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Tutti diciottenni gli spacciatori del clan dei “Valentini”

Gionta, condannati otto baby pusher


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Gionta, condannati otto baby pusher
05/02/2010, 16:02

TORRE ANNUNZIATA – Un’organizzazione da cinquantamila euro di profitto giornaliero. Un colosso economico, di stampo camorristico. Questo è il giro d’affari nel mondo della droga del clan Gionta. A Torre Annunziata esiste un traffico di denaro, legato al commercio di sostanze stupefacenti, da far invidia alle grandi multinazionali. Di quel commercio fanno parte i più giovani, investiti del ruolo di vedette e pusher a soli diciotto anni e la cui vita è già segnata prima della maturità. A quella categoria appartengono gli otto minorenni che la Corte d’Appello ha condannato a una pena complessiva di quarantacinque anni di carcere. L’accusa, nei confronti dei giovani tutti appartenenti al clan dei “valentini” (dal nome del superboss Valentino Gionta), è di reato di spaccio. Gli otto “muschilli”, così come vengono chiamati, da chi li controlla, i giovani della manovalanza, vennero tratti in arresto dagli agenti di polizia lo scorso anno. Era il 21 gennaio 2009 quando il comando di polizia locale fece partire il blitz contro lo spaccio di droga in città. L’operazione, soprannominata Fortàpasc, fu portata a termine nel giro di poche settimane con l’aiuto di filmati captati grazie a telecamere nascoste. Dai video registrati, fu smascherata la struttura organizzativa dei Gionta. Di quell’ossatura facevano parte numerosi minorenni, utilizzati come pusher, o vedette poste agli angoli della strada per avvistare l’arrivo delle forze dell’ordine. Il giro d’affari nelle mani degli under era fruttuoso e ben organizzato. C’erano addirittura dei turni da rispettare per non lasciare mai “la piazza scoperta”, e venivano portati pasti caldi alle vedette che restavano in posizione di appostamento per ore intere. Oggi quei ragazzi si sono visti recapitare la pena dalla giustizia. Poco più di cinque anni di carcere a testa, così come per i restanti ventidue che decisero, lo scorso anno, di esser giudicati con rito abbreviato. Molti di loro hanno gradi di parentela con chi conta nel clan. Altri sono stati semplicemente arruolati. Quel che conta è altro. Chi è finito in cella ha già perso parte del proprio futuro.  

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di Salvatore Formisano
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