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Nuovo PCI: "Né Tremonti, né Montezemolo, né Monti, né affini"


Nuovo PCI: 'Né Tremonti, né Montezemolo, né Monti, né affini'
21/09/2011, 12:09

"La crisi del capitalismo incalza e si aggrava! La borghesia e il Vaticano tramano per sostituire il governo Berlusconi con
un governo più autorevole, più autoritario e più reazionario! Ogni governo emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia non farà che rendere più difficile la vita delle masse popolari con il pretesto di risolvere o alleggerire la crisi, ma non la risolverà! Avanti verso la costituzione di un governo d’emergenza delle Organizzazioni Operaie e delle Organizzazioni Popolari, il Governo di Blocco Popolare! Rivendicare provvedimenti e diritti dai governi emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia non basta. Rivendicare e protestare contro simili governi è utile e anzi necessario: per diffondere ed elevare la coscienza dei diritti di cui ci privano e delle ingiustizie e soprusi che ci impongono i vertici della Repubblica Pontificia, della Unione Europea e del sistema imperialista mondiale; per mobilitarci e unirci su scala più larga; per diffondere la disobbedienza alle autorità; per organizzare meglio la resistenza; per provvedere per vie straordinarie e d’emergenza alla soddisfazione dei bisogni (cibo, casa, trasporti, assistenza sanitaria, ecc.) che una parte importante della popolazione già oggi non può più soddisfare per vie legali, dato che i meccanismi usuali della vita economica sono inceppati (disoccupazione, lavoro precario, salari e pensioni di merda, tariffe alle stelle). Rivendicare e protestare è necessario, ma non basta.  Non basta rivendicare e protestare nel nostro paese: lo dimostra la Grecia dove le proteste durano da mesi. Ma non basterebbe neanche farlo a livello europeo o mondiale. Alcuni certamente ricorderanno quanto era estesa la protesta e quanti milioni di persone, specialmente in Europa e negli Stati Uniti, si mobilitarono nel 2003 per impedire che la “comunità internazionale” presieduta dal governo di Washington aggredisse l’Iraq. Ma gli imperialisti scatenarono egualmente la guerra e anche la Repubblica Pontificia inviò le sue truppe: le masse popolari irachene resistendo eroicamente impedirono la vittoria delle armate delle potenze imperialiste, ma la guerra non è ancora finita. Oggi dobbiamo far fronte a una espressione del sistema imperialista mondiale molto più grave e profonda dell’aggressione contro l’Iraq e di qualunque altra guerra locale. Allora si trattava di impedire che le potenze imperialiste, per di più divise tra loro, scatenassero una guerra: oggi si tratta di impedire che il sistema imperialista mondiale funzioni secondo la sua natura. Tanto meno basteranno le proteste e le rivendicazioni.  Concentrando l’attenzione sul nostro paese, nelle circostanze attuali nessun governo emanazione della Repubblica Pontificia e che goda della fiducia del sistema imperialista mondiale soddisferà le nostre rivendicazioni, salvo trovare qualche rimedio precario qua e là, togliere a uno che ancora non protesta per dare a un altro che protesta già più forte, alimentare la “guerra tra poveri”. Se ci fermassimo alle rivendicazioni e alle proteste, alla lunga la mancanza di risultati scoraggerebbe molti, indebolirebbe i movimenti di rivendicazione e di protesta che oggi invece si sviluppano con forza crescente, lascerebbe ancora più spazio all’azione degli esponenti più criminali della borghesia e del clero che già oggi reclutano forze e già spingono alla mobilitazione reazionaria, al razzismo contro gli immigrati, al saccheggio di altri paesi e alla guerra. Già oggi anche nel nostro paese migliaia di uomini e donne si arruolano per le guerre coloniali (esempio Afghanistan, Libia) e per altri lavori sporchi all’estero (esempio “spedizioni umanitarie” in Somalia, in Libano, in Palestina) e all’interno contro il resto delle masse popolari (es. Valsusa, espulsioni di immigrati, respingimenti e campi di concentramento). Le Sei Misure Generali Il programma del Governo di Blocco Popolare 1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa). 2. Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi. 3. Assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato). 4. Eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti. 5. Avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione. 6. Stabilire relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi. Le rivendicazioni e le proteste non bastano. Occorre costituire un governo d’emergenza composto da persone che godono della fiducia delle Organizzazioni Operaie e delle Organizzazioni Popolari, da persone che sono decise a dare forza e forma di legge ai provvedimenti necessari caso per caso per far fronte alla crisi e a mettere i mezzi del potere statale al servizio della mobilitazione e dell’organizzazione delle masse popolari, ad attuare il programma riassunto nelle Sei Misure Generali.  Nel nostro paese esistono già si moltiplicano e rafforzano migliaia di organizzazioni operaie, di organizzazioni popolari, di organismi di studenti, di ricercatori, di precari, di immigrati, di casalinghe. Sempre più si collegano tra loro a livello locale e nazionale a formare reti. L’assemblea “Dobbiamo fermarli” convocata per il 1° ottobre a Roma darà ulteriore slancio a questo movimento, favorirà l’estendersi dell’organizzazione a livello locale e il coordinamento degli organismi a livello regionale e nazionale. La manifestazione nazionale che si sta preparando per il 15 ottobre, collegata con analoghe manifestazioni a livello europeo e oltre, sarà una dimostrazione di forza dell’organizzazione dei giovani, dei lavoratori precari, degli operai, dei disoccupati, delle casalinghe, degli immigrati, dei pensionati, di ogni categoria e classe delle masse popolari e della mobilitazione popolare contro la crisi, contro gli amministratori della crisi, contro i difensori del sistema in crisi.  Questo movimento ha il radicamento necessario per governare il paese, per mobilitare capillarmente le masse popolari in un’impresa che faccia rapidamente fronte agli effetti più gravi della crisi assegnando a ogni uomo un lavoro utile e dignitoso. Questo movimento ha la forza per imporre il suo governo ai vertici della Repubblica Pontificia e ai caporioni dell’Unione Europea e del sistema imperialista mondiale. Questi oggi non sono pronti ad affrontare un simile movimento scatenando la guerra civile e per il momento ingoieranno il rospo convinti di riuscire a creare col tempo le condizioni per il loro ritorno in forze. Ma questo sarà un altro capitolo della storia. Oggi bisogna solo che le Organizzazioni Operaie e le Organizzazioni Popolari non si limitino a rivendicare e protestare, ma si convincano che non c’è altra via per far fronte alla crisi, per impedire che addirittura si aggravi.  La crisi non è un incidente, non è neanche il prodotto della volontà malvagia o del comportamento criminale di questo o quell’individuo che basta rimuovere. È vero che la crisi ha i suoi protagonisti di spicco negli speculatori del mercato finanziario e nelle autorità che li sostengono. Ma questi loschi e luridi individui non sono che i campioni, gli esponenti più capaci e gli amministratori di punta di un sistema che li ha portati e li mantiene al suo vertice: sono i capi più spregiudicati e capaci di un sistema di brigantaggio e il problema principale è il sistema di brigantaggio non i suoi capi del momento. La crisi è un prodotto del sistema capitalista. La crisi è universale, imperversa in tutto il mondo (anche se in alcuni casi in forme diverse da quelle che subiamo noi). Possiamo porre fine alla crisi, ma per farlo dobbiamo porre fine al sistema di relazioni sociali che è in crisi. La crisi attuale è la malattia senile del sistema di relazioni sociali capitaliste che si è formato nel corso di secoli a partire dall’Europa per estendersi poi a tutto il mondo. A volte occorre affrontare i sintomi di una malattia: una febbre che sale, un’emorragia, ecc. Ma la malattia non la si cura affrontando solo i sintomi. Per porre fine alla malattia, bisogna porre mano all’organismo malato e al suo funzionamento.  Le masse popolari organizzate lo possono fare. Organizzate, le masse popolari possono spazzare via le abitudini e relazioni accumulate lungo la storia. Possono riorganizzare alla luce delle concezioni, dei sentimenti e delle possibilità di oggi il loro proprio modo di stare insieme e di fare società che si è formato in condizioni radicalmente diverse da quelle attuali, il loro proprio modo di produrre l’uno per l’altro combinando il lavoro di tutti, di partecipare al governo della società, di usufruire del patrimonio di conoscenze e di relazioni che l’umanità ha accumulato e di contribuire ad accrescerlo. Perché in definitiva di questo si tratta. Consideriamo infatti con cura lo stato e il corso delle cose. La crisi colpisce le masse