione scolastica, l’abusivismo diffuso, la contiguità con la malavita organizzata, la scarsa sicurezza personale,lo spirito di rassegnazione sono solo alcuni esempi. Abbiamo collezionato dei primati dei quali certamente non possiamo andare fieri. Siamo “bandiera nera”, all’ultimo posto in tante indagini sociologiche. Altre regioni ci considerano una palla al piede per la crescita complessiva, un peso di cui liberarsi al più presto.
E allora: come è possibile spiegare la concomitanza di questi due primati? Perché la regione più religiosa è anche quella più arretrata? Come pastori di questi territori ci sentiamo fortemente provocati da questa costatazione e non possiamo non porci in maniera responsabile di fronte a tali interrogativi. Ci domandiamo: hanno ragione quanti ritengono che la religione sia un fattore di arretratezza culturale? Oppure abbiamo sbagliato noi nel trasmettere una fede monca, bigotta, poco incisiva, per nulla attenta a tanta parte dell’esistenza concreta degli uomini e delle dinamiche della vita sociale? Come è potuto accadere che anche tra i nostri fedeli si diffondesse il discredito per la virtù dell’onestà e l’accettazione della cultura del più furbo?
Oggi, questi interrogativi, che hanno già ispirato il Piano Pastorale del 2008, scuotono la nostra coscienza pastorale con insolita urgenza. Alla fine del Giubileo abbiamo, per altro, chiesto perdono alla cittadinanza delle nostre gravi inadempienze, delle occasioni mancate, delle inaccettabili chiusure che hanno indotto in passato una prassi pastorale interessata a curare solo una parte del popolo a noi affidato, quello che si riconosce nelle mura del tempio, nella pratica di una religiosità tradizionale. Ci siamo accontentati dei fedeli appagati dall’assistere alle tradizionali pratiche liturgiche, ma non sempre idonei ad offrire una convincente testimonianza nella vita quotidiana, dove si giocano i destini della comunità degli uomini, dove si promuovono le condizioni per una crescita globale di tutti i cittadini, anch’essi figli di Dio e destinatari delle promesse evangeliche.
Come proseguire?
Ma come proseguire il cammino? Come incarnare lo spirito del Giubileo nella pastorale ordinaria, nell’impegno quotidiano di tutti noi? Come più volte sottolineato, si rende necessario tradurre la forza propulsiva di quest’anno di grazia nel cammino delle nostre comunità, altrimenti si corre il rischio di non lasciarne traccia, di non incidere sul vissuto reale della nostra gente, di farne un evento straordinario, ma circoscritto nel tempo. Grazie a questo fecondo innesto, la pastorale ordinaria, dal canto suo, non risulterà una stanca gestione dell’esistente, una consuetudine ripetitiva di esperienze standardizzate, ma si aprirà a prospettive rivitalizzanti e creative di un nuovo modo di essere chiesa.
Non si tratta, quindi, di un aggiustamento di posizioni, ma di una vera e propria conversione pastorale. Per essa chiedo un atto di coraggio: il coraggio d’intraprendere vie nuove, adeguando obiettivi, metodi e strumenti alle concrete esigenze della gente che vive nel territorio della nostra Diocesi.
Obiettivo strategico: formazione di una nuova coscienza di fede.
Per procedere con ordine, è necessario anzitutto fissare con precisione l’obiettivo, individuare gli strumenti e le risorse, conoscere i tempi di realizzazione. L’obiettivo sarà logicamente mutuato dal contesto e dalle motivazioni da cui il Giubileo è nato. Alla luce di quanto è stato esaminato, esso non potrà che essere la formazione di una nuova coscienza di fede. Quale fede?
Non serve una fede che sa di sagrestia, che si chiude in un ristretto orizzonte esistenziale, che si tinge di devozionismo e di ritualità ripetitiva. Occorre, viceversa, una fede incarnata, capace di trasformare la quotidianità e di incidere nelle vicende della vita. Abbiamo bisogno soprattutto di una fede che renda maturi, fortificati e capaci di assumersi la responsabilità del bene comune e degli interessi generali della comunità; che sia promotrice di civiltà e di progresso; che contrasti il diffuso clima di rassegnazione imperante; che sappia potenziare i segni e la voglia di riscatto; che sappia risvegliare le coscienze; che sappia animare e forgiare esempi di sapienza, di impegno civico, di amore per la propria terra e la propria gente. Una fede, in sintesi, che superi ogni forma di individualismo e si apra al bene di tutti.
