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Rapida e veloce carrellata su avvenimenti dimenticati

Mani Pulite, cosa succedeva 20 anni fa


Mani Pulite, cosa succedeva 20 anni fa
17/02/2012, 16:02

Esattamente in questo giorno, 20 anni fa, un gruppetto di Carabinieri andava ad arrestare Mario Chiesa, che stava intascando una tangente, senza sapere che il pagatore si era messo d'accordo con le forze dell'ordine per beccarlo con le mani nella marmellata. Per occultare una seconda mazzeta, che aveva ricevuto poco prima, cheise di andare in bagno per farla sparire nello scarico del water. Ma la busta si incastrò e i Carabinieri, insospettiti dai "tempi lunghi" e dal fatto di sentire lo sciacquone azionato più volte intervennero e scoprirono gli altarini. Cominciò così quella che poi fu battezzata "Mani Pulite", mentre Milano divenne Tangentopoli, ossia la città delle tangenti (e taccio sullo scempio imitativo che hanno fatto sul termine numerosi colleghi).
Molti fissano qui anche l'inizio della fine della Prima Repubblica. In realtà, l'inizio della fine era cominciato da qualche anno, con le elezioni del 1987, che avevano visto un netto calo dell'allora pentapartito; e poi con il referendum del 1991, che aveva abolito le perferenze multiple. Già quelli erano stati segnali che dimostravano come il potere dei partiti era in forte calo. Poi ci furono le elezioni del 1992, con il boom della Lega e del "voto di protesta". In quel momento Mani Pulite era appena iniziata, e l'effetto sul voto fu nullo, anche se fu allora che la Lega coniò il suo celeberrimo "Roma ladrona".
Ma l'episodio secondo me fondamentale fu uno di cui non sono più riuscito a trovare traccia, ma che penso di poter collocare alla fine del 1992. La Procura di Roma indagò alcune delle persone indagate anche a Milano ed avocò (termine tecnico-giuridico; si usa per indicare che un giudice o una procura chiede di portare presso di sè una indagine o un processo che si svolge altrove) il processo di Milano, sostenendo che gli stessi imputati avevano commesso nella capitale reati più gravi. Era una tecnica usata da molti anni e per cui il Tribunale della capitale dell'epoca era chiamato "il porto delle nebbie": si avocava il fascicolo aperto altrove, poi lo si chiudeva in un cassetto e si aspettava che nadasse in prescrizione o comunque lo si rendeva innocuo. Ma quella volta successe la novità: il pool di Mani Pulite sostenne che i reati erano diversi e chiese lumi alla Corte di Cassazione, che diede ragione a MIlano. Delle indagini di Roma non se ne seppe più niente, ma a quel punto tra gli imprenditori serpeggiò la paura, di non essere più difesi e tutelati da quei politici a cui pagavano tangenti. Inoltre negli ultimi anni gli appalti pubblici si erano paurosamente assottigliati (il debito pubblico aveva raggiunto il 110% del Pil) e l'Italia era stata appena colpita da una bufera finanziaria che l'aveva costretta ad abbandonare lo SME, un sistema di cambi concordati tra gli Stati europei. Infine nel 1992 la situazione economica era così disastrosa che Amato fece una maniovra finanziaria da 92 mila miliardi, prendendosi anche il 6 per miulle dai conti correnti bancari dei cittadini. L'insieme di queste cose fece capire agli imprenditori che le cose erano cambiate, e quindi essi cominciarono a fare la fila davantai all'ufficio di Di Pietro per confessare i reati e godere di sconti di pena.
Ma la politica reagì rapidamente. Da una parte con leggi come il decreto Conso (dal nome dell'allora Ministro della Giustizia), che l'allora Presidente Scalfaro si rifiutò di firmare sulla depenalizzazione del reato di finanziamento illecito ai partiti (che venne poi approvato con legge ordinaria), per colpire le indagini dei magistrati; dall'altra cercando di colpire quello che era stato il simbolo di Mani Pulite, cioè il Pm Antonio Di Pietro. E così cominciarono le delegittimazioni, prima affidate a semplici di chiarazioni di politici (venne di fatto accusato di agire per conto dei servizi segreti deviati e pilotati dagli Usa - o di agire per conto della grande finanza internazionale - per aiutare l'attacco finanziario che venne fatto alla lira, eliminando i partiti classici che vi si opponevano) poi utilizzando personaggi come Giancarlo Gorrini, imprenditore milanese alla canna del gas e sull'orlo della bancarotta che denunciò Di Pietro di aver preteso da lui 100 milioni, una Mercedes e una serie di assicurazioni per la moglie, l'avvocato Susanna Mazzoleni. In realtà poi tutto verrà archiviato, come verranno archiviate le successive indagini contro di lui e quelle contro gli altri componenti del pool, accusati dei più inverosimili reati.