popolari del nostro paese e del resto del mondo come una pestilenza del tempo antico, come la peste nera che colpì l’Europa circa sei secoli fa. Si diffonde e morde ogni giorno di più in tutti i campi. Aumenta le difficoltà della vita per la massa della popolazione. Non solo è più difficile trovare un lavoro, ma già oggi anche curarsi, istruirsi, riposarsi, vivere decentemente e dignitosamente risulta impossibile perfino nei paesi imperialisti per una parte della popolazione già tanto grande da turbare la vita di tutta la popolazione. Sotto la guida della borghesia e del clero, la società lascia una parte crescente dei suoi membri senza un posto e un ruolo dignitosi e fa fronte con il carcere, la polizia, la repressione, le elemosine e gli “ammortizzatori sociali” a quelli che essa stessa emargina. La crisi corrode le relazioni sociali, genera precarietà e disoccupazione, costringe una parte crescente delle masse popolari ad arrangiarsi, aumenta l’abbrutimento e la delinquenza, alimenta ogni vizio ed esalta gli aspetti peggiori residui del passato, induce a comportamenti che si credevano superati per sempre. Diminuiscono i diritti e un numero crescente di persone è costretto a ricorrere alla carità pubblica e privata. Le scuole e le università vanno in malora. Invece di assicurare un lavoro utile e dignitoso a tutti, le autorità aumentano la repressione, il controllo e le angherie; diventano sempre più prepotenti con la massa della popolazione e sempre più conniventi e complici con la criminalità organizzata e con gli speculatori. I vecchi sono abbandonati a se stessi, una parte crescente dei ragazzi e dei giovani cresce allo sbando, i criminali e i fascisti trovano più spazio per reclutare manodopera, le angherie sulle donne e i bambini, le violenze private e i suicidi hanno ripreso a crescere, anche quella parte delle masse popolari che non è ancora colpita economicamente dalla crisi vive sempre peggio. L’amministrazione pubblica lascia andare in malora le case, le strade, le ferrovie, i trasporti, i fiumi, le fogne, tutta la struttura del paese frutto di anni di lavoro: solo le grandi opera della speculazione immobiliare e fondiaria ridanno lustro alle città. Questa crisi non cade dal cielo: è la crisi del capitalismo. Il meccanismo delle relazioni capitaliste si è inceppato per ragioni inerenti alla sua natura. Nel suo ambito è escluso ogni ulteriore progresso che non sia il miglioramento di una parte della popolazione a spese di un’altra, di un paese a spese di altri. Nell’ambito del capitalismo non ce n’è per tutti. Per la massa della popolazione dei paesi imperialisti non c’è più neanche quello che c’era fino a ieri. Marchionne lo proclama apertamente: siamo in guerra e resta in piedi solo chi fa le scarpe agli altri: ogni azienda per continuare a vivere deve togliere mercato alle altre, ogni lavoratore mantiene il lavoro solo se lo perdono altri, ognuno deve mettere a frutto le sue doti e approfittare meglio che sa delle circostanze per prevalere sugli altri. Si ritorna alla barbarie di un tempo in una situazione che la rende meno tollerabile, non c’è più spazio per tutti. Tutti quelli che hanno una qualche competenza o anche solo conoscenza in merito, lo sanno bene che l’attuale crisi è inerente ai meccanismi del capitalismo, che le manovre e gli altri rimedi che sostengono sono solo tamponi provvisori, spostano il danno da una parte all’altra. La crisi attuale non si risolve con nessuna delle manovre finanziarie che vengono imposte, propugnate o ventilate dagli esponenti del sistema imperialista mondiale, dai loro portavoce, dalle loro autorità in carica nei singoli paesi. Nel nostro paese non la risolve il governo del depravato Berlusconi e del razzista Bossi, ma non la risolvono neanche quelli che aspirano a prenderne il posto giurando di saperci fare meglio: come il PD di Bersani e i suoi alleati (Di Pietro e Vendola) o i suoi aspiranti alleati (Paolo Ferrero) o i campioni che la borghesia imperialista e la Corte Pontificia hanno in riserva: i Monti, i Montezemolo, i Casini e gli altri della razza dei Padoa Schioppa, dei Ciampi e dei Prodi di ieri. Non la risolvono perché tutti si attaccano ai sintomi del male, non all’organismo malato. Le loro divergenze, quando ce ne sono, riguardano la cura dei sintomi. La crisi invece consiste proprio nel fatto che il meccanismo, il sistema di relazioni sociali di cui quella gente è fautore e amministratore non funziona più in modo accettabile per la massa della popolazione e devasta e saccheggia il pianeta su cui viviamo. È una cosa chiara a chi considera con cura la situazione.  