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Un teste: “Assunto in cambio del silenzio”

Eternit: il caso Bagnoli al maxiprocesso


Eternit: il caso Bagnoli al maxiprocesso
14/06/2010, 13:06

NAPOLI – Oggi, per la prima volta, al maxiprocesso Eternit si è parlato del caso di Bagnoli. Anche la filiale partenopea del colosso dell’amianto è stata teatro di un massacro ‘silenzioso’: a partire dagli anni Trenta, quando lo stabilimento fu attivato, i dati raccolti dalla polizia giudiziaria parlano di almeno 573 casi di operai colpiti da malattie provocate dal contatto col minerale nocivo. Di questi, ormai sono più di 430 quelli già deceduti, e il numero è destinato a salire.

Oggi, al processo che si sta svolgendo a Torino, due ex operai hanno parlato delle condizioni di lavoro e di quali fossero anche i ricatti ai quali erano sottoposti i lavoratori. Che l’amianto fosse pericoloso, è stato ribadito, era già una cosa nota. Ma quel lavoro “qualcuno doveva pur farlo”.

Allucinante la testimonianza di uno degli ex lavoratori, che ha spiegato anche il meccanismo grazie al quale era riuscito ad essere assunto. Un do ut des, un ringraziamento per non aver dato risalto alla morte del padre, ex operaio nello stesso stabilimento, e deceduto proprio per una patologia legata al lavoro in fabbrica. “Già nel 1961 si sapeva che l’amianto provocava malattie mortali. Quando nel '65 io e mia madre andammo dal capo del personale a lamentarci perché mio padre era morto per la polvere il capo disse a mia madre: "Non fate confusione, alla prima assunzione prendiamo vostro figlio"”. E’ la dichiarazione di Luigi Falco, ex operaio proprio nello stabilimento di Bagnoli, al lavoro dal ’69 al 1985. "Anche io venni visitato nel 1982 - racconta il teste - e videro che avevo qualcosa nei polmoni. Mi dissero che era solo bronchite. In realtà era asbestosi. Ma l'Inail non ci riconosceva. Solo il centro antitubercolosi di Napoli iniziò a far emergere le prime malattie. Ma per molto tempo a Napoli ci dicevano che non avevamo nulla, a Pavia invece che avevamo l'asbestosi". Falco ha anche raccontato che ogni giorno "svuotavo 70 chili di amianto blu prendendolo con le mani". "C'era una polvere enorme - ha spiegato - le mascherine non bastavano per tutti, così ci coprivamo con dei fazzoletti". Il reparto amianto, come ha raccontato Falco, "era il reparto punizione: se uno discuteva con il caporeparto o sgarrava si faceva 15 giorni là". "L'azienda non ci ha mai dato informazioni sui rischi che correvamo - ha sottolineato il teste - e i sindacati non facevano più di tanto perché qualcuno quel lavoro lo doveva fare. All'interno dei reparti non c'erano separazioni tra i luoghi dove si lavorava l'amianto direttamente e gli altri locali. Io quando pulivo con la spazzatrice lo facevo a secco e mi dovevo tappare la bocca quando si sollevava un polverone". Falco ha anche confermato che gli scarti dell'amianto venivano venduti a esterni o a operai. "I sacchi venivano venduti a 35mila lire al chilo - ha precisato l'ex operaio - per comprarli si parlava col capoturno. Si pagava in direzione. Lo sapevano tutti".

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di Nico Falco
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