Il bene comune non riguarda ovviamente il bene particolare di qualcuno e non coincide neppure con i soli interessi della comunità ecclesiale, ma è un bene che non esclude alcuna persona e, per questo, costituisce un traguardo legittimo e condivisibile anche per chi ha una fede diversa o non ne possiede affatto, perché tutti, senza alcuna preclusione in ragione della religione, della razza e della cultura, hanno il diritto di sentirsi ed essere protagonisti e beneficiari del bene comune realizzato.
In questa ottica, la nostra attenzione va rivolta, in particolare, alla formazione di un laicato maturo, capace d’interpretare e rielaborare il messaggio cristiano, di accostarsi alla vita della città con vera passione civile; un laicato che operi non solo a servizio della comunità, ma stia dentro le situazioni del mondo e sappia orientarle con forza profetica e trasformatrice; un laicato che senta come propria la cultura della cittadinanza.
Cari amici, lasciamoci ispirare nei prossimi anni da un’immagine di chiesa non “centrata” su se stessa, sui propri interessi e sulla ricerca della mera sopravvivenza, ma missionaria, cioè “de-centrata”, sbilanciata e proiettata verso la comunità degli uomini, verso quel Regno di cui ci parla Gesù e per il quale è venuto a spendersi fino alla morte. Quel Regno appartiene al soprannaturale, perché scaturisce dalla iniziativa salvifica del Padre, ma si costruisce qua e ora, attraverso le nostre vicende e le nostre scelte, e mira al bene globale di ogni uomo, di tutti gli uomini.
Il Regno di Dio diventa così lo spazio dove impariamo a unire la Chiesa e la strada, dove diventiamo, poco a poco, testimoni di questo incontro, artigiani di questa alleanza. Se Dio è presente ovunque e nessun luogo lo può contenere, con Gesù, il Verbo Incarnato, egli abita irrevocabilmente nell’uomo, in ogni uomo, fino a identificarsi con lui: “avevo fame e mi avete dato da mangiare…” (Mt, 25). Non a caso questa è divenuta l’icona e la sintesi del Giubileo.
Per noi cristiani, pertanto, il luogo dove incontrare Dio non è solo il tempio, segno di trascendenza, ma anche dove c’è l’uomo. Casa di Dio é, quindi, anche la scuola, dove l’uomo impara a crescere e ad aprirsi al futuro; è l’ospedale, dove è curato nella sua fragilità; è il carcere, dove viene riabilitato se ha sbagliato; è la fabbrica, dove, con il suo lavoro, offre il proprio contributo allo sviluppo della comunità umana. È la vita intera lo spazio dove il Dio della salvezza viene incontro all’uomo e questi impara a corrispondergli.


Quale metodo nel procedere?
Il metodo da adottare dovrà essere quello proprio dell’approccio educativo. Trattandosi di un percorso che tende a far maturare una diversa visione dell’orizzonte religioso, bisogna assumere le modalità tipiche dei processi educativi, servirsi degli strumenti e delle agenzie propri di tale campo. A tale scopo sarà necessario coinvolgere i luoghi tipici della formazione, in particolare i corsi di formazione permanente del Clero, la Facoltà Teologica, il Seminario Arcivescovile, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, l’organizzazione dei PUF, la collaborazione degli insegnanti di religione e il mondo della scuola, gli istituti religiosi, le scuole cattoliche, i movimenti ecclesiali, le associazioni culturali, le arciconfraternite e, in particolare, la rete delle famiglie.
In pratica, bisogna mettere in conto che, per raggiungere la generalità della popolazione, occorre tradurre questi obiettivi in percorsi formativi popolari, accessibili a tutti e concretamente verificabili nei comportamenti della vita quotidiana. Non si tratta di un lavoro da porre sulle spalle già cariche dei pastori, perché non siamo nella logica del “fare di più”, come ho avuto occasione di sottolineare, ma di “fare meglio e insieme”, di indirizzare cioè il già intenso lavoro pastorale verso un obiettivo preciso e concreto, intorno al quale far ruotare tutto: l’educazione all’impegno e al senso di responsabilità per il bene comune.
