Cronaca / Cronaca

Commenta Stampa

Gli industriali non si smentiscono mai


Gli industriali  non si smentiscono mai
11/05/2011, 18:05

 

GLI INDUSTRIALI NON SI SMENTISCONO MAI!


 

di Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco


 

Nella assemblea straordinaria della Confindustria che si è tenuta a Bergamo, città simbolo del potere leghista e della nuova economia “tremontiana”, gli industriali italiani non si sono smentiti. E’ bastato fare il nome dell’imprenditore svizzero Thyssen, recentemente condannato per la strage degli operai dello stabilimento siderurgico di Torino, di cui è amministratore delegato, che un applauso convinto di solidarietà si alzasse dalla platea dei partecipanti. Nella relazione, la sentenza di condanna per omicidio colposo di Thyssen, è state definite un “unicum europeo”, a sottolineare la particolare originalità della posizione dei giudici italiani nel contesto legislativo europeo.

Le parole della Mercegaglia, imprenditrice anch’essa del settore siderurgico, sono apparse fuori luogo ed eccessive. Nessuno si aspettava una simile presa di posizione da parte della Confindustria, ma quelle parole, assumono un significato importante, proprio perché sono state pronunciate in quella particolare riunione. Erano anni che gli industriali italiani non si riunivano in Assemblea Generale per discutere della situazione economica e politica del nostro paese. Il segnale che gli imprenditori hanno voluto dare è decisivo per i rapporti tra politica ed impresa: la crisi morde molto di più di quanto non ci si aspettasse, il Governo non risponde alle richieste dell’impresa, i capitali esteri fanno man bassa delle aziende italiane e il salvatore della Chrysler l’italo – canadese Marchionne, porta fuori dalla Confindustria la Fiat, la più grande ed importante impresa italiana, decretando in questo modo una crisi che l’associazione degli industriali non aveva mai vissuto nella sua ultracentenaria esistenza.

Gli industriali italiani perdono peso politico e sociale, ne hanno consapevolezza e chiedono al Governo, guidato da un imprenditore, delle riforme che li aiutino a riprendere il loro posto nella economia italiana ed europea. Le riforme che vengono richieste sono quelle che da sempre promette e non realizza Berlusconi, perché troppo di rottura con la massa popolare dei suoi elettori.

Le richieste degli imprenditori sono: meno tasse e minori vincoli alla libertà della impresa. Come spesso ha ripetuto il Cavaliere, in Italia ci sono troppi “lacci e lacciuoli”, ovvero troppe regole per un capitale che mal sopporta di rispettare i diritti collettivi, perché rispetta solo quelli del profitto. L’accusa che viene fatta a Berlusconi da parte degli industriali delusi è quella che ci sono ancora troppi limiti alla libera intrapresa. La sentenza di Torino crea un altro insopportabile vincolo: la responsabilità diretta dell’imprenditore nei confronti degli incidenti e degli infortuni sui luoghi di lavoro. La sentenza di Torino introduce una novità rilevante nei processi per incidenti mortali sul lavoro: le mancate misure di sicurezza, in caso di accertato dolo da parte dell’imprenditore, non sono soggette ai provvedimenti previsti dalla legge 626/94, ma sono trattati ai sensi del Codice penale e le pene sono quelle previste per omicidio e per lesioni gravi, ovvero possono raggiungere i dieci anni di reclusione. Non basterà più un semplice risarcimento, una multa o una condanna sospesa a pochi mesi di reclusione. Il rischio che nei prossimi due gradi di giudizio, la sentenza di Torino possa essere confermata, terrorizza il mondo dell’impresa italiana, che nell’applauso liberatorio di Bergamo, ha espresso tutta la sua preoccupazione.

Il sistema industriale italiano, dal 2008 ad oggi ha perso il 18 % di produzione, ed i deboli segnali di crescita, lo 0,4% registrati nei mesi scorsi non sono incoraggianti. La richiesta, che le imprese fanno al Governo, è quella di sempre,la riduzione delle tasse. Per gli imprenditori è l’unico modo per recuperare liquidità per gli investimenti di innovazione dei processi produttivi, che vengono richiesti da un mercato in continua evoluzione. Questi dati confermano la tendenza, da parte degli industriali italiani a non investire i guadagni delle loro imprese in Italia, ritenuto troppo oneroso, così, tutti investono nei paesi emergenti dove i salari sono bassi e i Governi offrono incentivi per i nuovi insediamenti industriali. In Italia investono i capitali stranieri, mentre le nostre imprese perdono lavoratori esperti lasciati nella miseria della cassa integrazione, mortificano giovani preparati che lasciano anni in un precariato senza fine, mantenendo tutto il paese sotto il ricatto della mancanza del lavoro. In questo contesto, gli imprenditori non sono assolutamente disposti a spendere, anche, per la sicurezza sul lavoro per non correre il rischio di andare in prigione. Purtroppo per il nostro paese, gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali rappresentano un costo sempre più grande che si scarica sulla collettività e sulla spesa sociale. L’INAIL eroga ogni anno per invalidi sul lavoro ben 648.360 pensioni, mentre sono 152.346 gli assistiti per malattie professionali. Ogni anno, sono circa 700.000 gli infortuni sul lavoro, che producono circa 1000 morti e circa 5000 nuovi invalidi permanenti. Un costo sociale enorme, una perdita economica non facilmente misurabile tra spese mediche e di riabilitazione, ore di lavoro perdute e spese di assistenza erogate. Non c’è legge di mercato che tenga di fronte a questi dati! Risparmiare nei confronti della sicurezza sul lavoro non è nelle prerogative dei manager. Non può far parte del loro bagaglio professionale risparmiare sulla salute pubblica. Un imprenditore non può guadagnare per la propria azienda e scaricare i costi delle malattie e dei nuovi invalidi sulla collettività. Questo modo di produrre non è civile, non è crescita, non è sviluppo. Gli applausi di Bergamo esprimono una cultura degli imprenditori italiani che deve essere profondamente cambiata, perché si sta scavando un solco sempre più profondo nel nostro paese tra i lavoratori e le imprese. Il rischio che possa rompersi il patto sociale che è alla base della capacità produttiva italiana è serio. Ritrovare la strada della concertazione e del dialogo tra la politica, le imprese ed il mondo del lavoro è l’unica strada che riusciamo ad intravedere per il nostro futuro. Sicuramente i comportamenti devono essere improntati a valori condivisi, in cui la solidarietà per un imprenditore responsabile della morte orrenda dei suoi operai non può essere ne accettata, ne tollerata.


 


 


 

Commenta Stampa
di Raffaele Pirozzi
Riproduzione riservata ©