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Emergono nuovi fatti sull'attentato dell'Addaura

Falcone: servizi segreti e mafia associati per ucciderlo


Falcone: servizi segreti e mafia associati per ucciderlo
07/05/2010, 09:05

PALERMO - Ci sono stati molti episodi nella vita del magistrato Giovanni Falcone che sono stati ricostruiti in modo non soddisfacente, per cui hanno lasciato punti oscuri. Uno di questi episodi è quello dell'esplosivo davanti alla casa al mare del magistrato. Il 21 giugno 1989 Falcone, che aveva un incontro con un pool di giudici svizzeri guidati da Carla del Ponte, li invitò a casa sua all'Addaura. Inizialmente poteva esserci una pausa sul lungomare, magari con tanto di bagno; ma poi si rinunciò. Ad un certo punto fu trovato uno zaino, dove gli artificieri trovarono alcuni candelotti di dinamite pronta ad esplodere. Non si è mai saputo chi avesse piazzato lo zaino, sfuggendo alla sorveglianza.
Oggi, a 20 anni di distanza dai fatti, comincia a squarciarsi il velo. Ed è un velo che trasuda sangue da ogni parte. Innanzitutto si è stabilito che molto probabilmente quello zaino fu messo il giorno prima, il 20. E già questo apre inquietanti interrogativi sulla velocità con cui la mafia potesse avere accesso a queste informazioni (spostamenti ed appuntamenti di giudici e Pm) che non sono sotto gli occhi di tutti. Ma anche scavalcando questo punto, le indagini sono andate a cercare di scoprire chi fossero i due occupanti di un gommone che quel 21 giugno stavano al largo della villa di Falcone, come testimoniato da numerose persone; gommone che non fu trovato dalle ricerche fatte via mare e scattate immediatamente dopo il ritrovamento dell'esplosivo. Gli inquirenti ritengono di avere individuato le due persone. Una è Antonino Agostino, agente del Commissariato di San Lorenzo, ucciso insieme alla moglie due mesi dopo, il 5 agosto 1989. All'epoca fu liquidato come delitto passionale, ma le rivelazioni di un pentito, Oreste Pagano, ci dicono qualcosa di diverso: "È stato ucciso perché voleva rivelare i legami mafiosi con alcuni della questura di Palermo. Anche sua moglie sapeva: per questo hanno ucciso anche lei". Cosa confermata anche da un funzionario di Polizia, che all'epoca raccolse una confidenza dello stesso Falcone, che era convinto della stessa cosa.
L'altra persona su quel gommone era Emanuele Piazza, ex agente di polizia ed agente dei servizi segreti, che venne attirato in una trappola dai boss della mafia e strangolato il 15 marzo del 1990, perchè si era saputo della sua appartenenza ai servizi segreti. Anche in quel caso, nelle indagini si parlò di una fuga in Tunisia per motivi passionali, prima che ne venisse ritrovato il cadavere.
Incidenti simili capitarono anche ad altre persone che sapevano qualcosa. Come Francesco Paolo Gaeta, piccolo boss locale, che aveva assistito a delle strane manovre militari nei pressi della villa del Giudice e che fu ucciso a colpi di pistola, in quello che allora fu definito un regolamento di conti. O come Luigi Illardo, informatore dei Carabinieri, che riferì al colonnello Michele Riccio: "Noi sapevamo che a Palermo c'era un agente che faceva cose strane e si trovava sempre in posti strani. Aveva la faccia da mostro. Siamo venuti a sapere che era anche nei pressi di Villagrazia quando uccisero il poliziotto Agostino". Pochi giorni prima di mettere a verbale queste dichiarazioni, venne ucciso.
Tutte coincidenze? Perchè a queste cose poi vannio aggiunte le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, che hanno sempre parlato di un agente dei servizi segreti, conosciuto come "Carlo" o "signor Franco", che stava insieme all'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e con continui contatti con il boss dei boss, Totò Riina. Il quadro che si crea è tutto, fuorchè tranquillizzante.

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di Antonio Rispoli
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