Consideriamo da vicino il nostro paese. Lo Stato ogni anno succhia dalle attività produttive più di quanto vi immette. Al netto dei pagamenti che lo Stato da annualmente ai ricchi a titolo di interessi sul Debito Pubblico, la spesa dello Stato resta inferiore alle sue entrate di più del 2 per cento del PIL, cioè per una somma che va dai 30 ai 40 miliardi di euro l’anno. Questo “avanzo primario” dello Stato sono già di per sé soldi che lo Stato sottrae ogni anno alla riproduzione delle attività produttive (allo smaltimento dei beni e servizi prodotti) per versarli ai ricchi che sono titolari del Debito Pubblico. Questo cresce di anno in anno perché da sempre lo Stato mentre estorceva soldi ai lavoratori con imposte e ticket, ai ricchi chiedeva soldi in prestito e ci pagava sopra gli interessi, invece che imporre imposte e contributi in proporzione alla loro ricchezza. Oggi continua in questa pratica. Gli interessi sul Debito Pubblico già esistente complessivamente ammontano già oggi all’incirca al 6 per cento del PIL. Quindi lo Stato non solo da ai ricchi il 2 per cento del PIL prendendolo dalle sue entrate (il già citato “avanzo primario”), ma per pagare tutti gli interessi sul Debito Pubblica chiede ai ricchi con una mano in prestito altri soldi (che costituiscono il deficit pubblico annuo, pari in quantità al 4 per cento del PIL) che riversa loro con l’altra mano come interessi sul Debito già esistente che così continua a crescere. Semplificando, è come se a fronte di un prodotto annuo di beni e servizi il cui prezzo ammonta a 100, già solo a causa dell’intervento dello Stato la domanda fosse solo di 98 e quindi il volume delle attività produttive di beni e servizi dovesse continuamente ridursi (visto che le esportazioni a loro volta non eccedono le importazioni tanto da colmare la differenza). Anche solo questo basta a spiegare perché in Italia il volume delle attività produttive di beni e servizi, di cui il PIL approssimativamente è l’indice monetario, non cresce o, negli anni in cui va meglio, cresce comunque meno dell’inflazione e quindi i posti di lavoro diminuiscono e ancora più diminuisce di anno in anno il numero di ore lavorate: detto in altre parole, aumentano le persone che devono arrangiarsi per sbarcare il lunario. La mancanza di crescita e addirittura la riduzione del volume delle attività produttive sono poi del tutto comprensibili nelle loro dimensioni reali se si considera che all’effetto depressivo dello Stato si aggiunge l’effetto della ripartizione del prodotto tra le classi. I ricchi (la borghesia e il clero) si appropriano di una parte enorme del prodotto annuale, a titolo di profitti, interessi, rendite e compensi favolosi per le loro “prestazioni” (gli stipendi e gli altri benefici degli amministratori di società, dei membri dei consigli di amministrazione, dei banchieri, degli uomini politici, dei funzionari di alto livello, dell’alto clero, degli operatori del mercato finanziario, degli speculatori, dei professionisti di successo). Sono tutti soldi che in larga misura non si traducono in domanda di beni e servizi perché i ricchi, benché sprechino e vivano nel lusso più sfrenato, non possono spendere per uso personale tutto quello che incassano né investono tutto il resto per aumentare la produzione di beni e servizi che non venderebbero con profitto. Quello che non spendono a uso personale per i loro lussi e piaceri né investono per aumentare la produzione di beni e servizi, i ricchi lo investono nel mercato finanziario (in titoli del Debito Pubblico, in altri titoli finanziari e in altre operazioni del mercato finanziario mondiale). Per questa via ognuno di loro cerca di moltiplicare il suo denaro. Si è creato quindi un giro di gioco d’azzardo i cui operatori speculano su tutto: sul corso dei titoli finanziari, sul prezzo delle derrate alimentari (grano, riso, soia, ecc.), delle materie prime (minerali, petrolio, ecc.). Nell’ambito del sistema imperialista mondiale come oggi si è configurato, i prezzi di questi beni essenziali non dipendono più dai costi di produzione, ma dalla speculazione dei mercati: per questo possono variare bruscamente da un giorno all’altro.  