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La polizia indaga su decine di segnalazioni

Identità "vendute" e permessi di soggiorno, scoppia il caso a Napoli


Identità 'vendute' e permessi di soggiorno, scoppia il caso a Napoli
12/06/2010, 07:06

NAPOLI - Quando il postino bussa alla sua porta, il 13 gennaio di quest’anno, Anna (il nome è di fantasia) pensa che quella missiva inviatale dall’Inps sia frutto di un banale errore. Lei, giovane disoccupata napoletana, con l’ufficio pensionistico non ha mai avuto nulla a che fare. Come molti, dopo tutto, nella città di Partenope. Statistiche a parte, però, la lettere in questione la riguarda, anche se non proprio direttamente. L’Inps infatti la invita, attraverso i bollettini per i versamenti, a pagare i contributi ad un tale, di origine cingalese, che avrebbe lavorato in casa sua dal primo luglio del 2009 “alla data di sottoscrizione del contratto di soggiorno”. Testuale. Un importo trimestrale da pagare, dunque, calcolato in base alle ore di lavoro che il domestico dello Sri Lanka avrebbe effettuato nel suo appartamento. Eppure Anna questa persona non la conosce affatto, né ha mai avuto colf in casa.
La paradossale vicenda la incuriosisce. Vuole immediatamente vederci chiaro, e si reca presso gli uffici dell’Inps per spiegare che si tratta di un abbaglio. Alla sede di via Vespucci, però, le spiegano che loro non c’entrano niente: sono decine e decine infatti le persone che hanno segnalato lo stesso problema, e vengono tutte invitate a denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine. Alcune di queste sono lì con lei, inviperite e preoccupate. “È una maxi-truffa”, le balena nella mente. E non perde tempo. Qualche giorno dopo (è il 22 gennaio) Anna racconta l’intera vicenda agli agenti del commissariato Dante, spiegando che in realtà questo cittadino cingalese non l’ha mai conosciuto: “Non potrei nemmeno averlo avuto alle mie dipendenze – spiega la giovane donna – Sono disoccupata e quindi non ho una busta paga…”. Gli uomini in blu rispondono con un laconico “non ci meraviglia”. Perché di casi del genere, a Napoli, negli ultimi mesi ne sono stati segnalati a iosa. Vicenda nota all’Ufficio Immigrazione della questura di via Medina. Conoscono il raggiro anche in Prefettura, tanto che, nel mese d’aprile, da Palazzo di città inviano una lettera ad Anna in cui le danno ragione e rigettano la richiesta di emersione del lavoro, in quanto sarebbe irregolare. “Nessun rapporto lavorativo riconosciuto”, spiegano in poche righe. Incubo finito? Nemmeno per sogno. Anna scopre intanto che la persona indicata nella lettera dell’Inps in realtà non esiste. Un fantasma, un nome inventato. Fatto sta che qualcuno ha ancora in mano nome, cognome ed indirizzo della donna. “Conoscono perfino il mio numero di telefono…” rivela al cronista. La conferma appena 4 giorni fa. Qualcuno torna a bussare alla sua porta. Stavolta, però, non è il postino. Ma tre donne cingalesi. In casa c’è la madre. Apre la porta, chiede cosa vogliono. E loro, con modi garbati, la pregano di non sporgere denunce perché l’assunzione - a loro dire - c’è stata. La mamma di Anna resta senza parole. E loro continuano a sostenere di avere ragione, perché in mano hanno la fotocopia della carta d’identità della ragazza. “Sanno tutto di me, ho paura…” dice Anna. Qualcuno può manipolare i suoi dati come e quando vuole, sa dove abita. La polizia intanto indaga sulla vicenda: non è escluso che dietro possa esserci un’organizzazione criminale.     
 
L'IDENTIKIT - Giacca e cravatta, valigetta alla mano, italiano perfetto. All’apparenza semplici rappresentanti, in realtà sono veri e propri manager con alle spalle organizzazioni criminali ramificate in mezza Europa. Il loro compito è vendere identità di cittadini italiani agli immigrati senza lavoro che devono rinnovare il permesso di soggiorno. Basta una fotocopia di una carta d’identità, oppure pochi dati, per riuscire ad imbastire pratiche all’oscuro degli uffici dell’Inps e a far risultare occupato un extracomunitario. La polizia parla di insospettabili esperti del ramo, che adescano i propri clienti davanti agli sportelli dell’ufficio immigrazioni per poi contrattare il prezzo dei documenti. Carte di identità, codici fiscali, patenti, ma anche semplici contratti con dati generici vengono utilizzati per il rilascio del permesso. Una truffa che poi viene puntualmente scoperta quando i cittadini protestano agli sportelli dell'ente per la previdenza sociale. È un business milionario in cui spesso – sottolineano fonti di polizia – vi sono coinvolte anche agenzie telefoniche ed altre società, che stipulano pacchetti “all inclusive” in cui figurano schede per la pay tv e offerte di gestori della comunicazione. Indagini simili, a Napoli, già sono partite nei mesi scorsi. In via Vespucci ogni mattina aspettano il potenziale acquirente accanto alle file in attesa di poter rinnovare il permesso di soggiorno. Una documentazione ovviamente fasulla, dietro la quale vi è un vero e proprio racket, come quello scoperto nello scorso mese di febbraio dalla polizia di Siracusa. Le indagini portarono la Dda siciliana direttamente nel capoluogo campano. Gli agenti accertarono che alcune prostitute nigeriane che battevano nella periferia orientale, avevano ottenuto il permesso grazie ad una organizzazione operante su tutto il territorio nazionale, tanto che gli atti vennero trasmessi alla Procura della Repubblica di Napoli. I casi segnalati in città dall’inizio di gennaio sono centinaia. Truffe che potrebbero dunque avere un’unica matrice. Difficile però rintracciare i responsabili dell’organizzazione, perché il più delle volte le vere vittime del raggiro sono gli stessi immigrati, ignari degli escamotage utilizzati dai “venditori di identità”.     

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di Davide Gambardella
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