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L'ormai famoso "abbiamo una banca"

La telefonata di Fassino venduta a Berlusconi?


La telefonata di Fassino venduta a Berlusconi?
10/12/2009, 08:12

MILANO - Molti ricordano, alla vigilia di Natale del 2005 quando "Il Giornale" riportò una intercettazione telefonica, illegalmente ottenuta e consegnata al quotidiano, in cui si leggeva di una telefonata intercorsa tra Piero Fassino e l'allora Presidene di Unipol Luigi Consorte sul tentativo di scalata alla Banca Nazionale del Lavoro. Quella intercettazione è rimasta nella memoria di molti perchè Consorte spiegava a Fassino i passi che si stavano facendo per ottenere il controllo della banca; e Fassino, ad un certo punto, chiedeva: "Ma allora, vuol dire che abbiamo una banca?". E Consrte che rispondeva: "Sì, avete una banca, ma io ne sono fuori".
A distanza di 4 anni - secondo quanto riferiva ieri l'Unità - le indagini per scoprire chi passò quella telefonata al Giornale hanno avuto nuova linfa, dopo che Fabrizio Favata, mediatore delle vendita di allora, ha parlato con il Pubblico Ministero Massimo Meroni, raccontando che a procurarsi e a vendere quel nastro al quotidiano della famiglia Berlusconi era stato Roberto Raffaelli, manager della Research Control System, la società che si occupa di fornire il materiale tecnologico necessario per le intercettazioni telefoniche e lo gestiva. Ora sia Raffaelli che Favata sono iscritti nel registro degli indagati: il primo per minacce, il secondo per violazione degli atti coperti dal segreto d'ufficio. Infatti quella particolare telefonata fu dichiarata inutilizzabile dal GIP, in quanto riguardava un parlamentare - oltre che per l'assoluta irrilevanza penale - e di conseguenza mai inclusa nel fascicolo dibattimentale.
A confermare l'estraneità dei fratelli Berlusconi dalla vicenda, arriva l'avvocato difendore del premier, nonchè parlamentare, Niccolò Ghedini: "Le indagini non potranno che dimostrare la totale estraneità alla pubblicazione del presidente Berlusconi e del dottor Paolo Berlusconi".
Cosa dimostreranno le indagini, ce lo dirà il futuro. Quello che è certo è che la pubblicazione di questa telefonata, priva di interesse penalisticamente rilevante, fu buona solo per scatenare una campagna stampa, per nascondere le eventuali responsabilità penali dei veri colpevoli, i cosiddetti "furbetti del quartierino".

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di Antonio Rispoli
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