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Operazione "Faraone": Maxi sequestro di beni alla Camorra


Operazione 'Faraone': Maxi sequestro di beni alla Camorra
25/11/2009, 10:11


NAPOLI - Nella mattinata odierna, il Centro Operativo della Direzione Investigativa Antimafia di Napoli ha eseguito tre decreti di sequestro di beni e consistenze economiche riconducibili ai capi ed appartenenti di primo piano dell’organizzazione camorristica denominata “Clan dei CASALESI”ed al collegato clan BELFORTE.
I Decreti emessi dalla Sez. Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria C.V. su proposta del Direttore della D.I.A., Generale Antonio GIRONE, rappresentano un importante momento di attuazione dell’attività della Direzione Investigativa Antimafia che, attraverso articolate indagini patrimoniali, aggredisce i patrimoni illecitamente costituiti da parte di persone appartenenti ad organizzazioni mafiose.
In particolari sono stati colpiti gli interessi economici dei gruppi BELFORTE e BIDOGNETTI che avevano accumulato proventi di natura illecita, risultati intestati a 19 soggetti, fra prestanomi e “terzi intestatari”, reimpiegati in attività imprenditoriali, immobiliari e finanziarie per un valore complessivo stimato in circa 120 milioni di euro di cui oltre 2 milioni di Euro in contanti o titoli al portatore.

CLAN BELFORTE
Il provvedimento ablativo emesso dal Tribunale ha colpito gli interessi economici del clan BELFORTE alias “Mazzacane”. Da premettere che tale clan camorristico non solo è considerato un gruppo di primo piano nella realtà criminale casertana (con particolare riguardo al territorio di Marcianise e comuni limitrofi con influenza anche nel contiguo comune di Maddaloni) avendo vinto il cruento scontro con la famiglia dei PICCOLO alias dei “quaqquaroni”, ma ha la peculiarità di essere un gruppo camorristico con forte connotato di autonomia anche rispetto al clan dei Casalesi.
In particolare, BELFORTE Salvatore, fratello del capo clan DOMENICO, è sempre stato considerato il braccio armato dell’organizzazione, un vero e proprio killer, violento ed impulsivo, capace di intrattenere rapporti con alcuni esponenti di clan dell’aversano in lotta con i casalesi per accentuarne lo scontro.
Nell’ambito del citato contesto criminale, le attività investigative condotte dalla D.I.A. poste alla base del decreto di sequestro hanno consentito di appurare che l’imprenditore TARTAGLIONE Salvatore, soprannominato “ò sergente”, incensurato, era parte integrante del clan Belforte, tanto da essere il principale referente per il settore degli interessi economici, figurando da prestanome per investimenti di varia natura per conto del clan.
In cambio il TARTAGLIONE aveva ottenuto la protezione per non essere ostacolato da altri sodalizi criminali come evidenziato dalle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia PETTRONE Giuseppe secondo il quale nel momento in cui i Perreca-Piccolo avevano tentato azioni estorsive nei confronti del TARTAGLIONE, il clan Belforte aveva reagito bloccando per rappresaglia le attività dei cantieri riconducibili al clan Piccolo, presenti sul territorio.
A prova dell’organicità del TARTAGLIONE, l’analisi dei flussi finanziari e degli incrementi economici realizzati, ha permesso di acclarare che questi ha realizzato un significativo e consistente incremento patrimoniale proprio in epoca prossima al consolidamento di rapporti affaristici con il BELFORTE Salvatore ed all’instaurarsi del loro legame “professionale”.
Le iniziative economiche ed imprenditoriali, per lo più in campo immobiliare, portate avanti dal TARTAGLIONE sono da inquadrare, pertanto, nel contesto associativo evidenziato dalle indagini della D.I.A. e dal provvedimento di sequestro. Esse, infatti rappresentano la finalizzazione delle attività illecite della consorteria criminale, avente il doppio proposito di impedire, da un lato l’individuazione di risorse patrimoniali e finanziarie di origine illecita e di renderle al tempo stesso produttive, assicurandosi, in tal modo fonti lecite di ricchezza capaci di dissimulare l’origine delittuosa del capitale investito.
Le indagini patrimoniali eseguite dal Centro Operativo DIA di Napoli, hanno permesso di accertare il possesso ingiustificato di numerosi beni da parte dei predetti. In particolare, gli accertamenti tecnici di natura patrimoniale supportati dalle investigazioni eseguite nella fase delle indagini di polizia giudiziaria, comprovano come il BELFORTE reimpiegasse i proventi di attività criminose in acquisti di beni immobili e di attività commerciali, attribuendo fittiziamente i beni al prestanome TARTAGLIONE Salvatore ed ai suoi familiari per non apparire titolare in proprio e per non correre il rischio di sequestri e di successive confische ad opera dell’A.G., cercando così di eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale.
Tra queste attività si segnalano oltre 80 immobili tra cui interi stabili con decine di appartamenti tra cui l’intero gruppo di stabili sito in Capodrise “Parco Irene 2” consistente in 34 appartamenti, 6 negozi, 13 garage; una villa faraonica sita in Caserta Frazione Vaccheria, Parco delle Vacche, costituita da tre livelli, con ampio parco di circa 3.500 mq e piscina. Tale villa è stata acquistata dal Tartaglione ad una asta pubblica.