Ma nell'ombra scattava la controffensiva: Marcello Dell'Utri e Bettino Craxi (non si sa se quest'ultimo nelle vesti di consulente o di co-ideatore) crearono un brain-trust, guidato da un ex Dc della politica milanese, Enzo Cartotto, per pianificare la crescita di un partito: stava nascendo Forza Italia. I cui primi inizi sono tutti contro il pool, usando la carota del proporre posti a Di Pietro e a Borrelli nel governo e il bastone di leggi come il decreto detto "salvaladri", che venne poi ritirato.
Sullo sfondo c'erano i giornali e le Tv (all'epoca solo quelle Fininvest) che partirono dalle denunce e da altri fatti, come i suicidi di Raul Gardini o di Gabriele Cagliari, per montare una campagna diffamnatoria contro il Pool di Milano. E lì ci fu l'inizio della fine di Mani Pulite: la gente pian piano li abbandonò e il governo Dini potè cominciare l'opera di smantellamento dei reati che venivano contestati ai politici. Nel frattempo Di Pietro aveva lasciato il pool e la magistratura (lui disse per evitare che il fango che gli stavano preparando investisse anche i colleghi magistrati; i detrattori dissero che era per mettersi in politica nelle liste di Forza Italia, anche se in politica ci entrò nel centrosinistra e solo dopo essere stato prosciolto da ciascuna delle accuse che gli erano state rivolte e per cui la Procura di Brescia aveva aperto una serie di indagini); dopo qualche tempo Biorrelli andò in pensione e il Pool di fatto finì.
L'inchiesta Mani Pulite alla fine viene descritto come un fallimento, ma i dati dicono una cosa diversa. Delle centinaia di indagati, solo il 5% venne riconosciuto innocente; mentre non si può addebitrare al magistrato la morte - naturale o provocata da qualcuno - dell'imputato o il cambio delle leggi che depenalizza il reato. Nè tanto meno il fatto che l'unico che ebbe una pena detentiva reale fu Sergio Cusani, condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione dopo un processo che fece storia perchè venne trasmesso in diretta Tv e che vide sfilare tutto il gotha della politica italiana. Un magistrato, dopo tutto, deve agire sulla base delle leggi vigenti sul momento; se cambiano, non può tornare indietro e modificare ciò che ha fatto.
Infine una annotazione: è stato detto più volte che il pool agì per motivi politici, per far cadere il pentapartito e far vincere "i comunisti". A parte che sarebbe facile dimostrare, dati alla mano, che a guadagnare di più da quelle indagini furono partiti fino ad allora sconosciuti, come la Lega Nord, o inesistenti, come La Rete di Leoluca Orlando e Forza Italia di SIlvio Berlusconi. Sarebbe altrettanto facile ricordare che il PCI milanese fu di fatto spazzato via da Mani Pulite, dati i suoi coinvolgimenti nelle tangenti (basta ricordare Primo Greganti, il compagno G. come veniva chiamato sulla stampa), cosa che favorì per decenni la vittoria dei sindaci del Pdl come la Moratti o Albertini. Ma soprattutto nonbisogna dimenticare una cosa: il magistrato, per forza di cose, deve guardare al passato; il politico, se fa il suo mestiere con serietà, guarda al futuro. Pensare che i primi possano sostituire i secondi è una follia. Se i partiti della Prima Repubblica sono scomparsi è perchè ormai si erano autodistrutti, non erano in grado di andare avanti. Non solo per gli inquinamenti delittuosi (tangenti, ma anche i rapporti di alcuni di loro con la mafia) che ormai avevano pervaso tutto il sistema, ma soprattutto per la totale incapacità politica ad andare avanti. E dire, come si fa oggi, che Mani Pulite distrusse i partiti è sbagliato. A distruggerli furono i cittadini che, in un raro barlume di indignazione, li cancellarono dalla scheda elettorale. Peccato che il barlume di indignazione è morto ancor prima di cominciare.

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di Antonio Rispoli
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