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Per la procura gli investigatori sviarono le indagini

Ombre sulla strage di via D’Amelio: si indaga su depistaggio

19 luglio ’92: morirono Borsellino e 5 agenti della scorta

Ombre sulla strage di via D’Amelio: si indaga su depistaggio
16/09/2011, 16:09

PALERMO – Sulla strage del 19 luglio 1992, in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, da oggi ci sarà un nuovo filone di indagine. Si tratta di un fascicolo aperto dalla procura di Caltanissetta sul “colossale depistaggio”, così come lo ha definito il procuratore Sergio Lari, che venne organizzato dagli apparati investigativi e dai servizi segreti, attraverso la manipolazione delle dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino. Questo vuol dire, dunque, che si va verso la riapertura del processo sulla famosa strage di via D’Amelio. La procura di Caltanissetta, infatti, chiede che vi sia una revisione del processo, dal momento che gli stessi magistrati sono convinti che sette dei condannati all’ergastolo in realtà sarebbero estranei all’attentato: si tratta di Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe La Mattina, Giuseppe Urso, Gaetano Murana, Natale Gambino e Gaetano Scotto.
Il nuovo filone d’indagine, dunque, rimette in discussione tutto l’impianto processuale basato sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino e, inoltre, getta ombra anche sul lavoro del pool investigativo, la squadra guidata all’epoca dal questore Arnaldo La Barbera (morto nel 2002), che, secondo il procuratore Sergio Lari, avrebbe costruito appunto un “colossale depistaggio”. Sotto accusa sono finiti apparati investigativi e uomini dei servizi di sicurezza. Tre di loro sono indagati: si tratta di Mario Bo, attuale dirigente della squadra mobile di Trieste; Vincenzo Ricciardi, questore di Bergamo, e Salvatore La Barbera, attualmente dirigente della polizia postale di Milano, ora indagati per calunnia. Il gruppo, infatti, avrebbe costruito una falsa verità sugli organizzatori e sugli esecutori dell’attentato che non ha retto alle diverse indicazioni date dagli ultimi due collaboratori, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, a quel tempo uomini di fiducia del boss Giuseppe Graviano. Secondo la tesi del procuratore Lari, Scarantino sarebbe stato indotto ad accusarsi di essere l’autore del furto della Fiat 126 imbottita di tritolo, esplosa poi in via D’Amelio: le sue dichiarazioni depistanti sarebbero state “suggerite” dagli stessi investigatori che avrebbero anche “taroccato” un verbale del 1994.

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di Antonio Formisano
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