CLAN BIDOGNETTI
Il provvedimento di sequestro ha riguardato anche soggetti riconducibili al clan BIDOGNETTI.
L’operatività del gruppo, facente capo a BIDOGNETTI Francesco, detto Cicciotto di Mezzanotte, ed ai suoi più stretti congiunti quali i figli Aniello e Raffaele, dedito ad attività estorsive ai danni di imprenditori e commercianti, al traffico di sostanze stupefacenti, è sancita già nei primi provvedimenti giudiziari che si occupano della criminalità casertana.
Nei citati atti giudiziari vennero ricostruite le attività delinquenziali del gruppo di Bidognetti e le dinamiche interne, descrivendo l’ascesa di Bidognetti Domenico, cugino di Francesco, e dei figli Aniello e Raffaele, che avevano assunto il comando del gruppo, durante il lungo periodo di carcerazione del congiunto, soffermandosi anche sulla guerra intestina che da ciò era scaturita verso la metà degli anni 90 tra gli stessi, i quali potevano contare sull’appoggio di affiliati fedelissimi come Giuseppe Setola e Giuseppe Dell’Aversano, detto il diavolo, e Salvatore Cantiello, Apicella Pasquale, stretti collaboratori di Francesco Bidognetti, che ritenevano di essere più legittimati a sostituire il capo, i quali erano coadiuvati dai fratelli Luigi ed Alfonso Diana e dalla famiglia Tavoletta di Villa Literno.
Il recente sequestro operato dal personale della D.I.A. ha interessato TAMBURRINO Luigi, cugino di BIDOGNETTI Raffaele, tratto in arresto il 25.01.2008 in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere n. 46383/06 R.G.N.R., n. 2564/07 R. G.I.P. e n. 47/08 o.c.c., emessa, in data 18.01.2008, dal G.I.P. del Tribunale di Napoli, per il reato di concorso in estorsione con l’aggravante di cui all’art. 7 D.L. 152/91. Tra i destinatari di tale provvedimento figurano, tra gli altri, esponenti di primissimo piano del clan del Casalesi quali BIDOGNETTI Raffaele, cl.1951 figlio del capo clan Francesco ed il latitante ZAGARIA Michele.
Tra i compiti del TAMBURRINO si trova anche quello di convocare gli imprenditori da sottoporre ad estorsione al cospetto del capo Clan o del suo reggente, Luigi GUIDA alias “u’drink”, dopo l’arresto di francesco BIDOGNETTI.
Tra i beni sequestrati vi è la concessionaria Honda sita in Parete via Vittorio Emanuele n. 230, con all’interno oltre 70 motociclette di grossa cilindrata della casa giapponese. La concessionaria “Tamburrino Motors” risulta essere, per volume di affari e numero di vendite, la prima concessionaria di motoveicoli Honda in Campania. Inoltre, di fianco alla predetta Tamburrino Motors, è stata sequestrata la concessionaria di autovetture “D’Alessio Luigi” operante con insegna “Autoccasioni Tamburrino di D’Alessio Luigi” al cui interno sono state sequestrate circa 50 autovetture di grossa cilindrata di varie marche automobilistiche.
Altro provvedimento di sequestro beni ha colpito SANTAMARIA Antonio, quale associato al gruppo camorristico dei Zagaria. Infatti, dalle indagini poste in essere dalla D.I.A. è emerso che anche questi è parte integrante dell’associazione di tipo mafioso in questione, della quale condivide da tempo gli scopi, la strategia e l’azione, assolvendo a compiti prettamente esecutivi.
La continuità e la frequenza dei rapporti da lui intrattenuti con gli altri membri del clan - segnatamente Nobis Salvatore e Ianuario Biagio - sono stati ampiamente documentati da vari controlli sul territorio, nonché da numerosi contatti telefonici intercorsi con altri coindagati.
Su tali spunti, che attengono a situazioni di contorno, non decisivi, ma che ritraggono un quadro di grave sospetto - si calano molteplici elementi di prova che documentano in maniera quanto mai nitida la responsabilità di Santamaria Antonio sia per il reato associativo, sia per altre condotte illecite che promanano direttamente dal primo.

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di Redazione
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