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MAURIZIO BELPIETRO: QUELLA DEI GIORNALISTI È LA NUOVA CASTA


MAURIZIO BELPIETRO: QUELLA DEI GIORNALISTI È LA NUOVA CASTA
26/09/2008, 08:09

Parte dalla critica mossa da Roberto Saviano ai giornalisti ed alle presunte connivenze tra stampa e camorra la discussione sulle responsabilità dei cronisti e sul ruolo che ha la comunicazione dei media sulla gente e sugli eventi. La difesa immediata alla categoria è di Ermanno Corsi, past president dell’ordine dei giornalisti di Napoli, intervenuto al convegno Comunicazione - sotto osservazione organizzato l’Agenzia New Bigol, diretta da Cristiana Barone, all’Università Parthenope di Napoli.

“Non si può generalizzare- dice Corsi - L’accusa di Saviano non dovrebbe essere rivolta ai giornalisti, che sono estranei a tutto questo, ma a chi deve vendere i giornali” . Gli fa eco il presidente dell’Associazione della Stampa Enzo Colimoro che invita proprio i colleghi ad evidenziare le connivenze, ma quelle extra giornalistiche.
“Non credo che la camorra cerchi un ufficio stampa – dice lo scrittore Marcello Veneziani - ma penso che se si fanno dei titoli sui giornali, che lasciano presumere una connivenza, è solo perché sono rivolti al pubblico di riferimento che, evidentemente, questo vuole. ” Forse è più il pubblico connivente che il giornalista e queste sono le leggi del mercato.
“Si parla e si titola con termini enfatizzati per colpire l’attenzione e per ottenere ascolto – dice Curzio Maltese, editorialista de La Repubblica - Ma non ci rendiamo conto che tutto ciò è diventato banale. I lettori si sono abituati a questo linguaggio urlato e non si raggiunge più l’obiettivo. La comunicazione in Italia sta morendo, come l’Alitalia. Forse sarà comprata dagli stranieri, a pezzi, poco alla volta”.
Il catastrofismo del linguaggio e i silenzi dalla superficialità, ovvero del mancato approfondimento, sono diventati la normalità.
Interviene Maurizio Belpietro, direttore di Panorama, volato da Milano a Napoli per partecipare al convegno
“Nel giornalismo di oggi c’è poca realtà, molta politica e molta economia. Preferiamo rimanere dentro il Palazzo piuttosto che andare per strada. Dovremmo ricominciare a fare i giornalisti per salvare la categoria. Dove eravamo prima di dare, sorpresi e meravigliati le notizie sulla crisi della FIAT, nel 2003? E come mai nessuno aveva scritto una parola prima del crack Parmalat? Evidentemente l’economia e la politica contano più della nostra professione. E se capita, come mi è capitato, di far firmare a dei giovani stagisti un articolo, vengono fuori tutti i vincoli e i regolamenti. L’Ordine dei giornalisti dovrebbe stilolare le professionalità, perseguire i veri collusi e salvaguardare i giovani quelli che hanno entusiasmo e possono trasmetterlo anche a noi, trascinandoci fuori dal Palazzo e scrivere della realtà. La verità è che siamo diventati una nuova Casta, salvaguardiamo i nostri privilegi e ci dimentichiamo, spesso della nostra professionalità”.
“ Ho visto colleghi impauriti - racconta Giuseppe Sanzotta direttore de Il Tempo – dalla camorra o dagli ultras, dalla politica o da chissà che altro che si esprimono con superficialità nei contenuti per non ledere i poteri forti nel timore di variazioni di carriera”.
 Bruno Vespa interviene in video e nel ricordare quanti siano pochi i lettori dei giornali in Italia evidenzia l’importanza della comunicazione televisiva: rapida diretta e comoda .
“Purtroppo, e lo dico perchè sono un giornalista televisivo, la nostra responsabilità è maggiore ed è quindi richiesta la massima professionalità”.
E di Rai e di servizio pubblico parla Francesco Pinto, direttore del Centro Produzione Rai di Napoli : “Ci sono troppi regole e vincoli in un’azienda come la nostra Una struttura che è come le vecchie fabbriche del ‘900”. Bisogna snellire il sistema per trovare maggiore libertà..
“La radio, invece è sempre libera, come si diceva un tempo - afferma la dj di Radio Dimensione Suono Anna Pettinelli - Abbiamo quattro minuti di informazione ogni ora: pochissimo, ma quello che si comunica è essenziale, asciutto. Oggi il fenomeno del realitisno ha invaso anche i telegiornali. Suscitare compassione, cercale la lacrima e non la causa dell’accaduto e della notizia. altera la comunicazione”.
Ma dove serve e dove ci sarebbe spazio per la critica, le righe disponibili diventano sempre meno. “Ormai c’è un’omologazione - segnala il critico cinematografico Valerio Caparra, - tutti dicono le stesse cose. Si scrive di quanti minuti di applausi ha un film presentato in un festival, ma non si trova lo spazio per commentarlo in maniera critica. I media creano l’evento e la notizia anzicchè registrala, comunicarla e commentarla”

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di Redazione
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