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Giurisdizione del caso: è braccio di ferro tra i due Paesi

Marò, l’India è irremovibile: Applicheremo la nostra legge

Intanto il processo è rinviato al prossimo 15 marzo

Marò, l’India è irremovibile: Applicheremo la nostra legge
10/03/2012, 10:03

KOLLAM (INDIA) - Sulla vicenda dei due marò italiani, incarcerati in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori locali, il nodo da sciogliere resta sempre lo stesso: la giurisdizione del caso. I due fucilieri del San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, devono essere giudicati dalle autorità indiane o da quelle italiane? Benché tutti sembrino concordare sulla necessità di evitare l’accendersi di ulteriori tensioni, è proprio su questo punto che tra Italia e India si sta consumando un acceso botta e risposta.
È una questione di legge del territorio, sulla quale entrambi i Paesi non intendono fare retromarcia. Non vuole l’Italia, con il presidente Mario Monti che ribadisce: “Essendo avvenuto il presunto incidente in acque internazionali, la giurisdizione sul caso, di conseguenza, è solo italiana”; non vuole l’India, le cui autorità sono irremovibili. Solo ieri, mentre l’Ue faceva sapere che l’Europa “è pronta a fare tutto il necessario per risolvere la vicenda”, il ministro degli Esteri indiano e il capo del governo dello Stato del Kerala, Oommen Chandy, ribadivano la loro fermezza: “Sarà applicata la nostra legge: i due marò saranno giudicati con la legge indiana”.
Sulla faccenda interviene anche il “chief minister” del Kerala, Omeen Chandy, che sottolinea come si sia trattato “di un incidente molto sfortunato”, che “non deve però danneggiare le relazioni fra Italia e India”. Intanto, il giudice dell’Alta Corte di Kochi ha rinviato al 15 marzo il processo che dovrà decidere sulla giurisdizione dell’incidente: solo in quella data si dovrebbe risolvere il controverso punto su chi dovrà giudicare i due marò italiani. La polizia del Kerala inoltre fa sapere che occorrerà ancora un’altra settimana per terminare la perizia sulle armi sequestrate a bordo della Enrica Lexie.

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di Antonio Formisano
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