Cronaca / Nera

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E' Domenico Oppedisano, 80 anni, boss di 3 mandamenti

'Ndrangheta, stanato il "capo dei capi"


'Ndrangheta, stanato il 'capo dei capi'
13/07/2010, 19:07

La sua politica criminale ha fatto scoppiare la pace nell’intera ‘ndrangheta della “Provincia”, organismo che la nuova configurazione degli assetti della mafia calabrese sovrintenderebbe all’attività di tre mandamenti. Per gli inquirenti Domenico Oppedisano, 80 anni, esponente dell'omonima famiglia di Rosarno, è l'elemento di vertice dei clan della 'ndrangheta calabrese. La notizia del suo arresto è stata accolta in Senato da un lunghissimo applauso: il numero uno della più potente e ricca associazione criminale del Paese è stato assicurato alla giustizia.
Nel maxi blitz di carabinieri e polizia contro la ‘ndrangheta, in cui sono finiti in manette oltre 300 persone in diverse parti d'Italia per vari reati, ritenute appartenenti e fiancheggiatrici della malavita calabrese, è stato dunque stanato anche quello che gli inquirenti hanno definito il “capo dei capi” della ‘ndrangheta. La sua ascesa sarebbe stata decisa dai capi mandamento durante il matrimonio, avvenuto il 19 agosto 2009, tra Elisa Pelle e Giuseppe Barbaro, entrambi figli di boss. Durante quella funzione religiosa – hanno accertato gli investigatori – vennero decise tutte le cariche di vertice della 'ndrangheta: "capocrimine" fu nominato appunto Oppedisano, a rivestire il ruolo di "capo società", cioè il numero 2, è stato scelto Antonino Latella (già arrestato), mentre il ruolo di “mastro generale” fu affidato a Bruno Gioffré. Oppedisano che è nato e viveva a Rosarno, appartiene al mandamento "Tirrenico", Latella a quello del “Centro”, e Gioffré a quello “Jonico”: in sostanza, i tre ruoli apicali erano equamente divisi per ogni mandamento. La sua nomina a padrino divenne poi effettiva il 1 settembre 2009 a mezzogiorno in punto, al santuario di Polsi durante le celebrazioni per la festa della Madonna.
Riti d’iniziazione in stile mafioso, controllo capillare degli appalti, regolamenti di conti. Non solo. Oppedisano, a capo di tre mandamenti in cui la criminalità avrebbe suddiviso le due sfere d'influenza, era soprattutto l’uomo della pax mafiosa in terra calabra. Secondo gli investigatori, infatti, è "fautore di una politica pacifista all'interno dell'organizzazione”, chiamato in causa per la “risoluzione di controversie” sorte nell'ambito della criminalità organizzata, e per le liti tra “locali” (le famiglie mafiose, ndr) anche all'estero. Soltanto in Lombardia il padrino può contare su un esercito di 500 gli uomini. Il procuratore aggiunto Ilda Boccassini nel corso della conferenza stampa che si e' tenuta oggi a Milano per illustrare le indagini della Dda milanese e di Reggio Calabria, spiega che nell’inchiesta che ha portato alle ordinanze di custodia cautelare emesse questa mattina, sono stati individuati 15 "locali", tra cui anche uno a Milano centro, a Bollate, a Erba a Cologno e in altri centri sparsi nella regione, in particolare in Brianza. “Ovviamente è un punto di partenza – chiosa Boccassini - perché dalle persone indagate sappiamo che sono molti di più”. “Il dato più sconcertante che sta emergendo - ha sottolineato il procuratore aggiunto - é che ancora molti negano di essere stati strutturati, cioè di far parte dei ‘locali’ sparsi in Lombardia”. Un’associazione tentacolare con a capo Oppedisano, dunque, ma che come ha sottolineato il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, "non si può parlare di una conquista di Reggio Calabria sulla Lombardia”: C’è una struttura che voleva rendersi autonoma ed è stata riportata all'obbedienza". Il Nord dunque è solo una filiale del crimine calabrese. Gli appetiti della 'ndrangheta sulla Lombardia vengono spiegati da Grasso con la presenza in questa regione di “attività imprenditoriali ad alta redditività: qui le società nascono una dietro l'altra e sono in grado di mimetizzarsi”.

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di Davide Gambardella
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