Sul piano operativo, gli Uffici di Curia daranno continuità a quelle iniziative giubilari già avviate e molto promettenti, quali il dialogo ecumenico e interreligioso, gli incontri con esponenti della cultura, con gli operatori della scuola e col mondo del lavoro, la rete con le istituzioni cittadine, il coinvolgimento degli artisti contemporanei, del volontariato nel campo delle povertà, delle carceri, degli ammalati, eccetera.
Sarà opportuno, poi, che ogni Decanato, alla luce di tali indirizzi generali, elabori un proprio piano pastorale, in linea con gli orientamenti generali della diocesi e in sintonia con gli organismi centrali competenti, calibrato secondo le proprie forze, i propri tempi e la vocazione del territorio di competenza, da presentare in una prossima assise ecclesiale. Esso dovrà prevedere il progressivo coinvolgimento dei livelli decanali e parrocchiali, nonché l’implicazione delle varie risorse presenti sul territorio. Non vanno trascurati i luoghi educativi fondamentali di cui dispone ogni comunità parrocchiale: l’itinerario di fede o catechesi, dando il primato alla Parola, fondamento di ogni processo biblico e catecumenale della pastorale; l’Eucaristia domenicale, Pasqua settimanale; la carità operosa in risposta ai bisogni della nostra gente, come già si sta operando in tutta la Diocesi.. Questi possono diventare formidabili strumenti per formare coscienze avvedute delle loro responsabilità verso la collettività.

Strumenti per operare
È già stata approntata una guida catechetica per impostare degli itinerari di fede, a partire dalla esperienza del Giubileo e in riferimento alle suggestioni del quadro delle sette opere di misericordia del Caravaggio, assunto come emblema di questo nuovo stile. Ad esso si potranno aggiungere nuovi sussidi ed esperienze, maturate sul campo, tese soprattutto ad una catechesi “incarnata” nel proprio territorio, attenta ai temi della liberazione dalle forme di male e dalle strutture di violenza presenti nel nostro tessuto sociale.
In particolare, la rilettura della Parola di Dio e la costituzione di gruppi ad essa dedicati possono costituire una straordinaria risorsa, soprattutto se riusciamo ad evidenziare la forza della carità sociale, che il Vangelo di Gesù custodisce come un seme dalla incontenibile forza trasformante.
Qualora se ne ravvisasse la necessità, si potrebbe istituire, in diocesi, un gruppo di servizio, capace di affiancarsi agli Uffici di Curia e al lavoro dei decanati per supportare l’avvio dei nuovi percorsi.
In prospettiva, infine, si sta valutando l’opportunità di istituire scuole di formazione socio-politica o, come è stato detto, “un itinerario di educazione cristiana al bene comune”, come pure un master universitario specifico. Ne valuteremo la opportunità, alla luce delle esperienze fatte in varie località d’Italia e del cammino che intraprenderemo in diocesi.

I due segni profetici del Giubileo: la liberalizzazione delle offerte e la creazione di un fondo di solidarietà tra le parrocchie.
Alla fine dell’anno giubilare, lanciammo una sfida: creare un fondo di solidarietà tra le parrocchie e giungere progressivamente alla liberalizzazione delle offerte, tradizionalmente legate alla celebrazione dei sacramenti. Desidero insistere su questi punti, pur nella consapevolezza delle difficoltà che si frappongono. Siamo tuttavia fiduciosi che possiamo riuscirci. La nostra gente, se educata a nuove modalità di partecipazione e ad una libera contribuzione, si sentirà più responsabile del bene della chiesa e quindi maturerà, in concomitanza, anche una più viva coscienza di cooperare al bene comune della città. Per questo, considero particolarmente importante tale traguardo. Esso può essere emblematico dell’intero spirito del Giubileo, un atto di fiducia nella Provvidenza e nella presenza operosa dell’intera comunità.