Grandi attori del mercato finanziario e della speculazione sulle materie prime sono le banche, che raccolgono anche i risparmi e li usano come capitale. Quando le operazioni e speculazioni del mercato finanziario e delle materie prime mettono in difficoltà le banche, queste riducono i prestiti di cui si avvalgono i capitalisti per i loro affari, i lavoratori autonomi per i loro affari e il loro consumo, i proletari per il loro consumo (mutui, prestiti, ecc.). Ma il fallimento delle banche farebbe crollare l’insieme delle attività produttive del paese che nel sistema capitalista hanno bisogno di soldi per marciare. Allora lo Stato con mille buone ragioni interviene a sostenere le banche con soldi che prende a prestito dai ricchi e che vanno ad aumentare il Debito Pubblico. Aumenta quindi il Debito Pubblico, aumentano gli interessi che lo Stato deve versare ai ricchi che gli prestano soldi, aumentano i soldi che lo Stato sottrae alle attività produttive per versarli ai ricchi, diminuisce il volume delle attività produttive, di conseguenza diventa sempre più difficile per lo Stato spremere soldi alle masse popolari con imposte, ticket e contributi, i ricchi diventano sempre più diffidenti che lo Stato rimborserà i debiti alla scadenza (o comunque fingono credibilmente di diventarlo) e per prestare chiedono tassi di interesse sempre più alti. Insomma crisi e manovre contro la crisi si combinano come il classico gatto che si morde la coda. Tutto questo gli economisti borghesi lo sanno bene, come lo sanno tutti quelli che esercitano una qualche autorità o occupano posizioni di rilievo nella società civile, compresi i sindacalisti complici alla Bonanni-Angeletti e i sindacalisti che aspirano a diventarlo come Susanna Camusso & C.  Perché allora questo meccanismo infernale va avanti? Perché per i capitalisti i soldi non sono mezzi di scambio o risparmi. Per i capitalisti i soldi sono capitale da valorizzare (aumentare) e non hanno altro modo per valorizzare i loro soldi: questa è la loro natura, formatasi nel corso dei secoli e confermata dal ruolo che svolgono nella società attuale. Queste sono le relazioni e le procedure finanziarie che sono cresciute nel corso del tempo sulle attività produttive di beni e servizi dirette dai capitalisti e i capitalisti non hanno modo di uscirne. Se uno di loro si ferma, i suoi compari prendono subito il suo posto: non aspettano che la buona occasione. Il risultato è che tirano a campare e ognuno di loro cerca di “tirare la coperta dalla sua parte”. Intanto approfittano della crisi per spremere di più i lavoratori, abolire i diritti che i lavoratori dei paesi imperialisti hanno strappato durante la prima ondata della rivoluzione proletaria quando il movimento comunista era forte e i capitalisti dovevano distogliere i lavoratori dal combattere nelle sue file. Diminuiscono i salari e le pensioni. Le autorità riducono il sistema dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione pubblica e della previdenza sociale. Riducono i soldi che spendono per i servizi pubblici, la manutenzione e la salvaguardia del patrimonio del paese, la ricerca e la formazione: ogni spesa che non rende alla svelta più soldi di quelli che vi investono. Le uniche spese pubbliche che sono intoccabili sono gli interessi sul Debito Pubblico, le spese militari e per la repressione, i compensi principeschi agli uomini politici e agli alti funzionari e, specificità tutta italiana, i contributi al Vaticano e alla sua Chiesa. Ridurre diritti e salari ai suoi lavoratori fa comodo a ogni capitalista, anche se non tutti lo proclamano a gran voce come Marchionne, perché così si riducono le sue spese e aumentano i suoi profitti. Le conquiste di civiltà e benessere strappate dai lavoratori vengono eliminate o trasformate in elemosina gestita dal clero, dalle associazioni di beneficenza e dalle istituzioni filantropiche. La stessa crisi generale viene adoperata per terrorizzare le masse e indurle a rassegnarsi paventando disastri peggiori. Disastri che certamente ci cadranno addosso se ci facciamo spaventare dalle grida terroristiche dei padroni e dei loro accoliti e complici. Perché la crisi generale è propria del capitalismo: non si ferma e tanto meno sparisce perché diamo più potere e più soldi ai capitalisti. Se seguissimo questa via, la crisi non farebbe che aggravarsi fino al punto che alcuni gruppi imperialisti avranno creato le condizioni per scaricare su altri gruppi imperialisti l’indignazione delle masse popolari del loro paese per le condizioni intollerabili in cui la crisi del capitalismo le avrà ridotte. E allora saremmo alla guerra, allo soluzione capitalista dell’attuale crisi