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FESTA DI PIEDIGROTTA: LA FONDAZIONE BIDERI DEDICA SPAZIO ALLE NOTE DEGLI EMIGRANTI


FESTA DI PIEDIGROTTA: LA FONDAZIONE BIDERI DEDICA SPAZIO ALLE NOTE DEGLI EMIGRANTI
01/09/2008, 13:09

L’immagine di copertina e l’autografo di E. A Mario scelti come simbolo di questa mostra legano indissolubilmente la sorte della canzone napoletana a quella della storia dell’emigrazione italiana. Capace di raccontare i sentimenti e i (bi)sogni di un popolo, la melodia partenopea è stata la colonna sonora di amori e speranze, ma in questo caso anche di un dramma: quello della ricerca disperata di un altro mondo possibile, di un lavoro, di una speranza, della dignità negata in patria.

 
 I bastimenti, le lacrime napulitane, gli emigranti al porto, i vapori che affondano, le famiglie separate e poi riunite o mai ritrovate sono le emozioni raccontate dalla mostra curata da Federico Vacalebre per la Fondazione Bideri nell’ambito della Festa di Piedigrotta 2008 mettendo insieme documenti spesso mai visti, sul fronte della storia sociale come di quella della canzone.
 
Senza la pretesa di riassumere una vicenda complessa, dolorosa ma a tratti anche esaltante, riconoscendo il legame che unisce Ellis Island a Lampedusa, l’Italia degli emigranti di un tempo con quella degli immigrati di oggi, l’esposizione alterna copielle, spartiti, autografi, 78 giri, antichi cliché editoriali, raccolte di Piedigrotta con immagini e voci di dentro del pianeta emigrazione. I passaporti, le lettere, le locandine delle compagnie di navigazione, i biglietti, il viaggio in terza classe, le mamme e i figli, gli uomini senza donne, le impronte digitali, le circolari governative, le richieste ai podestà, le censure del fascismo, gli ebrei in fuga, il sogno realizzato e quello tradito, il razzismo e l’integrazione, la nostalgia e la voglia di futuro, il desiderio di cambiare la propria esistenza e l’insopprimibile bisogno di tornare a casa.
 
Centinaia di canzoni napoletane, ma anche e italiane: l’elenco è lunghissimo, il più lungo e completo mai stilato, e volutamente attento anche ai momenti più recenti: ricordare o (ri)scoprire che di emigrazione parlavano non solo Bovio ed E. A. Mario, ma anche Domenico Modugno (“Amara terra mia”), Luigi Tenco (“Lontano, lontano”), Battisti-Mogol (“Il paradiso non è qui”) , Marcella Bella (“Montagne verdi”), i Ricchi e i Poveri (“Che sarà”) e persino Laura Pausini (“La solitudine”) è la maniera più immediata e chiara per dire che si tratta di un passato prossimo e non remoto, che solo negli anni Settanta quel fenomeno si è quasi esaurito, dando poi spazio al suo contrario, l’immigrazione. Dai bastimenti alle carrette di mare, appunto, da Ellis Island a Lampedusa, da terra di emigranti a terra d’immigrati.
 
 Due canzoni, due voci, una famosissima, una molto meno, riassumono in breve il perimetro e il senso di questa mostra. La prima è di Mario Merola che intona, su disco, a teatro, al cinema, “E ‘nce ne costa lacreme st'America a nuje napulitane!...Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo 'e Napule, comm'è amaro stu ppane!”
La seconda è quella dell’ucraina Rayssa, sbarcata sotto il Vesuvio come mille donne dell’Est, scoperta da un impresario postmelodico in una pizzeria, che canta: “…A Margellina ce sta ‘na guagliuncella ‘e ll’Ucraina che manna ‘e sorde a casa e sotto ‘a luna cu chello che le resta và a ballà”.
 
Insieme all’elenco delle canzoni dell’emigrazione, ai film da esse ispirati, alle immagini di documentari e pellicole che raccontano quel periodo, importante è la ricostruzione delle carriere dei cantanti di Little Italy, delle voci dell’emigrazione. Facile, scontato quanto indispensabile, ricordare il tenorissimo Enrico Caruso, la regina degli emigrati Gilda Mignonette, la strepitosa Ria Rosa, il signore della canzone coloniale Farfariello. Più difficile, e per questo più importante, ricostruire le gesta meno celebrate di Giuseppe Milano, Giuseppe De Laurentiis, Alfredo Bascetta,Frank Amodio, Gennaro e Salvatore Quaranta, Gennaro Cardenia, Gennaro Amato, Nino D’Auria, Nino Marchetti,Teresa De Matienzo, Nina De Charny, Nina Splendor, Farfui Prima e Rita Berti, Vincenzo Di Maio e Rosina De Stefano, Marmorino e De Palo, Pasquale Nardos e Africanella e Laura e Alberto Colombo.
 
 
Il catalogo edito dalla Gennarelli Bideri completa questo viaggio alla ricerca della melodia e della memoria perduta avvalendosi, oltre agli interventi istituzionali e a uno scritto del curatore, di preziosi saggi di Paquito Del Bosco, direttore artistico dell’Archivio storico della canzone napoletana, di Antonio Grano e di Antonio Sciotti.
 

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di Redazione
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