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Inchiesta Arpac: in un file i nomi di 655 raccomandati


Inchiesta Arpac: in un file i nomi di 655 raccomandati
21/10/2009, 21:10

NAPOLI- Appalti truccati, incarichi concessi agli amici, favoritismi illeciti. E’ uno scenario inquietante, quello che emerge dalle indagini della Procura di Napoli che, questa mattina, hanno portato all’esecuzione di 25 misure cautelari. Gli indagati sono in tutto 63. Uno è agli arresti domiciliari (l’ex direttore dell’Arpac, Luciano Capobianco), altri 25 sono destinatari di un divieto di dimora in Campania o in altre località, o di un provvedimento di interdizione dall’esercizio della professione. I reati contestati dal pm Franco Curcio e dal procuratore aggiunto di Napoli Francesco Greco sono truffa, falso, concussione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio, associazione per delinquere.

La ‘chiave’ del sistema potrebbe essere nel file scovato nel computer dell’ex direttore generale dell’Arpac, Luciano Capobianco, agli arresti domiciliari da stamattina. Si tratta di un elenco di 655 nomi, presunti raccomandati, che riporta anche, quasi per tutti, anche il nome di chi li avrebbe sponsorizzati. Il file è nelle mani della Guardia di Finanza, che questa mattina ha eseguito le misure cautelari emesse dal gip Alfano insieme ai carabinieri del Comando provinciale di Caserta. Tra le persone che si sarebbero rivolte all’Arpac per favorire amici e conoscenti, guiderebbe la classifica l’ex assessore regionale all’ambiente dell’Udeur Luigi Nocera (100 segnalazioni), seguito dall’ex deputato Tommaso Barbato (43), l’ex segretario regionale Antonio Fantini (36), il deputato Pasquale Giuditta (35), cognato di Mastella, poi passato all’Udc (26), Fernando Errico (17), Sandra Lonardo (12) e poi Antonio Bassolino (2), Ciriaco De Mita (2), Pecoraro Scanio (1), Isaia Sales (1). Le persone segnalate, afferma la Procura, sarebbero state favorite per incarichi esterni o per assunzioni all’Arpac a scapito di aspiranti privi di sponsor politici. Gli inquirenti hanno accertato che, tra i nomi riportati nella lista completi di segnalazione di un politico, il 90% aveva ottenuto un contratto di collaborazione.

Il presidente della giunta regionale, Antonio Bassolino, ha fatto sapere di non aver mai segnalato persone all’Arpac ed ha aggiunto che, se confermato, il quadro che appare “sarebbe un fatto grave e preoccupante”. Dura la risposta di Sandra Lonardo, che attraverso il suo portavoce replica alle considerazioni di Bassolino. “Nel quadro c’è anche lui e tutta la politica, di destra, di centro e di sinistra”.

Il ‘sistema’, stando alle risultanze investigative, ruotava intorno all’Arpac, trasformata, se così si può dire, in azienda a conduzione familiare. Gli imprenditori che ottenevano appalti dall’Arpac, infatti, non solo avevano “rapporti personali e di frequentazione” con il direttore generale Luciano Capobianco o con appartenenti alla stessa area politica, ma erano “essi stessi del partito”. Appalti e incarichi, quindi, venivano affidati “fiduciariamente o eludendo e disapplicando le normative vigenti in materia di appalti pubblici a soggetti privi di requisiti di legge ma in qualche modo legati al sodalizio”.

Gli inquirenti stanno spulciando tutta la documentazione relativa anche ad un accordo preliminare di vendita per l’acquisto della nuova sede napoletana dell’Arpac attraverso un’intesa, scrive la Procura, “che si ritiene fraudolenta, fra imprenditori-sodali e amministratori pubblici e attraverso la simulazione di una gara pubblica nella sostanza inesistente con un enorme sperpero di denaro pubblico di circa 20 milioni di euro”. Il nuovo sito, infatti, avrebbe dovuto “insistere su un suolo da bonificare di cui erano titolari gli imprenditori-amici”. Un ostacolo che, secondo i magistrati, è stato aggirato grazie agli ‘amici’: gli amministratori amici fornivano documentazione compiacente agli imprenditori, che così riuscivano a trarre in inganno i funzionari del Comune di Napoli e ad ottenere un permesso a costruire a titolo gratuito, risparmiando i circa 700mila euro relativi agli oneri di costruzione ed urbanizzazione. “Solo un successivo intervento degli uffici competenti della Regione Campania, - scrivono i magistrati, - riusciva a sventare, attraverso il mancato inoltro dei necessari finanziamenti, la conclusione dell’affare”.

Ma c’è ovviamente dell’altro. Sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti anche gli appalti pilotati o, in questo caso, completamente inesistenti. E’ il caso dell’appalto-concorso per la ristrutturazione degli uffici della sede dell’Arpac di Benevento, per il quale le intercettazioni hanno dimostrato che “appariva gestito solo formalmente dai pubblici ufficiali competenti, mentre in concreto vedeva come referente centrale il progettista beneventano che, congiunto dei vertici di partito, prima pilotava l’appalto e poi disponeva a suo piacimento delle varianti in corso d’opera e dei pagamenti dei lavori”.

Accertamenti anche sui rinnovi del contratto per la gestione dei sistemi informatici dell’Arpac, da stabilire tramite gara pubblica: secondo la Procura “si procedeva a rinnovare illegalmente, di volta in volta, l’appalto medesimo”. Gli interessi del ‘sodalizio’, inoltre, sconfinavano anche nel settore dell’installazione dei sistemi automatici di rilevamento delle infrazioni stradali. “I vertici dell’organizzazione sponsorizzavano, e ottenevano, la nomina di un nuovo comandante della polizia municipale di Benevento, orientato all’installazione di siffatti meccanismi. Successivamente questi aggiudicava l’appalto per l’installazione dei cosiddetti ‘photored’ a una ditta casertana che è risultata gestita da persone legate da rapporti di affari a strettissimi congiunti dei vertici del sodalizio”. L’operato del comandante, in quel caso, non fu però ratificato dalla giunta beneventana grazie all’opposizione dell’assessore al ramo.

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di Nico Falco
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