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Il ministro Romano alle giornate di studio Popolari Europei a Palerno


Il ministro Romano alle giornate di studio Popolari Europei a Palerno
06/05/2011, 09:05

L’agricoltura ha rappresentato, fin dai tempi dei negoziati del Trattato di Roma, uno degli obiettivi prioritari delle istanze politiche dell’Europa. In quel periodo era ancora vivo il ricordo dell’arretratezza delle coltivazioni e dei problemi di sicurezza alimentare che si erano venuti a creare nell’immediato dopoguerra: il problema era quello di assicurare cibo a sufficienza per tutti. Oggi, fortunatamente, non è questa la nostra priorità, ma l’agricoltura resta e deve restare centrale per le politiche europee. I leader che concepirono e crearono l’Europa unita appartenevano al movimento popolare, a quello che oggi definiamo il popolarismo europeo. Penso a De Gasperi, Schuman e Adenauer: senza il loro coraggio - e ce ne voleva dato il contesto temporale e geopolitico -oggi non saremmo qui ad affrontare queste tematiche.

Uno dei rilievi che con maggiore frequenza è stato mosso nei confronti della fase di concepimento dell’Europa unita è quello di una presunta mancanza di ambizione e di lungimiranza. Si imputa ai padri fondatori di avere avviato questo processo affrontando questioni troppo concrete, come il carbone, l’acciaio e l’agricoltura, mettendo da parte i grandi principi o la struttura delle istituzioni politiche. Io credo invece che proprio in questa scelta risieda la genialità e la grandezza di quegli uomini che riuscirono a capire che proprio partendo da questi elementi concreti ci si sarebbe potuti avvicinare all’unità politica ed economica dell’Europa. Già con il Trattato di Roma si definirono gli obiettivi generali di politica agraria e questo dimostra, in modo chiaro e indiscutibile, che l’agricoltura è uno degli elementi fondanti dell’Unione. Per questo credo che il dibattito che ci avviamo a sviluppare sia di un’importanza che travalica il tema in sé. Alla base dell’Europa c’è un’idea di agricoltura che trova la sua concretizzazione nella Politica Agricola Comune, pur con le inevitabili evoluzioni dovute ai tempi. Oggi l’intero comparto agricolo si trova ad affrontare una sfida determinante per il futuro: proprio la riforma della Politica agricola comune. Un processo che coinvolge oltre 18 milioni di persone in tutta l’Unione europea e riguarda poco meno del 50 per cento della superficie totale della Ue.

Il settore mostra, non da oggi, elementi di debolezza: sempre più compresso dai paesi emergenti, dalla grande distribuzione, dall'allargamento dei Paesi dell'Unione, dalle tensioni legate alla volatilità dei prezzi e dei mercati. Sono aumentate le ragioni, nazionali, comunitarie e internazionali, che debbono spingerci a tutelare gli agricoltori italiani e le aziende agricole in modo particolare. L’aspetto principale del dibattito, e di conseguenza del negoziato, sulla riforma è quello relativo alla definizione del budget complessivo. Il nostro obiettivo, per quanto difficile da raggiungere, è quello di garantire il mantenimento dell’ammontare globale della spesa. Nell’analizzare la questione non si può non prendere in considerazione il quadro economico-finanziario globale che impone una riflessione di prospettiva sugli equilibri di bilancio dell’Unione. Questo però non può farci dimenticare la necessità di garantire al comparto agricolo un adeguato sostegno che gli permetta di conservare e, dove possibile, migliorare la propria competitività a livello globale.

Un secondo punto sul quale inevitabilmente si concentrerà il confronto tra i Paesi membri è il sistema di ripartizione delle risorse finanziarie tra Stati membri. È ovvio che sia necessario tenere conto delle pretese dei nuovi entrati nell'Unione, ma deve essere altrettanto chiaro che sia indispensabile mantenere una adeguata distribuzione a paesi che, come il nostro, al di là della superficie coltivata, basano le loro politiche sulla tradizione, sulla qualità, sulla pienezza di tutela, sulla occupazione e sul rispetto delle regole che la caratterizzano. Sarà fondamentale, a mio avviso, porre la giusta attenzione ai parametri della produzione lorda vendibile, ovvero al valore aggiunto, sui quali basare la corresponsione delle quote di finanziamento. Sono convinto che, in un contesto in cui le risorse disponibili non aumentano, mentre aumenta il numero di coloro che ne sono i destinatari, solo questi parametri possono consentire di mantenere e anche incrementare le nostre produzioni.

Non si può però ridurre la Politica agricola comune ad una questione meramente economico-finanziaria. Intendiamoci, i numeri sono importanti, ma alla base dell’agricoltura europea ci deve essere una visione onnicomprensiva dell’uomo, come cittadino, come agricoltore e come consumatore. Per questo, come ho avuto recentemente l’onore di spiegare al Parlamento italiano illustrando le mie linee programmatiche, ci tengo a porre in evidenza due degli aspetti che ritengo fondamentali per il futuro del comparto agroalimentare europeo: qualità e sicurezza. Quello della qualità è un tema del quale non mi stancherò mai di sottolineare l’importanza: è una caratteristica peculiare della produzione agricola italiana ed europea ed è uno degli strumenti in grado di garantirci la massima competitività a livello internazionale. È un aspetto sul quale dobbiamo continuare a puntare, coscienti che si tratta di un investimento che darà i suoi frutti.

Proprio questo tratto distintivo dell’agricoltura europea deve essere tutelato e difeso con forza da ogni tipo di frode o contraffazione e per questo, oltre alla massima vigilanza da parte degli organi preposti ai controlli, serve uno strumento chiaro e di immediata comprensione per tutti. Alcuni passi in questo senso sono già stati fatti nell’ambito dell’elaborazione del “Pacchetto qualità”: ritengo indispensabile proseguire su questa strada. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti di quegli statisti che diedero vita all’idea di Unione europea. Non è facile. Viviamo in un’epoca di grandi tensioni sociali ed economiche e per questo riteniamo che il popolarismo europeo, di cui ci sentiamo eredi, sia un riferimento culturale e politico imprescindibile.

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di Redazione
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