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La Tragedia dell'Abruzzo, le ragioni.


La Tragedia dell'Abruzzo, le ragioni.
13/04/2009, 09:04

 

GIOVANNI DE FALCO, OLTRE AD ESSERE DIRETTORE DELL'IRES CAMPANIA, E' ARCHITETTO QUINDI ESTREMAMEMTE COMPETENTE IN MATERIA DI COSTRUZIONI.

www.notiziesindacali.com ACCOGLIE VOLENTIERI IL SUO “OTTIMO CONTRIBUTO” PER CAPIRE LE RAGIONI DELLA TRAGEDIA DELL'ABRUZZO.


 


 

QUELLA POLVERE CHE OSTINATAMENTE CHIAMANO “CEMENTO ARMATO”.

di Gianni De Falco, direttore Ires Campania


 

Lo sciame sismico pare in via di esaurimento ma sin da subito è apparso chiaro che di fronte alla morte di 294 persone ed a 40.000 sfollati non si potrà dichiarare che la causa sia dovuta soltanto al fato…

Noi napoletani ricordiamo molto bene il terremoto dell’Irpinia e, personalmente, ho vivi ricordi di S. Angelo dei Lombardi dove mi recai nell’immediato dopo evento. Ebbene, ricordo che la maggior parte dei morti registrati in quel paese furono determinati dai crolli di edifici pubblici (ospedale) e privati in ‘cemento armato’.

A Napoli, a seguito della scossa, crollò un palazzo costruito in cemento armato in via Stadera a Poggioreale (52 morti), a causa di difetti di costruzione… allora circolò una macabra storiella del tipo: «perché prendersela con il ferro se in quell’edificio non c’è mai stato?».

Bisogna allora chiedersi perché accade che edifici all’apparenza solidi si accartoccino su loro stessi e crollino in maniera drammaticamente inaspettata.

Ho visto centinaia di immagini del terremoto in Abruzzo; ne ho selezionate alcune nella memoria: sono immagini di rovine, rovine di edifici moderni (dagli anni settanta in avanti) realizzati all'epoca con strutture cosiddette a telaio in ‘calcestruzzo di cemento armato’.

Armare un pilastro o una trave, cioè dimensionare e posizionare i ferri di armatura all'interno del getto di calcestruzzo, soprattutto in caso di edilizia residenziale senza particolari esigenze strutturali (grandi luci libere da coprire o altro) in zona sismica è prassi regolata da norme e diagrammi di calcolo che dovrebbero far parte della consuetudine del buon costruire.

Ho visto, invece, che le strutture sono drammaticamente esposte, barre di ferro longitudinali dal diametro risibile e “lisce” (non corrugate o ad aderenza migliorata), staffe con passo (la distanza tra le varie staffe che costituiscono l'armatura trasversale) eccessivo, travi spezzate in numerosi punti ed assai (troppo) ravvicinati, e altro ancora.

Solette armate e posate su antiche voltine di mattoni che ho notato in diverse foto relative a edifici storici del centro dell'Aquila. E, ancora, immagini di singoli fabbricati collassati circondati da strutture coeve pressocché intatte.

La mia amarezza muta in rabbia nei confronti di quei costruttori avidi, e progettisti irresponsabili, e organi di controllo distratti (?) che hanno aiutato il terremoto a uccidere. Spero davvero che parlare di questo, soprattutto mostrare tutto questo serva ai futuri architetti ed ingegneri perché riflettano su come l'atto del costruire inevitabilmente comporti rigore morale e onestà.

Ma su tutto prevale una sostanziale inquietudine al pensiero di come il settore edile sia condizionato in maniera massiccia dalla delinquenza organizzata e, addirittura, pare che il settore della produzione dei calcestruzzi sia sostanzialmente un monopolio nelle mani della camorra. Non è questione solo meridionale.

