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La trappola della "responsabilità civile dei giudici"


La trappola della 'responsabilità civile dei giudici'
06/03/2011, 18:03

In questo periodo in cui il governo Berlusconi minaccia di far approvare, un giorno sì e un altro pure, una qualche legge per distruggere la magistratura ed asservirla al potere del Ministro di Grazie e Giustizia, c'è una cosa che viene rilanciata spesso: la responsabilità civile dei giudici. SI tratta di un vecchio cavallo di battaglia dei radicali di Pannella, dopo il caso dell'arresto di Enzo Tortora, preso adesso da Berlusconi. Fu anche oggetto di un referendum, che infatti dette vita ad una legge che ne recepiva l'esito. Infatti oggi una legge sulla responsabilità civile dei giudici c'è. A molti non piace, ma questo è un dettaglio.
Il punto è che questo, che viene declamato come un giusto principio "per porre fine allo strapotere dei giudici che non rispondono a nessuno di ciò che fanno", come dicono coloro che sostengono la necessità di applicare questo principio (falsamente, vuoi per ignoranza vuoi per malafede), nasconde una trappola. Una trappola micidiale che mira a distruggere alle basi la possibilità di avere giustizia, quando si ha di fronte un potente.
Infatti, attualmente già esiste una legge che obbliga i giudici a risarcire i danneggiati, ma solo in un caso: nel caso in cui venga dimostrato il dolo o la colpa grave. Cioè bisogna dimostrare che, nel fare la sentenza di un processo, il giudice abbia agito in malafede oppure abbia fatto un grave errore.
Invece coloro che sostengono la necessità di applicare questo principio, anche se non lo dicono espressamente, fanno degli esempi di cronaca in cui c'è semplicemente una diversa valutazione tra giudici diversi. Chiunque capirebbe che una cosa del genere è sempre possibile, non pensiamo tutti alla stessa maniera. Io èper esempio so di due processi, in cui in primo grado l'imputato è stato condannato a 30 anni (in un caso) o all'ergastolo (nel secondo) e poi è stato assolto in appello. Ma questo solo per una diversa valutazione di qualche prova. Nel primo caso, l'imputato era un Maresciallo dei Carabinieri accusato di aver ucciso la moglie. In primo grado non venne creduta la tesi difensiva che erano partiti due colpi dalla pistola mentre la puliva; in appello l'hanno creduto. Nel secondo caso, la valutazione era sull'attendibilità della testimone, prostituta straniera e dedita all'assunzione delle droghe. In primo grado la sua testimonianza era stata ritenuta sufficientemente lucida; in appello no. Dobbiamo per questo condannare i giudici di primo grado? Direi di no; si tratta solo di una valutazione.
Se invece applicassimo la legge come dice chi sostiene la legge, che cosa succederebbe? Che i giudici di primo grado, quando si trovano di fronte qualcuno che può denunciarli (quindi non lo faranno col povero cristo, ma con tutti gli altri sì), non lo condanneranno, indipendentemente dalle prove. Tanto il Procuratore generale della Corte d'appello non li denuncia di sicuro; quello che c'è da evitare è il dover pagare forti risarcimenti agli eventuali potenti condannati in primo grado. Anche perchè in Italia aprire una azione civile in Tribunale costa poco, ma la pressione che si può scaricare sui giudici è enorme. Ed è chiaro, che gli eroi sono pochi, tra i magistrati come in ogni categoria. La maggior parte (per non dire la quasi totalità) vuole solo essere lasciata in pace e fare il proprio lavoro. Quindi, se si trova a processare il grosso imprenditore che ha scaricato rifiuti tossici, lo assolverà; idem farà con il sindaco accusato di aver intascato bustarelle. E così via. A me non pare una cosa tanto positiva.

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di Antonio Rispoli
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