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La Società Civile.


La Società Civile.
17/06/2009, 11:06

 

C’ERA UNA VOLTA LA “SOCIETÀ CIVILE”

di Renato Fioretti


 

I lettori ricorderanno che, agli inizi degli anni ’90, all’indomani della virulenta implosione che sconvolse e travolse gran parte delle forze politiche riconducibili alla c.d. “Prima Repubblica”, divenne ricorrente il riferimento alla c.d. “Società civile”.

Attraverso tale espressione si tentava di accreditare una sostanziale frattura esistente tra una classe politica “corrotta” e “corruttrice” e un corpo sociale “sano”, indegnamente rappresentato da “nani”, “ballerine” e “faccendieri”.

S’inaugurò così una stagione che avrebbe dovuto rappresentare, agli occhi dei suoi numerosi sostenitori, “L’alba di una nuova era”; il fatidico primo giorno di una nuova classe politica che, negli auspici degli ottimisti, avrebbe anteposto il bene comune all’interesse personale e “di bottega”!

La stessa (magica) formula non tardò a manifestarsi anche in occasione delle successive elezioni amministrative.

Basti ricordare con quanta enfasi si sostenevano le candidature a sindaco di grandi realtà metropolitane di personaggi, espressioni appunto della ormai mitica società civile, quali Antonio Bassolino a Napoli e Leoluca Orlando a Palermo; solo per citare qualche esempio tra i più noti.

Oggi, anno di grazia 2009, anche gli ottimisti ad oltranza e “a prescindere”, per dirla alla Totò, dovrebbero prendere (mestamente) atto che le speranze sono state, in sostanza, palesemente disattese.

Infatti, se gli effetti auspicati da coloro che, alzando i calici a “Mani pulite” e lanciando ignobili “monetine”, inneggiavano al sostanziale “suicidio” dei vituperati rappresentanti della “Prima Repubblica”, sono quelli realizzatisi - grazie ad un “corpo politico” costituito in massima parte da vecchi “professionisti riciclati”, avvocati del “Capo”, ex ed attuali dipendenti del Presidente del Consiglio, ex veline, ex starlette, ex soubrette, ex radicali “pentiti”, ex socialisti “arrabbiati” ed ex repubblicani “post-lamalfiani” - nei primi quindici anni dell’era berlusconiana, c’è poco da rallegrarsi!

Dalle leggi “ad personam” al “lodo Alfano” ed alle più recenti disposizioni sulle “intercettazioni”, dall’abrogazione del reato di falso in bilancio ai “respingimenti” di migliaia di esseri umani colpevoli solo di voler fuggire dalla fame e dalle guerre, dai virulenti attacchi ai magistrati (“grumi eversivi”) a quelli nei confronti della stampa non “addomesticata”, senza dimenticare la vergogna delle c.d. “ronde”, si tratta di un lungo e articolato elenco.

Il punto dolente, a mio parere, è che (oggi come allora) nulla è cambiato. Intendo dire che il personale politico che siede tra i banchi del Parlamento, il suo particolare e “mirato” protagonismo legislativo e la “visione ideale” che esso esprime del nostro Paese, non rappresenta, oggi come nel ‘92/’93, qualcosa di “alieno”; di per sé estraneo e avulso dal blocco sociale - molto ampio - che lo sostiene apertamente o (sostanzialmente) ne condivide l’opera.

In altri termini, resto dell’idea che ancora oggi coloro che occupano un posto laddove una volta sedevano i Pertini, De Gasperi Togliatti, Moro, La Malfa (Ugo) e tanti altri insigni politici italiani, non siano da considerare (né dovranno esserlo in un auspicabile futuro) qualcosa di “diverso” dall’attuale “società civile” che li esprime; ma, piuttosto, lo specchio fedele di una comunità sociale che nel corso degli ultimi anni, in particolare, ha depauperato un enorme capitale di valori condivisi, fatto di solidarietà, tolleranza, sobrietà e rispetto delle istituzioni.