Le imprese della camorra sono sul mercato edile nazionale grazie ai prezzi concorrenziali, alla capacità di muovere macchinari e uomini e alla velocità di realizzazione. Costruiscono ovunque in Emilia Romagna, Lombardia, Umbria e Toscana. La crescita della camorra è avvenuta soprattutto da quando ha collocato il suo impero in Emilia Romagna, in particolar modo a Parma, che è oggi una delle città che più hanno a che fare con la camorra, lo ricordavo e lo confermavo in un precedente articolo dedicato a Roberto Saviano.

Questo è stato possibile perchè a Nord le imprese edili crescono velocemente, e spesso entrano in crisi. Così è necessario che arrivino capitali nuovi. La camorra Casalese offre condizioni ottimali: i capitali più cospicui, le migliori maestranze e l'assoluta supremazia nel risolvere qualsiasi problema burocratico ed organizzativo.

Nella “Parma connection” appare il nome di Pasquale Zagaria, capo dell’omonimo clan leader nel settore criminal-immobiliare con affari fatti con varie società a lui riconducibili nella realizzazione della linea dell’Alta velocità Caserta–Napoli, nella ricostruzione post terremoto (1983) del centro storico di Parma, nella realizzazione della nuova ferrovia Alifana, addirittura nella realizzazione del Centro radar della Nato (grazie alla complicità di un colonnello dell’Aeronautica) e con “contatti” politici di alto lignaggio in Regione Campania, con l’entourage dell’ex ministro Lunardi compreso l’ex sindaco di Parma Bernini (Forza Italia) che doveva portare i Casalesi fin dentro il Ministero delle Infrastrutture. Insomma un’asse campano - padano.

Ma l’interesse per il settore è assai diffuso anche nel Lazio ed a Roma. Il cemento era l’ingrediente preferito da Morzilli, un tempo remoto accostato al cassiere della banda della Magliana, Enrico Nicoletti, e nel 2003 arrestato proprio con i figli di Nicoletti, Toni e Massimo, per estorsione e condannato in primo grado a tre anni. L’arresto pose fine alla vita della Toro91, l’immobiliare detenuta al 50% con la moglie Santa Tota, che faceva affari milionari con l’immobiliarista romano Danilo Coppola sull’asse Roma-Perugia. Il cemento continua a essere nel dna della figlia, Nancy, che con la madre è socia della ‘Apple immobiliare’. Sabbia e calcestruzzo sono, quindi, il nuovo impasto della mafia “de noantri”, della crimiminalità casereccia allevata a pecorino e cicoria ma svezzata dal latte di Cosa Nostra, di Camorra e ’Ndrangheta in ogni sua mutazione genetica: dalla Capitale a Civitavecchia, da Latina a Frosinone, dall’interno costa al litorale.

Il fragile cemento degli edifici pubblici d'Abruzzo (dell’ospedale, della Casa dello Studente, dell’Albergo Duca degli Abruzzi, degli Uffici del Catasto, ecc.) è stato riempito di sabbia del mare. Imbracato da un'anima di ferro che il sale di quella sabbia si è mangiato con il tempo, rendendolo sottile e fragile come uno stuzzicadenti.

Paolo Clemente, ingegnere della task force Enea-Protezione civile al lavoro tra le macerie dell'Aquila ha affermato che «il collasso dei piani bassi è stato prodotto dallo schianto dei pilastri in cemento».

«Un buon cemento - afferma l'ingegnere Alessandro Martelli, della sezione Prevenzione Rischi Naturali dell'Enea, professore di Scienza delle costruzioni in zona sismica all'università di Ferrara - deve essere in grado di sostenere un carico che oscilli almeno tra i 250 e i 300 chilogrammi per centimetro quadrato. Questa è la regola che dovrebbe valere anche per edifici dal '70 in poi».

Nel 2003, dopo il terremoto che nel 2002 ha devastato il Molise, diverse regioni e comuni italiani sottopongono a verifiche statiche gli edifici scolastici.