Conclusioni
Incamminiamoci con decisione ed entusiasmo verso questo preciso obiettivo: la formazione di una nuova coscienza di fede, connotata dall’apertura alla città, ai suoi enormi problemi, che sono anche i problemi delle nostre comunità cristiane. Le attuali emergenze della diocesi sono certamente numerose e richiederebbero tutte un’attenzione specifica. Ma riteniamo prioritario l’impegno per questa finalità particolare, consapevoli della responsabilità, morale e civile, che avvertiamo in un momento come questo.
Dobbiamo “gettarci nella mischia”. Pur consapevoli delle difficoltà e dei limiti, siamo convinti che, senza un’azione capillare di formazione delle coscienze dei nostri fedeli, anche il futuro resterà incerto e problematico. Senza il “coraggio” di una conversione pastorale e senza uno sforzo congiunto di tutti -e in primo luogo della comunità ecclesiale- Napoli non potrà salvarsi.
Certo, il traguardo del bene comune è “arduo da raggiungere perché -come ci ricorda la Dottrina sociale della Chiesa- richiede la capacità e la ricerca del bene altrui come se fosse prossimo” (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 167). Per conseguirlo bisogna abbattere le sempre insorgenti barriere dell’esclusione, annullare progressivamente il distacco tra gli ultimi e i primi nella scala socio-economica, controllare ogni forma d’intolleranza verso l’altro, considerato nel migliore dei casi un estraneo, se non addirittura una minaccia.
Il recupero della vivibilità della nostra città non dipende soltanto dal buon funzionamento delle istituzioni, per quanto indispensabile, né dal solo impegno della classe dirigente. Dipende soprattutto dal grado di coinvolgimento e di maturità di tutti i cittadini nella costruzione della casa comune. Neppure la Chiesa, da parte sua, può sentire tale compito come estraneo e improprio. La sua vocazione di ecclesia la sollecita ad essere voce che convoca, raduna, mette in comunicazione, crea comunione.
Sono certo che non ci stancheremo mai di lottare per salvare Napoli, per difendere la storia, la dignità e i diritti della sua gente, per restituire a padri e madri di famiglia il lavoro perduto, per infondere nei giovani fiducia e speranza e aiutarli a realizzare i loro sogni e le loro legittime aspettative di inserimento nel mondo delle professioni, della produzione e della ricerca, nonché la loro aspirazione a formare una famiglia.
Come Pastore e Padre, come Vescovo di questa Chiesa che è in Napoli, non mi risparmierò, con tutti voi, per confermare il grande amore per questa stupenda Città e per il popolo di Dio a noi affidato.
Daremo voce a chi non viene riconosciuto il diritto di far sentire la sua voce. Difenderemo, per quanto ci viene concesso, gli interessi di tutti e gli interessi individuali calpestati.
Auguro che quest’anno pastorale possa essere un anno di grande impegno per la Chiesa di Napoli, Chiesa missionaria, Chiesa serva che tiene aperte le porte della condivisione e della comunione con il popolo di Dio, con le famiglie, con la scuola, con i giovani, che costituiscono il cuore pulsante della nostra terra.
Avendo un obiettivo chiaro dinanzi a noi, potremo, di volta in volta, misurarne il processo di coscientizzazione, le insorgenti difficoltà, il progressivo avvicinamento al traguardo. E, tuttavia, attraverso questo impegno specifico, vedremo crescere coerentemente l’intero organismo ecclesiale, che vuole essere una compagine a servizio dell’uomo, una comunità realmente missionaria, secondo quanto Gesù ha suggerito ai suoi discepoli, una comunità a servizio del mistero del Regno da costruire nella storia.
Affidiamo questo nostro cammino post-giubilare ai nostri Santi Protettori, a San Gennaro e alla Beatissima Vergine Maria, Stella della nuova Evangelizzazione, perché ci guidi, ci preceda e ci conforti con la sua materna intercessione, e ci faccia giungere alla meta, che è l’incontro, estasiante e definitivo, col suo Figlio Divino, Gesù Cristo, Signore e Redentore nostro.  ‘A Maronna c’accumpagna!"

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di Fabio Iacolare
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