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Intervista esclusiva alla mamma di Fabrizio Bon

Marittimi sequestrati, presidio di protesta a Napoli


Marittimi sequestrati, presidio di protesta a Napoli
26/09/2011, 12:09

In via dei Fiorentini abbiamo intervistato la mamma di Fabrizio Bon, marittimo sequestrato sulla nave “Savina Caylyn” assieme agli italiani Enzo Gurdascione, Giuseppe Lubrano Lavadera, Gianmaria Cesaro, Antonio Verrecchia e diciassette indiani. Inoltre abbiamo ascoltato la voce dei parenti di Enzo Guardascione sempre più preoccupati e disperati per la sorte del marittimo procidano. di Gennaro Savio Nel Corno d’Africa, sulla nave “Savina Caylyn”, continua il calvario per diciassette marittimi indiani e cinque italiani ostaggio da ormai otto mesi dei pirati somali. Dopo le dure manifestazioni di protesta svoltesi a Trieste, Piano di Sorrento, Procida e Roma, i familiari dei sequestrati hanno deciso di dare vita a un presidio di protesta permanente nella città di Napoli, a pochi passi dal Municipio napoletano sulle cui balconate l’Amministrazione De Magistris ha consentito l’esposizione di uno striscione con i volti di Eugenio Bon, Enzo Gurdascione, Giuseppe Lubrano Lavadera, Gianmaria Cesaro e Antonio Verrecchia i cinque italiani rapiti dai pirati somali. In via dei Fiorentini, presso la Sede della società armatrice “Fratelli D’Amato”, i congiunti e gli amici dei sequestrati fanno a turno stazionamento fisso. La mamma di Eugenio Bon da Trieste si è praticamente trasferita a Napoli già da alcuni giorni. “Rimarrò qui sino a quando la “Savina Caylyn” non sarà liberata”, ci ha detto mostrando una foto del figlio risalente a dodici anni fa quando Eugenio si imbarcò per la prima volta. “E’ un incubo dal quale sembra impossibile uscirne”, ha proseguito la combattiva madre del marittimo triestino che ha aggiunto: “Poi si prova tanta desolazione. Sarà che Eugenio è figlio unico per cui tutti i sacrifici che hai fatto nel vederlo crescere, sembrano siano stati quasi inutili e ti chiedi perché questo accanimento della vita nei tuoi confronti”. La cosa che rattrista di più i parenti dei marittimi prigionieri in Somalia è il sentirsi letteralmente abbandonati dallo Stato. “Questo sentirsi isolati e non essere considerati per nulla. Ecco, questo abbandono ci fa star male”, ha tagliato corto alla domanda che le abbiamo rivolto in merito. “Se potessi dire qualcosa a mio figlio, ha concluso la signora Bon, gli direi che stiamo qui ad aspettare il suo ritorno. Anche se non sente più le gambe deve tener duro e col suo cuore, se sta ancora palpitando, deve sentirci”. Quotidianamente si recano in via dei Fiorentini anche la mamma e la sorella di Enzo Guardascione, letteralmente addolorate per quello che sta accadendo al loro Enzo. “Abbiamo il cuore a pezzi”, ha esordito la mamma di Enzo. “L’impotenza di non poter far nulla ci sta distruggendo fisicamente e mentalmente. L’ultima telefonata che ci ha fatto è stata sconvolgente. Era disperato e noi da qua nonostante tutto abbiamo fatto il possibile per fargli coraggio”, ha concluso la signora Guardascione. “L’ho sentito arrabbiato e sicuramente sarà stato picchiato anche lui. Ha detto che le loro condizioni di vita sono ormai inimmaginabili e che hanno subito cose che nemmeno nei film dell’orrore più drammatici si sono mai viste”, ha dichiarato la sorella Annarita. Il papà di Enzo, umile lavoratore del mare in pensione, è sconvolto per la lunga prigionia del figlio. “Non ho più lacrime. Vorrei addormentarmi e non svegliarmi più, ci ha detto Luigi Guardascione, il papà di Enzo. Quando mi sveglio, ha continuato tremante, penso sempre a lui. Avvolte penso che se uno muore chiude il libro e se ne fa una ragione. Noi invece in questo modo non possiamo più vivere. Chi di dovere prenda provvedimento. Questo voglio dire allo Stato e ai padroni della nave”. Poi sul volto di questo coraggioso uomo di mare, sono ricominciate a scendere le lacrime. “Voglio bene a mio figlio”, ha sussurrato a bassa voce. “Vorrei vederlo stasera qua, baciarlo e finire perché non ce la faccio più a vivere così. Non voglio dire più niente. Lo voglio bene a mio figlio, tanto, tanto. E mi manca, mi manca tanto”, ha concluso con un filo di voce e con gli occhi azzurri come il mare sempre più lacrimanti e sofferenti. La straziante testimonianza dei familiari di Enzo Guardascione a cui va tutta la nostra solidarietà umana e sociale, la dice lunga sulla sofferenza che da mesi stanno patendo i parenti dei marittimi sequestrati da mesi in Somalia. Noi, naturalmente, non ci stancheremo mai di ripetere che è a dir poco vergognoso che nell’Italia del bunga-bunga e dei reality show le Istituzioni del nostro Paese non si siano attivate affinché già tempo i nostri marittimi venissero liberati e questo nonostante giorno per giorno rischino la vita coi mitra puntati alla testa, con il cibo che scarseggia, in una situazione iginico-sanitaria terrificante e in condizioni di salute sempre più precarie: che vergogna!!!

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di Gennaro Savio
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