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Il senatore:"Eventi all'insegna del consumo di droga"

Ferruccio Saro:"Festa gay, ancora una volta si finanzia lo sballo"


Ferruccio Saro:'Festa gay, ancora una volta si finanzia lo sballo'
29/05/2010, 11:05

Utilizza parole come “responsabilità”, “austerity”, “sicurezza”, e “cultura della civiltà” il senatore Ferruccio Saro per richiamare tutti alle conseguenze della ‘festa gay’ e dell’esibizione porno groove che si terrà questa sera al Cormor nell’ambito dell’Home page festival. “Lungi da me fare il moralista, non è il mio compito, ma la scienza è scienza e io mi baso su questi risultati inconfutabili: innanzitutto – dichiara il senatore – è ampiamente dimostrato da diverse ricerche sociologiche di osservazione (ma probabilmente i patrocinatori e i finanziatori non lo sanno) che in concomitanza con feste gay e eventi affini è puntualmente associato l’uso di determinate sostanze allucinogene, esattamente come è stato dimostrato per i rave e i reggae party. Non è un’opinione questa, ma sono fatti”, puntualizza. “Questo significa – prosegue - che anche con i soldi pubblici si pagano attività potenzialmente non lecite di una minoranza e la collettività si deve ancora una volta far carico del prezzo dello sballo, in tutti i sensi, della minoranza. Come se non bastasse, si propongono alle giovani generazioni modelli profondamente poco civili: basti pensare – afferma Saro - ad alcune performance dell’ospite che salirà sul palco questa sera (Immanuel Casto, ndr) i cui video spaziano da storie fra uomini e sacerdoti, con riferimenti assai ambigui e pericolosi anche ai chierichetti (come compare in Che bella la Cappella), ad incomprensibili e osceni inni allo stupro e via dicendo. Contrariamente a quanto dice il primo cittadino, Udine, in questo modo, si dimostra tutto fuorché civile. In questi giorni ho analizzato la produzione dell’ospite di questa sera e mi sono reso conto che, nonostante quanto asserito dal primo cittadino, non ha proprio nulla da spartire con il Tiepolo. Chi si accollerà i costi sociali dello sballo e delle conseguenze in termini di sicurezza, ordine pubblico, e di educazione culturale? Perché se l’arte diventa strumento di oppressione e veicolatore di messaggi antisociali cessa di essere arte e si trasforma in qualcosa di totalmente diverso che non si può chiamare né cultura né provocazione. Vorrei vedere chi, Honsell compreso, sarebbe contento di allevare i figli con “Io la do”, “Deflorato”, “Che bella la Cappella” e… non continuo l’elenco”.

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di Redazione
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