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Giornata europea vittime del terrorismo: il dossier per non dimenticare


Giornata europea vittime del terrorismo: il dossier per non dimenticare
01/03/2012, 10:03

Milano. 12 dicembre 1969. In piazza Fontana scoppia una bomba all’interno della Banca dell’Agricoltura. Muoiono 17 persone. Ottantotto rimangono ferite. La matrice accertata è di estrema destra. È l’inizio convenzionale di una strategia della tensione che metterà l’Italia in ginocchio per un decennio. Prima di allora, già nella seconda metà degli anni Sessanta, si erano verificati almeno 140 attentati. Una stagione di piombo e sangue che ebbe fine, sempre per convenzione, trent’anni fa, con la liberazione, a Padova, il 28 gennaio 1982, del generale americano James Lee Dozier rapito 42 giorni prima a Verona dalle Brigate Rosse. In questo periodo ci furono 14.615 attentati, 428 morti e circa 5 mila feriti. Un vero bollettino di guerra. Ventimila furono i militanti della lotta armata inquisiti e circa 6 mila quelli finiti dietro le sbarre.

A trent’anni da una delle pagine più buie della nostra democrazia, il «Messaggero di sant’Antonio» pubblica, nel numero di marzo, un dossier ricco di interventi, interviste e riflessioni, a cura della giornalista Nicoletta Masetto. Tema: «La memoria oltre il dolore». «Il ricordo per non dimenticare – è scritto nell’avvio dell’ampio servizio che passa in rassegna storie, personaggi, ambienti di quel periodo buio del nostro Paese.- La ricerca della verità per comprendere la Storia attraverso un mosaico di ricordi altrimenti divisi, lacerati, mai riconciliati». E ancora: «La rilettura per non rimanere in ostaggio dell’odio e del rancore. È questa la strada intrapresa negli ultimi anni in Europa e in Italia, con slancio e coraggio, dai familiari delle vittime del terrorismo».
La memoria diventa il percorso obbligato perché rabbia e odio non abbiano il sopravvento. Da questi vissuti personali è possibile costruire una memoria condivisa «per non permettere che altri – come disse Gemma Capra, vedova del commissario calabresi, al figlio Mario nel momento in cui questi doveva scegliere se continuare a lavorare nello stesso giornale per il quale scriveva Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua e mandante dell’omicidio del padre – decidano ancora del tuo destino. Lo hanno già fatto quando eri bambino». Perché, come ricorda Silvia Giralucci il cui padre fu ucciso nella sede del Movimento sociale italiano (Msi) di Padova, nel primo delitto rivendicato dalle Brigate Rosse, «il rancore finisce sempre per corrodere le tue ossa, mai quelle degli altri». Oggi Silvia, giornalista, sposata, madre di due figli, è riuscita ad avere una risposta ai suoi tanti perché. «Ho cercato una risposta nelle storie delle persone che negli anni Settanta hanno rischiato la vita in modi diversi, per le loro idee. Ciascuno mi ha restituito un tratto di umanità personale, nella quale, comunque, poteva rispecchiarsi anche l’esperienza di mio padre: sicuramente questo mi ha dato una maggiore serenità. Sono tante, piccole, ma a volte antitetiche e inconciliabili, che non vogliono sostituire la visione d’insieme o l’analisi più ampia che può fornire uno storico, ma che spero possano comporre un quadro di memorie divise e condivise».

Il dossier si sofferma poi sul «caso» Battisti, sulla strage di Bologna, sul sacrificio di altri due «servitori dello Stato», il maresciallo Giorgio Bazzega e il vicequestore Vittorio Padovani, assassinati durante il tentativo di cattura del terrorista Walter Alasia. Nel servizio anche un’ampia intervista a Roberta Peci, figlia di Roberto, ucciso dalle Br, e nipote di Patrizio, tra i primi terroristi pentiti. Per concludere, poi, con la toccante testimonianza di Manlio Milani, sopravvissuto alla strage neofascista di piazza della Loggia a Brescia e fondatore della «Casa della Memoria». Ma un interrogativo, per certi aspetti inquietante, si inserisce nel dibattito, dopo che negli ultimi anni sembrano essere rispuntate le nuove Br: esiste davvero il pericolo di un ritorno del terrorismo? A rispondere è Marc Lazar, professore a Sciences Po (l’autorevole Università parigina di studi politici), dove dirige il Dipartimento di Storia, e alla Luiss di Roma. Lazar è, tra l’altro, il curatore del Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo. Lo fa in un’intervista inserita nel dossier del «Messaggero di sant’Antonio»: «Credo che l’Italia sia stata ampiamente vaccinata dalla violenza politica degli “anni di piombo”. Oggi, da Nord a Sud, ogni volta che si verificano attentati o semplici manifestazioni politiche violente, si assiste subito a un’ampia reazione di condanna. Da quegli anni – conclude Lazar – l’Italia è uscita con l’idea che la democrazia non può accettare il ricorso alla violenza».

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di Redazione
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