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Il mito delle primarie: ma a che servono?


Il mito delle primarie: ma a che servono?
09/11/2012, 17:42

Ormai sui giornali, nella pagina politica, è l'argomento intorno a cui verte tutto: primarie per il Pd, con il confronto tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi, con Nichi Vendola come terzo incomodo; primarie per il Pdl, con diversi candidati potenziali (Angelino Alfano, Daniela Santanchè, e diversi altri) ma senza alcuna idea di come reagirà la base del partito. 
Ma servono veramente a qualcosa? Così no. Infatti, le primarie hanno senso in un sistema bipolare: ogni parte elegge il proprio candidato a quel particolare posto e poi i due si scontrano testa a testa. Il tutto con regole certe. Da questo punto di vista, per esempio, funzionano meglio le primarie per i sindaci organizzate dal Pd. Perchè poi il Pd porta (anche se magari col mal di pancia, come per Giuliano Pisapia a Milano) il vincitore a concorrere per quel posto specifico. Ma che senso ha farlo per le elezioni nazionali? Mettiamo che nel Pd vinca Bersani e nel Pdl vinca Alfano (giusto per non creare sconvolgimenti). Poi alle elezioni che succederà? Che avremo il Pd che propone Bersani a Palazzo Chigi, il Pdl che propone Alfano... ma nessuno dei due ha la maggioranza. E quindi che cosa propongono? Del resto la Costituzione è chiara: articolo 92, secondo comma. Che recita: "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri". Ergo, se il Presidente della Repubblica decide di nominare Presidente del Consiglio uno spazzino o uno dei corazzieri, è perfettamente nell'ambito della Costituzione. Certo, poi il candidato premier deve trovare una maggioranza in Parlamento che lo sostenga; ma qui ci spostiamo sul lato politico. Dal punto di vista istituzionale, il fatto che un partito o una coalizione candidi Tizio anzichè Caio, conta meno di zero. 
Del resto, diventa ancora più inutile se andiamo a vedere la legge elettorale: sia il Porcellum, sia la legge modificata col tetto del 42,5% per avere il premio di maggioranza, garantiscono la non governabilità. Perchè, anche col Porcellum, la maggioranza alla Camera è sicura; ma la maggioranza al Senato, col premio di maggioranza regionale,  è abbastanza aleatorio. Anche se il calo delle preferenze per il Pdl di cui si dà conto nei sondaggi, le minacce di scissione interna e la probabile assenza di Berlusconi dalla prima fila della politica (il che significa che il Pdl non avrà più il dominio assoluto della Tv, ma un po' di spazio dovrebbe essere concesso agli altri partiti), potrevbbe consentire al centrosinistra di vincere in molte più regioni di quanto si pensi. E' probabile che una alleanza Pd+Sel possa consentire il formarsi di una maggioranza anche al Senato, se la tendenza dovesse continuare così. Già adesso i sondaggi pongono questa alleanza al doppio dei voti rispetto al Movimento 5 Stelle e al Pdl (oltre il 30% l'alleanza, meno del 20% per gli altri due partiti).
Tuttavia, anche questa maggioranza potrebbe non essere realizzata, dati gli enormi punti di differenza tra il programma di Vendola e quello di Bersani (senza contare Renzi: il suo programma è ottimo per il Pdl, non per quella che dovrebbe essere la linea del Pd). O, se realizzata, potrebbe non conquistare una maggioranza. Insomma, troppe variabili. 
Ed infine l'ultimo punto, che nessuno ricorda mai, se non quando si è lontanissimi dalle elezioni: i cambi di casacca. Cioè i parlamentari che mollano il partito che li ha eletti per formarsi il proprio partitino (in omaggio al proverbio "meglio essere testa di pulce che culo di elefante") oppure per trasferirsi in un altro partito. Questa consuetudine, che è sempre più diffusa, andrebbe penalizzata. Proibita non si può, la Costituzione dice chiaramente che il Parlamentare agisce "senza vincolo di mandato". Ma penalizzata economicamente sì. Per esempio negando i rimborsi elettorali (visto che al momento c ontinuano ad esserci) sia al partito che viene abbandonato sia a quello che lo riceve. Mi spiego: supponiamo che un parlamentare passa da un partito che alla Camera ha 100 rappresentanti ad un altro. Il partito che ha perso il parlamentare perde un centesimo dei rimbosi elettorali che riceve; ma il partito che ha il nuovo arrivato non incassa più contributi di prima. E se viene creato un nuovo partito o movimento in Parlamento (per esempio Fli surante la legislatura in corso) essa non prenderà alcun contributo, nè per le elezioni nazionali nè per quelle regionali, provinciali o comunali fino alle successive elezioni politiche. E magari anche una penalizzazione al singolo parlamentare, per esempio con una forte decurtazione o l'annullamento della diaria. Ma queste sono cose che dovrebbero decidere all'interno delle due Aule, modificando i rispettivbi regolamenti. Ma come si dice spesso, mai visto un tacchino che festeggia per l'arrivo del giorno del Ringraziamento...

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di Antonio Rispoli
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