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Documento per l’Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2010

"Il carcere possibile Onlus"


'Il carcere possibile Onlus'
27/01/2010, 17:01

NAPOLI - La cerimonia d’inaugurazione dell’Anno Giudiziario costituisce l’occasione più importante per un dibattito pubblico sulla situazione dell’amministrazione della Giustizia. La manifestazione ufficiale si terrà a Roma il 29 gennaio, mentre il giorno precedente, a L’Aquila, è prevista l’”inaugurazione” dei Penalisti Italiani, organizzata, dall’Unione Camere Penali, simbolicamente nella città abruzzese colpita dal terremoto, per segnalare l’esigenza immediata di una “ricostruzione della Giustizia”. Il 30 gennaio, in tutte le altre Corti di Appello i rispettivi Presidenti terranno la relazione sull’attività svolta nel distretto di competenza.
In queste sedi, “Il Carcere Possibile Onlus” avverte la necessità di denunciare, tra i numerosi problemi che affliggono la Giustizia Italiana, le gravissime condizioni in cui versano la maggior parte degli Istituti di Pena, che hanno indotto il Consiglio dei Ministri a dichiarare lo “stato di emergenza” per tutto il 2010 ed il Presidente della Repubblica ad affermare, nel discorso di fine anno: “…..penso ai detenuti, in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi e, di certo, non ci si rieduca”
Tali affermazioni – finalmente ufficiali - rendono superfluo approfondire circostanze come il sovraffollamento non più sopportabile, come l’assoluta inadempienza rispetto al principio costituzionale della finalità rieducativa della pena, che non può più rappresentare una priorità innanzi al problema principale che è quello delle condizioni igienico-sanitarie e di salute dei detenuti e dei rapporti con le famiglie fortemente penalizzati, ma è utile citare un solo dato, quello sulle morti in carcere, che dall’inizio dell’anno al 20 gennaio è il seguente: 20 morti, un morto al giorno. Di questi, 7 suicidi, 1 ogni 3 giorni, oltre a numerosissimi tentativi. E’ l’indice palese del disagio, della dipartita finale. Togliersi la vita diventa l’obiettivo di persone private non solo della libertà, ma della dignità.
Gli interventi da realizzare dovranno, dunque, essere concreti, indifferibili e dovranno costituire effettivamente una priorità del Governo.
Il Ministro della Giustizia, nel rendere pubblica la dichiarazione di “stato di emergenza” ha sottolineato: “Quella che ci accingiamo a compiere è una missione che non ha precedenti nella storia della Repubblica, perché per la prima volta si vuole risolvere il problema del sovraffollamento carcerario senza dover ricorrere all’ennesima amnistia o a provvedimenti d’indulto, ma volendo dare dignità a chi, comunque, deve scontare una pena detentiva” (Dal sito del Ministero della Giustizia).
Quanto annunciato dal Governo prevede 4 punti essenziali:
1) Edilizia Penitenziaria; 2) Detenzione domiciliare per chi deve scontare solo un anno di pena residua; 3) Messa alla prova delle persone imputabili fino a tre anni; 4) Assunzione di 2.000 nuovi agenti.
Per quanto riguarda l’Edilizia Penitenziaria – già da tempo annunciata con il c.d. “Piano Carceri” per il quale non vi sono le risorse economiche - va subito detto che sono ben 40 gli Istituti Penitenziari già costruiti, ma inutilizzati. Edifici nuovi, mai aperti, la maggior parte dei quali in completo stato d’abbandono. Alcuni esempi: a Gela, in Sicilia, il carcere è stato progettato nel 1959; i lavori sono iniziati nel 1982, sono durati 25 anni, ma non è ancora operativo. A Morcone, in Campania, l’Istituto è stato completato nel 1995 e non è stato mai utilizzato perché ritenuto antieconomico per l’Amministrazione Penitenziaria, si pensa ad una nuova destinazione. A Busachi, in Sardegna, il carcere è costato 5 miliardi di lire e non è mai andato in funzione. A Castelnuovo della Daunia, in Puglia, l’Istituto è arredato, inutilmente, da 15 anni. A Cropani, in Calabria, abita il solo custode. A Pescara, il Penitenziario di San Valentino, pronto da 15 anni, non è stato mai collaudato. Pronti e mai collaudati anche gli Istituti di Licata in Sicilia e quello di Codigoro (Ferrara). Dopo 17 anni dall’inizio dei lavori, attende di essere completato l’Istituto di Revere (Mantova), costato fino ad ora 5 miliardi di lire.
In tutta Italia, dunque, vi sono già edifici da utilizzare, non aperti per mancanza di risorse finanziarie destinate allo scopo. L’annuncio del Ministro di investimenti per nuove strutture dovrebbe essere finalizzato alla costruzione di edifici moderni, per sostituire quelli esistenti, ormai fatiscenti (l’80% è stato costruito più di 100 anni fa). Va altresì ribadito che il “sovraffollamento” non si risolve aumentando i “posti-letto”.
La “detenzione domiciliare” e la “messa alla prova” potrebbero essere funzionali alla risoluzione, in parte, del problema, ma è evidente che troverebbero un’applicazione limitata, affidata alla discrezionalità dei Magistrati ed all’effettiva concreta applicazione del beneficio.
L’assunzione di altri agenti penitenziari, se realizzata, sarebbe funzionale a rasserenare il clima all’interno degli Istituti, consentendo turni di lavoro nella normalità. Non si comprende, però, perché non è stato fatto alcun cenno alla necessità di assumere altri educatori – vi sono vincitori di concorso in attesa da anni – psicologi ed operatori, figure essenziali nella “vita” – quella legale - in carcere. Il rapporto detenuto-educatore è oggi di 1 a 1.000.

