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Lampedusa, dalla favola allo stupro: le foto di Busetta


Lampedusa, dalla favola allo stupro: le foto di Busetta
18/04/2011, 14:04

Cinquemila, diecimila tunisini, una massa indistinta, spesso sporca e nel completo degrado, ma Mohamed, Omar o Mustafa non sono una massa, bensì persone con una storia alle spalle, che amano, soffrono e pensano.
Lo si vede in “Lampedusa, marzo 2011: dalla favola allo stupro”, la mostra fotografica di Pietro Busetta, il noto economista e assessore del comune di Lampedusa. L’autore vanta già diverse mostre e, durante il suo lavoro quotidiano sul campo nella sua isola, si è sentito in dovere di immortalare le immagini dello stupro consumato nei confronti dei suoi concittadini e delle migliaia di tunisini. Questo affinché quello che è accaduto non sia dimenticato e che sia un monito per i governanti, perché non si ripeta mai più.
La mostra è organizzata dall’Assemblea Regionale Siciliana e sarà inaugurata alla presenza del presidente dell’ARS Francesco Cascio domani 19 aprile 2011 alle 19 presso il Cortile Maqueda a Palazzo dei Normanni, Palermo.
La mostra è anche e soprattutto un modo per dire al mondo che ora l’Isola è ritornata al suo splendore di sempre, pronta ad accogliere chi la ama e a rappresen¬tare la favola di bellezza che è sempre stata.
Una raccolta in stile reportage che dipinge la realtà di un’isola attonita a guardare quello che non aveva mai immaginato fosse possibile, ma mai sottraendosi al dovere umano che ci vede tutti fratelli.
“La sensazione che si aveva – afferma l’autore della mostra Pietro Busetta - attraversando questa marea umana di giovani, belli nei lineamenti con un evidente infanzia difficile, senza una alimentazione sufficiente né cure adeguate, né igiene giornaliera, era quella di ritrovarsi davanti a una massa, non a persone. Individui senza quella dignità che l’uomo non deve perdere mai, intruppati dietro delle corde e stretti l’uno all’altro, raggruppati per paesi di provenienza, da Tebessa a Zaid”.
“Tutti insieme – prosegue Busetta - per farsi coraggio l’un con l’altro, mentre le forze dell’ordine li controllavano a distanza tenendo sulla bocca mascherine per sottolineare che potevano essere portatori di malattie. Miti, spesso non vole¬vano essere fotografati, non potevano sottrarsi al reality show che ormai da oltre 55 giorni si trasmetteva da Lampedusa. Con un biglietto in mano dove era scritto un numero che individuava l’ordine della loro partenza e la loro identificazione. A chiedere a chiunque conoscesse un po’ di francese quale destino li aspettava e soprattutto se qualcuno sapesse se li avrebbero rimandato in Tunisia. Un trattamento da paese incivile dimentico dei propri trascorsi di Paese di emigrazione e che costoro sono coloro che devono assicurare la pensione ad un popolo vecchio quale il nostro, che ha bisogno di gente che faccia i lavori che noi non vogliamo più fare”.
Cinquemila e cinquecento abitanti con un tetto. Tra i sette e i diecimila con una sistemazione preca¬ria. Di questi: oltre 2.000, presso il centro di accoglienza fatto riaprire in fretta e furia dal mi¬nistro Maroni, dopo affermazioni decise che lo volevano chiuso; altri 200 alla base Loran nella parte Nord dell’Isola, prevalentemente donne e minori; il resto all’addiaccio a Cala Palme sulla sabbia o sulla collina denominata della vergogna, una volta cavallo Bianco, dall’epopea di Ariosto. In queste poche cifre tutto il problema Lampedusa alla fine di marzo 2011. Una realtà che si è vista invasa da un numero enorme di tunisini, recuperati a distanza variabile nel mare a sud di Lampedusa.
Difficilmente, infatti, i barconi con 100-120 migranti arrivano sull’Isola. In genere, con un sistema di soccorso a mare, vengono raggiunti dalle nostre motovedette a distanza di parecchie miglia da 20 a 70, pari a 35/130 chilometri dalla costa, per essere portati con le imbarcazioni sul molo dell’attracco della nave, che ogni mattina arriva da Porto Empedocle.
Le imbarcazioni partono dalla costa Sud dal porto di Az-Zawiyah, a sud di Gerba, da Sfax, da Sousse, probabilmente perché tali porti, più vicini alla Libia, sono meno control¬lati. I giovani tunisini sanno che vi è un sistema di avvistamento a Lampedusa, che li soccorre appena ne ha notizia e che nell’Isola è da sempre esistito un centro accoglienza che li salva e da dove si parte per l’Italia. Sarebbe infatti molto più vicina la Sicilia da Capo Bon o Pantelle¬ria da Hammamet, ma Lampedusa è ormai diventata base logistica del Mediterraneo e lì bisognava dirigersi. “Row Row Lampedusa we go” dice una canzone dei Sud Sound System diventato inno ufficiale del Comune delle Pelagie: “Rema rema, andiamo a Lampedusa”.
E quando si arriva sul molo, dopo parecchie ore di navigazione in barconi stipati, i giovani ragazzi tunisini baciano il suolo perché sono vivi e convinti di essere arrivati in un Paese che cambierà la loro vita in modo sostanziale. Questa volta è andata peggio: forse non si aspettavano di rimanere su un molo, senza spesso una coperta, senza un tetto per giorni e giorni, magari con solo un foglio di plastica per ripararsi dal freddo.
Adesso Lampedusa è tornata alla normalità ma queste immagini non dovranno essere mai dimenticate.

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di Redazione
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