Cronaca / Cronaca

Commenta Stampa

I naufraghi ignorati da almeno dieci imbarcazioni

Lampedusa, strage in mare: 73 morti dopo 20 giorni d'agonia


Lampedusa, strage in mare: 73 morti dopo 20 giorni d'agonia
20/08/2009, 21:08

Questa mattina cinque immigrati eritrei sono stati soccorsi da una motovedetta della Guardia di Finanza a Sud di Lampedusa. Sono una donna, un minore e tre uomini, erano a bordo di un gommone. Non sono in pericolo di vita, ma le loro condizioni fisiche sono precarie e si portano addosso, soprattutto, i segni della tragedia in mare che hanno vissuto e che ha causato la morte di 73 loro compagni. In un primo momento si era pensato ad un errore di traduzione, ma poi è arrivata la conferma: tutto tragicamente vero. Come da loro stessi raccontato ad un interprete, infatti, facevano parte di un gruppo di 78 persone partito circa venti giorni fa dalla Libia e che ormai da tempo aveva finito le scorte di acqua e di cibo. Sono stati per quasi tre settimane alla deriva, sperando che la corrente li spingesse verso le coste, a soffrire la fame e la sete. Poi, ad uno ad uno, i componenti del gruppo hanno cominciato a cedere. I cadaveri venivano scaricati in acqua. Uno dopo l’altro, fin quando non sono rimasti soltanto loro cinque. Probabilmente alla base della tragedia c’è stato un errore sulla rotta, o un’avaria a cui si è aggiunto l’uso dell’acqua di mare per dissetarsi.

IGNORATI DA DIECI IMBARCAZIONI Il loro scioccante racconto è stato raccolto da uno dei mediatori culturali dell’organizzazione “Save the Children” che opera a Lampedusa. “Siamo partiti il 28 luglio da Tripoli, - comincia il racconto, - eravamo in 78 per lo più eritrei e solo in minima parte etiopi. Dopo una settimana sono terminati cibo, acqua e benzina, i cellulari erano scarichi. Il gommone è andato alla deriva, spinto dal vento e dalle correnti. Le persone che morivano venivano gettate in mare”. “Durante la traversata, - prosegue il racconto, - abbiamo incrociato almeno dieci imbarcazioni, alle quali abbiamo chiesto inutilmente aiuto. Solo nei giorni scorsi un pescatore ci ha offerto acqua e cibo”. Quello del mancato aiuto è un altro dei terribili dettagli della vicenda, stigmatizzato da Carlotta Bellini, Responsabile Protezione di Save The Children Italia. “E’ fondamentale, - spiega la Bellini, - che i principi quale quello del soccorso a migranti che rischiano la vita, in mare, tornino ad essere rispettati. E’ altrettanto importante che l’Italia e l’Unione Europea adottino delle adeguate ed efficaci politiche di gestione dei flussi migratori misti, ossia composti da persone con bisogni di protezione differenti. Solo con queste politiche è possibile prevenire queste tragedie”.
Attualmente i cinque naufraghi, dopo essere stati rifocillati, stanno riposando. Non appena sarà possibile, saranno ascoltati per ricostruire le varie fasi del viaggio ed appurare il contenuto del loro racconto; per il momento, l’unico elemento in mano agli investigatori, oltre al racconto degli immigrati, è la dimensione del barcone, che avrebbe potuto tranquillamente trasportare ottanta persone.

SEMBRAVA UN FANTASMA Uno degli operatori umanitari che stamattina hanno soccorso i cinque eritrei ha descritto le condizioni di salute dei migranti dopo il viaggio ed il naufragio. “Sembrava un fantasma, - ha detto, riferendosi alla donna, - il corpo era ridotto a uno scheletro, gli occhi persi nel vuoto. Mi ha ricordato Fatima, la ragazza somala che raccogliemmo da un barcone convinti che ormai fosse morta”. Fatima, la ragazza a cui fa riferimento l’operatore, arrivò in Italia nel 2003, sbarcando a Lampedusa su un barcone con 13 immigrati, unici superstiti di un gruppo di cento somali partito 17 giorni prima dalle coste libiche. Inizialmente si credette che la giovane fosse morta, e il suo corpo venne adagiato insieme ad alcuni cadaveri; si salvò soltanto grazie a un movimento della mano, quasi impercettibile, che fu fortunatamente notato dai soccorritori.

ALTRI DUE SBARCHI Successivamente, altri cinque clandestini sono arrivati a Lampedusa. Sono cinque tunisini, intercettati a Cala Croce a bordo di una piccola barca e accompagnati nel centro di accoglienza di contrada Imbriacola. Poche ore dopo, un terzo barcone è stato individuato dalle motovedette della Capitaneria di porto a circa un miglio e mezzo dall’isola, dopo la segnalazione di un diportista. A bordo c’erano 45 persone.

Commenta Stampa
di Nico Falco
Riproduzione riservata ©