L’Avvocatura, in questa continua emergenza ha, da tempo, inutilmente indicato la strada da seguire:

RICORSO A PENE ALTERNATIVE AL CARCERE ED A SANZIONI DIVERSE DALLA DETENZIONE
Le statistiche hanno costantemente dimostrato che il detenuto che sconta la pena con una misura alternativa ha un tasso di recidiva bassissimo, mentre chi sconta la pena in carcere torna a delinquere, con una percentuale del 70%. Occorre convincere l’opinione pubblica che con le pene alternative si abbattono i costi della detenzione, si riduce la possibilità che il detenuto commetta nuovi reati, con aumento della sicurezza sociale. Si sconfigge il deleterio “ozio del detenuto”, che invece potrebbe essere avviato a lavori socialmente utili, con diretto vantaggio per l’intera comunità.
Alessandro Margara, storico Magistrato di Sorveglianza ed alcuni anni fa Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sosteneva “Senza misure alternative recidiva ed insicurezza aumentano”.

LA RIFORMA ORGANICA DEL PROCESSO PENALE

Il 60% dei detenuti sono in attesa di giudizio. Il ricorso sempre più ricorrente alla misura cautelare in carcere e la durata dei processi produce questo dato abnorme con “presunti innocenti” che scontano pene disumane. Occorrono urgentemente nuovi investimenti nel settore Giustizia, sia in tecnologie avanzate, sia aumentando l’organico degli Amministrativi che dei Magistrati, anche richiamando al “processo” quelli applicati altrove. Evitare che la misura cautelare sia la vera pena da scontare.
Inoltre sarebbe opportuno che venissero razionalizzate le risorse, responsabilizzando i dirigenti degli Uffici, ai quali va impartita un’adeguata formazione.

L’EFFETTIVO VALORE DELLA RILEVANZA PENALE

Nonostante l’emergenza, la politica del Governo va sempre di più verso una maggiore carcerazione, con una riduzione proporzionale della discrezionalità del Magistrato. Molte ipotesi di reato vengono inutilmente aggravate per facili consensi e sull’onda di fatti di cronaca che hanno allarmato l’opinione pubblica. Alcune fattispecie vanno poi depenalizzate, perché troverebbero nella sanzione amministrativa un corretto deterrente.

Si rispettino i principi costituzionali e le norme in vigore, si inizi a ragionare su prevenzione e rieducazione. Una maggiore repressione ed una maggiore carcerizzazione non solo non migliorano la vita dei cittadini “liberi”, ma non dovrebbero trovare applicazione in un Paese civile.
Il dichiarato “stato di emergenza” preveda un tavolo permanente con rappresentanti dell’amministrazione giudiziaria, degli enti locali, magistrati ed avvocati che possa individuare le soluzioni da adottare.



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di Redazione
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