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La storia di Nunzio Beltratti, licenziato senza preavviso

Licenziato da Salmoiraghi e Viganò, costretto all'elemosina

L'azienda gli propone di assumere sua figlia

Licenziato da Salmoiraghi e Viganò, costretto all'elemosina
08/02/2012, 21:02

NAPOLI - E’ una di quelle storie che non vorremo mai raccontare, figuriamoci ad ascoltarle. Racconta un momento  storico di un paese alla deriva. Va fuori dai canoni e dagli schemi della vita privata. Qui l’Io kantiano non c’entra. Questa è una storia di cuore e di pancia, dove l’uno supporta l’altro e viceversa. Questa è la storia di Nunzio Beltratti, per 29 anni dipendente della Salmoiraghi e Viganò di via Toledo. Chissà in quanti lo avranno incontrato, anche solo per un istante. Oggi Nunzio, con la moglie Serena e la figlia sono costretti a fare l’elemosina in piazza Vanvitelli, proprio fuori il punto vendita della Salmoiraghi nella zona collinare. La vicenda è tutt’altro che semplice, e parte da lontano.   All’orizzonte sfilava via l’ombra lunga dell’estate e si andava incontro al generale inverno, quando un giorno, il 24 settembre 2011,  la Salmoiraghi di via Toledo chiude i battenti, i dipendenti aiutano a portar via la qualunque, ma rimarranno per i successivi quattro giorni all’interno del negozio, fino al 28 settembre. «Nulla dava a pensare ad un possibile licenziamento – spiega la moglie di Nunzio, Serena Parisi, in una lettera inviata al presidente della Salmoiraghi e Viganò, Dino Tabacchi - in quanto era stato stabilito dalla Direzione del Personale che sfrattato il negozio, gli stessi dipendenti dovevano consumare le ore di recupero, le festività e le ferie non godute per poi riprendere servizio presso altri punti vendita. Infatti, mio marito finiti i recuperi è rientrato a lavoro nel punto vendita Salmoiraghi & Viganò di Piazza Vanvitelli. Ripeto nulla dava a presagire un eventuale licenziamento. Circa a metà settimana lavorativa è stato invitato insieme allo staff di Via Toledo dalla Direzione del Personale (Sig.ra Elvira Grimaldi, Daniele De Marco, Massimo De Rosa), per comunicazione che a detta del dott. De Marco si trattavano  di semplici formalità, per precisazione “di ricollocazione ufficiale presso i punti vendita in cui stavano operando”. La riunione era fissata per il giorno 15 novembre. Ancora fuori alla sala d’attesa del Salone della Stazione Centrale di Napoli, è stato rassicurato che era una semplice comunicazione. Entrati i tre impiegati: Nunzio Beltratti, Luigi Capobianco, Pietro Pallonetto,  è stato invece loro comunicato un licenziamento con decorrenza immediata. Preciso che i tre non hanno firmato la lettera di licenziamento e data la patologia di mio marito, sindrome depressiva con attacchi di panico (accertata con invalidità civile e come tale occupante il posto nella Salmoiraghi come categoria protetta), Nunzio è stato colto da malore, quando tornato a casa mi ha comunicato la notizia. Abbiamo ripreso un iter che ormai sembrava superato, perché Nunzio aveva imparato a gestire la sua depressione senza l’ausilio dei psicofarmaci, oggi ripresi. Da un giorno all’altro, senza alcun preavviso, anzi con continue rassicurazioni, ci siamo trovati senza lavoro, senza la possibilità di pagare il fitto, le bollette o qualsiasi altra cosa riguardante le spese del mese, né come sostenerci, in quanto ci hanno lasciato per vivere 199.00 euro, retribuzione dell’ultima settimana di lavoro. Alla nostra protesta la sig.ra Grimaldi, invitata dall’Assessore  Marco Esposito, ci ha raggiunto a Napoli, proponendo come soluzione, l’assunzione di mia figlia. Non abbiamo accettato: perché mia figlia si deve far carico di noi genitori, ancora cinquantenni e con le piene facoltà di sostenerla, rinunciare alla laurea, ad una sua vita indipendente? Finché io e mio marito avremo la forza niente cambierà nei suoi progetti e come nostro dovere non solo saremo noi a sostenerla, ma non permetteremo a nessuno di decidere per lei. Almeno non ci tolgano il nostro ruolo di genitori». Insomma, un incubo senza fine, che ad un certo punto è sembrato giungere ad una svolta. L’azienda ha proposto a Nunzio la riassunzione presso un altro punto vendita, quello di Nola, ma viste le condizioni precarie di salute di Beltratti è sfumata via anche quest’ultima ipotesi, come spiega ancora Serena in un altro stralcio della lettera inviata ai vertici di Salmoiraghi: «La proposta fatta a Nunzio è stata fatta sapendo che non può accettare (ripeto, è categoria protetta per sindrome depressiva ansiosa con attacchi di panico). Mio marito per 29 anni ha raggiunto il posto di lavoro a piedi da Salvator Rosa a via Toledo e nell'ultimo periodo da Salvator Rosa a piazza Vanvitelli, perchè la sua malattia non gli permette di prendere nessun mezzo di trasporto (sono anni che non facciamo le vacanze insieme, perchè lui non parte, oppure un cinema, un teatro o qualsiasi altra cosa che non sia una semplice passeggiata). La proposta gli è stata fatta sapendo della sua impossibilità a raggiungere Nola. Tale decisione ci viene confermata nella conversazione che il sig. De Marco ha avuto con la dipendente di cui Nunzio dovrebbe prendere il posto dopo il 31 gennaio a Nola: il sig. De Marco ha confermato di essere a conoscenza dell’impossibilità di Nunzio a raggiungere Nola,  (eppure per anni questa categoria protetta è servita all’Azienda per coprire la quota spettante a tale categoria, anzi dopo nove anni di servizio gli fu chiesto dall’Azienda di dare le dimissioni per riassumerlo come categoria protetta, Nunzio lo fece, anche se ciò comportò la perdita degli scatti d’anzianità)». La forza di questa moglie, di questa mamma travalica la normale concezione parentale, genitoriale, scavalca le leggi dimostrando il suo Amore in maniera del tutto viscerale verso la propria famiglia, come si coglie anche dall’ultima parte della lettera: «Credo che Nunzio non potrà accettare questa offerta perché  continua ad aggravarsi, specialmente da quando è stato messo di fronte alla falsa soluzione adottata. Forte è l’esigenza di sostenere la famiglia e non vuole rinunciare a tale opportunità, ma è già in preda ad attacchi di panico per il dover affrontare tale problematica e tutto ciò dovuto all’azione di persone assolutamente incompetenti e irrispettose, sia nei diritti umani che nei diritti delle categorie protette. Per quanto mi riguarda, finché avrò vita, cercherò di evitare che persone come mio marito paghino con la loro salute anni di fiducia e stima verso un’ Azienda a cui hanno dedicato ogni giorno della propria vita». In fondo è affascinante pensare che, in questa città dal cuore così grande, esistano correnti romantiche in cui alberghi ancora tenera e morbosa nostalgia per quel concetto, oggigiorno così contingentato, di famiglia. Perchè in questo caso non si tratta del “posto di lavoro”, ma della dignità dell’animo umano.

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di Valerio Esca
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