In Molise, il cemento del liceo "Romita" di Campobasso non regge più di 46 chilogrammi per centimetro quadrato (sei volte sotto la norma).

In Sicilia, a Collesano, nell'entroterra di Cefalù, i pilastri della scuola superiore non vanno oltre i 68 chilogrammi per centimetro quadrato. L'asilo, i 12 chilogrammi per centimetro quadro (venti volte sotto la norma!!!). «Il cemento - ricorda oggi chi condusse l'ispezione - si bucava con la semplice pressione dell'indice».

Il tessuto connettivo italiano è il cemento. Il cemento è il sangue arterioso della sua economia.

Le storie delle imprese di calcestruzzo e cemento sono assai singolari si va dalla multindagata ditta “La Fortuna”, il cui calcestruzzo veniva imposto in gran parte dei cantieri meridionali alla "Beton Campania srl" che il 20 luglio 2000 aveva acquistato dal Ministero delle Finanze quote sociali e beni aziendali; dal Consorzio Cedic nato con lo scopo di controllare gli imprenditori ed imporre il monopolio nel settore all’affare Eurocem che Pasquale Raucci costituisce in Avellino con un libanese, residente ad Atene, tale Gorge Bouris, per il commercio del cemento. Le forniture dell’Eurocem abbattevano i costi nella produzione del calcestruzzo preconfezionato e rendevano possibile alla camorra di offrire anche un migliore e più coperto servizio di false fatturazioni, le quali si uniformavano, invece, ai maggiori prezzi correnti sul mercato.

Le imprese Bazzini (Parma) che andavano lentamente verso il tracollo, iniziarono a riprendersi grazie ai capitali ed alle competenze dei Casalesi. Ed è interessante vedere come i nomi di imprese di Bazzini, che secondo la DDA di Napoli di fatto sono gestite dai Casalesi, siano completamente slegati dal territorio meridionale: Nuova Italcostruzioni Nord srl, Ducato Immobiliare srl e persino un´impresa dedicata all´autore della ‘Certosa di Parma’, la Stendhal Costruzioni srl.

Col cemento nasci e divieni imprenditore, lontano dal cemento ogni investimento traballa. Il cemento armato è il territorio dei vincenti.

I clan della camorra, dai Puca ai Ranucci, dai Mallardo ai Moccia, dai Casalesi ai Nuvoletta sono considerati ’e masti dell’edilizia abusiva per velocità ed audacia. Realizzano case belle ma fantasma. Abusive.

Gli allacci sono abusivi, così come le tubature dell’acqua e le condotte fognarie. Interi quartieri realizzati completamente abusivi. In dieci anni quasi 60 mila case. Colate di cemento che hanno reso ormai irriconoscibile la Campania e così anche tante altre zone d’Italia.

Un settore corrotto, che coinvolge professionisti commercialisti, notai, dirigenti uffici tecnici e, come nel giuglianese, la polizia municipale per finire poi con il “nulla osta” della camorra.

Camorra imprenditrice. Dal capitale solido e da riciclare. Invasiva ma soprattutto convincente. Sicura di sé, tanto da lavorare alla luce del giorno. Attraverso l’edilizia sono stati riciclati ingenti capitali ‘‘sporchi’’ derivanti da altre attività criminali; si è sviluppata un’imprenditoria complessa, che mantiene il controllo del territorio con l’apertura di cementifici ed imprese edili. Una ‘‘valanga’’ di cemento e speculazione che pochi vedono o sono disposti a vedere.

Cosa mettono, dunque, nel cemento quelli che “giocano” con le impastatrici e le vite degli altri? Cosa hanno messo in questi anni nel cemento delle nostre case, delle nostre scuole, dei nostri uffici? E quanto ci hanno guadagnato per ogni pilastro lesionato, per ogni trave spezzata e per ogni povero cristo rimasto sotto quella lurida e povera polvere che chiamano ostinatamente “cemento armato”?

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di Raffaele Pirozzi
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