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La vita secondo Casini, Englaro e Welby


La vita secondo Casini, Englaro e Welby
16/11/2010, 15:11

Nella seconda puntata di "Vieni via con me" si è parlato di due casi - più o meno assimilabili a casi di eutanasia - che hanno scosso il Paese: Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. Riassumiamo velocemente i due casi: la prima era una ragazza che a 19 anni fu coinvolta in un incidente stradale estremamente grave. Andò in coma irreversibile a causa delle gravissime lesioni cerebrali; dopo di che è rimasta 17 anni in un letto di ospedale finchè il padre, dopo 8 gradi di giudizio del Tribunale (due volte in primo grado, tre in appello e tre in Cassazione), ottenne una sentenza che lo autorizzava ad interrompere l'alimentazione e l'idratazione della ragazza, che in pochi giorni morì. Il secondo era malato di sclerosi laterale amiotrofica, una malattia che paralizza progressiva tutti i muscoli del corpo. Quando ormai aveva un controllo solo sulle palpebre (che sono le ultime a diventare incontrollabili) ottenne di poter staccare il macchinario che gli permetteva di respirare e così morì.
In entrambi i casi abbiamo avuto due casi legalmente ineccepibili (la magistratura ha aperto indagini a seguito delle tante denunce presentate, ma tutto poi è stato archiviato) che però hanno aperto il dibattito sul discorso dell'eutanasia. Che però può essere chiuso molto rapidamente, se si esaminano due caratteristiche. Nel primo caso, quella di Eluana Englaro non era vita. Ma non da un punto filosofico, bensì dal punto di vista pratico. Infatti, quando le fu fatta l'autopsia, si vide che il cervello si era in gran parte distrutto, come sempre avviene in chi resta molti anni in coma. In questo caso era rimasto circa il 15-20% del cervello complessivamente. In pratica, se si guarda l'immagine di un cervello, quello che era rimasto era il cervelletto (da dove partono gli impulsi che fanno battere il cuore) e poco altro. In quelle condizioni, non si è neanche un vegetale. Non c'è dolore, non c'è piacere, non c'è alcuna possibilità di proferire parola... nulla. il vuoto più assoluto. Insomma, la mente è morta; resta solo un involucro vuoto che non può più essere riempito. A questa situazione oggettiva, si unisce una situazione soggettiva: tempo prima un amico di Eluana aveva avuto un incidente simile finendo in coma; e la ragazza aveva detto a più persone che non avrebbe mai accettato di vivere così. Quindi c'erano motivi più che validi per staccare la spina.
Nel caso di Welby, la situazione è ancora più semplice: lui non era in grado di vivere autonomamente. Per alimentarsi, doveva usare le flebo; per respirare, una macchina che gli pompava l'aria direttamente nella trachea; non aveva neanche il controllo della vescica o dello sfintere, tanto che in questo caso si pratica un taglio sulla pancia a cui si mette una specie di sacchetto che raccoglie i rifiuti che l'organismo produce. Insomma, una situazione che non si augurerebbe al proprio peggior nemico. Appare tanto strano se una persona decide di farla finita evitando quello che è a tutti gli effetti un accanimento terapeutico?
La risposta in un certo senso l'ha data il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini. Intervenuto al programma "Otto e mezzo", su La7. Parlando dei casi Englaro e Welby, ha detto che Fazio e Saviano avrebbero dovutro invitare anche il Presidente dell'associazione dei malati di Sla, "come testimonianza di chi non vuole sia staccata la spina". Peccato che l'onorevole Casini abbia dimenticato che questo è l'obbligo in Italia: non staccare la spina e tenere sotto tortura tutti i malati terminali, che lo vogliano o meno. Quello che gli Englaro, i Welby e i Luca Coscioni chiedono è semplicemente di poter scegliere. Chi vuole vivere, vive; chi no, ha la possibilità di una morte indolore. Questo avviene nei Paesi civili: in Olanda, in Belgio, in Australia, in Svizzera e così via. Non in Italia, dove l'influenza del Vaticano sta spingendo il Parlamento ad approvare una legge che annulla qualsiasi possibilità di scelta, obbligando le persone in coma o malate terminali a restare attaccate ad apparecchiature fino alla morte, senza badare a quale sia la volontà dell'individuo. In pratica, si legalizza l'accanimento terapeutico, dando l'obbligo al medico di praticarlo. Ma siamo sicuri che questa sia la soluzione migliore per un individuo?

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di Antonio Rispoli
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