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L'Espresso: "Bevi Napoli e poi muori" -video


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L'Espresso: 'Bevi Napoli e poi muori' -video
15/11/2013, 09:07

NAPOLI - Da ieri basta inserire come parola chiave nella ricerca di google il nome del settimanale per venire a conoscenza dell'inchiesta choc che da oggi campeggia in tutte le edicole d'Italia. Oggi la copia de L’Espresso è tra le nostre mani a dimostrazione del fatto che l’operazione-marketing ha fatto centro.

“Vedi Napoli e poi muori” è uno dei detti più diffusi nel mondo e ancora oggi non si è riusciti a risalire al padre di un pensiero che in sole cinque parole racchiude l’essenza di tutto un territorio. “Vedi Napoli e poi muori” era l’ultima spiaggia per i napoletani che ciclicamente vengono additati come abitanti di luoghi nefasti. “Abbiamo montagne di spazzatura, abbiamo la camorra, abbiamo terre avvelenate, ma la nostra resta comunque una delle città più belle del mondo” pensava ogni napoletano quando tra sé e sé ripeteva il detto cercando una seppur magra consolazione.

Oggi la parafrasi di questo antico modo di dire è scritta bianco su nero e fa da specchietto per le allodole a vantaggio di una copertina già entrata nella storia. “Bevi Napoli e poi muori” è uno schiaffo in faccia. Una frase che solo a sentirla fa venir voglia di giudicare razzisti quelli che l’hanno partorita prima che ci si addentri nelle dieci pagine seguenti e scoprire di cosa si tratta.

La rivista vanta di aver portato alla luce uno studio del comando dell’Us Navy costato 30 milioni di dollari ed ignorato da istituzioni locali e governo centrale. “Due anni di esami per capire quanto fosse pericoloso vivere in Campania per i militari americani ed i loro famigliari”. Passati al setaccio mille chilometri quadrati, aria, acqua e terreno.

Gli americani sostengono che in tutta la Campania bisogna usare “soltanto acqua minerale per bere, cucinare, fare il ghiaccio e lavarsi i denti”. E dispensano consigli su dove prendere casa. “Non si deve abitare al piano terra dove penetrano i veleni che evaporano dal terreno”. Vietato prendere casa intorno a Casal di Principe, Villa Literno, Marcianise, Casoria e Arzano.

La minaccia si nasconderebbe anche negli acquedotti cittadini: nel 57% dei rubinetti di Napoli scorre acqua pericolosa così come dal 16% di Bagnoli.

“Più della metà dei pozzi contengono una sostanza usata come solvente industriale, considerato a rischio cancro”. Il controsenso sta tutto nel fatto che siano stati riscontrati livelli nocivi di rame e di prodotti usati per rendere l’acqua potabile. La diossina, invece, secondo lo studio, è concentrata nel territorio tra Casal di Principe e Villa Literno.

“In particolare lo studio sui pozzi ha portato alla luce un incubo che non si era ancora materializzato: l’uranio. Nell’88% dei casi – si legge - il livello è giudicato inaccettabile”.

Individuati anche quattro tipi di cancro che potrebbero essere legati all’esposizione per tempi limitati anche se non sono emersi dati sospetti nelle cartelle cliniche di 16mila militari che nell’ultimo decennio hanno prestato servizio a Napoli per almeno sei mesi.

Sempre secondo lo studio, la provincia di Napoli ha il record di luoghi inquinati, quella di Caserta il primato di discariche illegali di cui solo 13 sono state bonificate.  

Tutti questi dati allarmanti sono adesso al vaglio delle autorità competenti. “Finalmente” si potrebbe dire. Ma forse non c’era nemmeno bisogno di arrivare a questo. Di arrivare ad affiggere l'ennesima etichetta addosso ad un popolo che per l'ennesima volta dovrà trovare la forza di rialzarsi.

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di Veronica Riefolo
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