In questo senso è evidente che un Paese che si divide sulla figura di Garibaldi ma che si compiace di elevare a eroe nazionale e massima espressione dell’italianità l’Albertone nazionale, riconoscendosi attraverso le sue discutibili performance cinematografiche - dal donnaiolo impenitente, all’arrogante “Marchese del Grillo”, senza dimenticare il (truffaldino) “piazzista” d’armi taroccate e il cinico “Medico della mutua” - non offre molti motivi di orgoglio.

L’elemento preoccupante e che, purtroppo, l’ormai diffusa condizione di “superficialità” (per usare un eufemismo) civile e morale che il nostro Paese si trova ad affrontare, non rappresenta un convincimento personale; essa è confermata, indirettamente, anche attraverso studi e approfondimenti non “di parte”, ma, direi, istituzionali; oltre che dalla cronaca quotidiana.

Come leggere altrimenti le cifre diffuse recentemente dal Censis circa l’incidenza delle trasmissioni televisive sulle scelte elettorali espresse dagli italiani nell’ultima tornata di elezioni europee e amministrative?

Dal mio punto di vista reputo per lo meno sconvolgente che, così come scientificamente rilevato dal Centro studi investimenti sociali presieduto da Giuseppe De Rita - che, notoriamente, non può certo essere accusato di essere un bolscevico al soldo di chissà quale trama politica volta a demonizzare l’anziano (nostro) Presidente del Consiglio - addirittura il 69,3 per cento degli elettori italiani, durante l’ultima campagna elettorale, s’è formato la propria opinione attraverso i notiziari dei telegiornali!

Il dato percentuale sale dai sei agli otto punti se riferito ai soggetti meno istruiti e ai pensionati; si ferma intorno al 75 per cento per le casalinghe.

La stessa ricerca rileva che i programmi di approfondimento giornalistico (televisivo) hanno inciso sulle scelte del 30,6 per cento degli elettori.

In una situazione di questo tipo, è evidente, come (brillantemente) sostiene Giovanni Valentini dalle pagine de “La Repubblica”, che la “congiura dei giornali di sinistra” e i “complotti internazionali”, tutti tesi a screditare l’anziano leader del Centrodestra, rappresentano una boutade buona sola a carpire la buona fede di chi già è vittima dell’arte del convincimento dispensata, in così tanta parte, dalla televisione di Stato, oltre che da quella di proprietà dell’uomo più ricco (e fotografato) d’Italia.

In questo quadro, se si considera che l’italiano medio continua a essere presente solo agli ultimissimi posti, in ambito europeo, rispetto alla lettura di libri e quotidiani - solo uno su tre acquista un libro nel corso di un anno (e non sempre lo legge), mentre continua a scendere il numero di chi legge il quotidiano almeno due o tre volte nell’arco di una settimana -appare superfluo rilevare lo scarso senso critico e l’impoverimento intellettuale che, inesorabilmente, accompagna le opzioni culturali e le scelte socio-politiche di tanta parte dei nostri connazionali.

Non migliora la situazione apprendere che a Santa Margherita Ligure, alla recente riunione dei giovani industriali, l’anziano Presidente del Consiglio si è meritato ben 25 applausi e ovazioni “a scena aperta” più per aver consigliato agli industriali di non dare pubblicità ai (giornali) disfattisti e per aver illustrato l’arte di come si vince in politica col gioco del cucù (alla Merkel) - e con quello delle “corna” (a una riunione dei Capi di stato europei) - che non per aver (finalmente) illustrato quali sono le ricette governative per affrontare la crisi economica che continua a gravare sul nostro Paese.

E per questi motivi che una capillare e profonda opera di “risanamento” culturale, sociale e politico, gravato dalle nefaste conseguenze del “berlusconismo d’assalto” diffusosi in tanta parte della nostra società, richiederà tempi sempre più lunghi - che, probabilmente, siamo per il momento condannati ad avere - e probabilità di successo che, temo, si riducano sempre più!


 


 


 

 

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di Raffaele Pirozzi
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