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Lo stupro di gruppo delle leggi fatto su Facebook


Lo stupro di gruppo delle leggi fatto su Facebook
03/02/2012, 15:02

Ancora una volta si è avuta la dimostrazione di come Facebook può passare da un sistema di pressione sui politici ad un sistema di disinformazione di massa, con uguale efficacia. L'ultimo esempio, in ordine di tempo, lo si è avuto ieri, dopo la diffusione della notizia riguardante una sentenza della Cassazione a proposito degli stupri di gruppo. Vediamo qual è stata la genesi di questa vicenda.
Tutto inizia nel 2009 quando il governo Berlusconi, dopo due o tre casi di stupro che ebbero un certo risalto, emanò un decreto legge, poi convertito in legge, che aveva al centro una norma che obbligava i magistrati ad usare, come misura cautelare possibile per chi commetteva reati sessuali, solo ed esclusivamente il carcere. Ma attenzione ad un dettaglio importante: questo non significava che tutte le persone accusate di stupro finivano in carcere. Significava che il giudice se trovava che ci fossero gli estremi per il carcere, accordava quello; ma in caso contrario lasciava libero l'accusato. In altri termini, quelli che prima sarebbero andati agli arresti domiciliari, per esempio, con la nuova legge finivano liberi. Una anomalia che è durata fino a quando, nella primavera del 2010, la Corte Costituzionale - investita del problema - sancì che la norma, nella parte in cui limitava le possibilità di scelta del giudice era incostituzionale. E già allora ci furono le stesse polemiche: si disse che i giudici avevano fatto una legge a favore degli stupratori. Ma in realtà si limitava a rimettere il reato di stupro sullo stesso livello degli altri reati, restituendo ai magistrati la libertà di scelta e di valutazione su ogni singolo caso.
Oggi la Cassazione ha aggiunto una interpretazione a questa sentenza della Consulta. Ha detto che quella sentenza, che era stata adottata in riferimento al caso di un singolo individuo accusato di stupro, vale anche per i casi in cui gli imputati siano più di uno. Si tratta di una interpretazione non vincolante, ma di cui i giudici dovranno tenere conto. Anche qua, la sentenza non vuol dire che chi è accusato di stupro non dovrà andare in galera, ma una cosa completamente diversa: vuol dire che il giudice dovrà scegliere, di fronte a persone accusate di stupro di gruppo, se sia più adatto il carcere, gli arresti domiciliari e così via.
Ricordiamo una cosa: qui non parliamo di persone condannate per stupro, ma di persone che sono solo indagate per questo reato. Quindi le misure cautelare - in generale - vanno applicate solo se ci sono almeno una delle seguenti tre condizioni: pericolo di fuga dell'imputato, pericolo di inquinamento delle prove o pericolo di ripetizione del reato. Ma per decidere per il carcere, ce n'è anche un'altra da rispettare: che non ci sia altro modo per tenere sotto controllo la persona in questione. E questa è una situazione difficile da rispettare, soprattutto quando si tratta di un ragazzo.
Invece, tutti questi dettagli non sono stati spiegati sui giornali, dando l'idea - grazie anche a scelte discutibili nei titoli - che la sentenza significasse che laddove ci fosse uno stupro di gruppo, i colpevoli non vanno in galera. Niente di più falso: la pena minima per questo reato è di 6 anni, e quindi non c'è modo di evitare il carcere, se si viene condannati. Ma il punto è proprio questo: un conto è il carcere per una persona che è stata condannata con sentenza definitiva (praticamente obbligatorio, quando la pena supera i 3 anni); un conto è il carcere per una persona che invece non ha subito alcun processo. In questo caso bisogna andarci cauti; e il Codice prevede una certa gradualità nelle scelte da parte dei giudici.
Invece su Facebook è un fiorire di link e di commenti che parlano di incentivi allo stupro e di libertà per gli stupratori. Un qualcosa che non è mai passata per la mente di nessuno dei giudici che hanno emesso la sentenza. Ma questo dipende anche da un altro brutto vizio molto diffuso, che si può sintetizzare con "assoluta mancanza di senso critico". Infatti, la maggior parte delle persone, quando legge un articolo o quando sente una notizia in TV, non si chiede se sia verosimile o meno, se sia possibile o meno. La accetta o la rifiuta a priori, magari solo per ragioni di "tipo" politico o ideologico. Invece nulla va preso per oro colato, tutto va valutato, "pesato", diciamo così. Ed è una cosa che in pochi fanno, purtroppo.

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di Antonio Rispoli
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