del capitalismo. Ma non è scritto da nessuna pare che arriveremo là. Dipende da noi non arrivarci e prendere la strada dell’instaurazione del socialismo. Le masse popolari devono estromettere i capitalisti e cambiare il sistema delle proprie relazioni sociali: bisogna pianificare quantità e qualità dei beni e servizi da produrre per soddisfare i bisogni di tutti secondo criteri conosciuti e collettivamente accettati. Organizzati lo possiamo fare. Già oggi i capitalisti fanno funzionare complessi in cui si combina in modo efficace il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori sparsi in migliaia di unità produttive di vari paesi. Li fanno funzionare per i loro profitti: ogni capitalista cerca il suo massimo profitto a scapito di tutto il resto. Li fanno funzionare a modo loro, ricattando e corrompendo i lavoratori. Tutto questo deve cambiare, ma abbiamo le conoscenze e i mezzi per farlo. Possiamo produrre e dobbiamo produrre a misura d’uomo. La coscienza e l’organizzazione dei lavoratori sostituiranno i ricatti e la corruzione come strumento di coordinamento del lavoro. Non solo non è più accettabile che ogni capitalista proceda per conto suo, perseguendo il suo massimo profitto a spese di tutto il resto, ma dobbiamo anche smettere di produrre per soddisfare il bisogno del capitale di crescere illimitatamente. Il risultato di questo sistema ereditato dalla storia, non è solo la crisi che ora imperversa come una calamità e rende impossibile la vita di una parte crescente della popolazione. Esso è anche insostenibile e incompatibile con le risorse del pianeta su cui viviamo, con la sua conservazione e il suo miglioramento. Proprio perché la specie umana oggi finalmente ha creato i mezzi e le conoscenze per produrre beni e servizi in quantità illimitata e per trasformare il pianeta in misura illimitata, essa deve darsi essa stessa coscientemente una misura e degli obiettivi e deve stabilire regole e criteri del proprio comportamento non solo individuale (questo è pratica da tempo) ma soprattutto collettivo che nel passato non aveva bisogno di stabilire. La quantità è cresciuta al punto che occorre una nuova qualità, pena la distruzione. La costituzione del GBP avvia questo processo per quanto riguarda il nostro paese, facendo fronte immediatamente agli effetti più gravi della crisi. Oggi nel nostro paese per la storia che abbiamo alle spalle sono le organizzazioni della sinistra sindacale (FIOM, USB e gli altri sindacati alternativi e di base) che sono in grado di essere il centro di aggregazione del movimento che costituirà il GBP. Le Amministrazioni Comunali e le altre Amministrazioni Locali in rottura con i vertici della Repubblica Pontificia e con le loro espressioni politiche (la destra estrema raggruppata nel PdL e nella Lega Nord e la destra moderata aggregata attorno al PD) sono in grado di fornire un importante contributo se incentrano la loro attività attorno all’attuazione della parola d’ordine “un lavoro utile e dignitoso per tutti”, rompendo con l’asservimento delle vecchie AC e AL del PdL, della Lega Nord e del PD al governo centrale. La sinistra della società civile, i sinceri democratici che si rendono conto che per far fronte alla crisi devono superare i loro interessi di gruppo e di casta, quegli esponenti della sinistra borghese (PRC, PdCI e i frammenti derivati dalla loro esplosione nel 2008) che non sono completamente accecati dall’anticomunismo e dal bilancio sbagliato che fanno della prima ondata della rivoluzione proletaria daranno certamente un contributo al movimento per la costituzione del GBP. Le condizioni della sua costituzione si formeranno concretamente e in dettaglio nei mesi e forse anche nelle settimane a venire, se i comunisti e gli operai avanzati che si ritengono comunisti lavoreranno con scienza e passione a farle maturare. Basta con governi emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia! Rendere ingovernabile il paese con una campagna di proteste! Avanti fino alla costituzione del Governo di Blocco Popolare! La costituzione del GBP è un passo verso l’instaurazione del socialismo! Possiamo vincere! Dobbiamo vincere! Dipende anche da ognuno di noi! Costituire Comitati di Partito clandestini in ogni azienda e in ogni località! Fare di ogni lotta una scuola di comunismo!". Così una nota a cura del nuovo partito comunista italiano.

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di Redazione
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